lunedì 28 maggio 2018

L'ITALIA CHE AFFONDA

  
 
 SOTTOSCRIVIAMO PER INTERO QUESTA LUCIDA ANALISI

Un Paese in agonia: dati, cifre e bilanci di una catastrofe sociale e nazionale

La nostra nazione sembra somigli sempre più ad un paziente, gravemente malato e costretto in un letto alla mercé di “illustri specialisti” intenti, con il consenso pazzoide di politicanti infatuati di ultra liberismo e europeismo, a somministrare “cure” imposte dall’ “alto” che si rivelano essere peggiori della medesima malattia.
L’elenco dei dati economici, delle stime, delle percentuali e di tutti i numeri utili a fornire una sorta di visione d’insieme di questo tragico momento storico per il nostro popolo e la nostra patria, ricorda una cartella clinica con dati freddi ma che sembrano essere riportati sulla carta con una tinta vermiglia, come se fosse sangue.
Lo studio, la pubblicazione e il commento di questo mesto stato di cose è tristemente utile, affinché all’orizzonte possa finalmente stagliarsi libera, forte e fiera la figura della nostra nazione e non si prospetti il futuro finale che ci potrebbe vedere vittime designate di un’autopsia finanziaria col funerale a nostre spese: perché quando una nazione muore, solo le masse sono costrette a portare il feretro e il lutto; i responsabili della morte della nazione non subiranno, probabilmente, nessun processo.
IL CROLLO INDUSTRIALE
I dati in nostro possesso, circa la perdita di capacità manifatturiera dell’Italia, basterebbero da soli a rintronare col suono delle campane a lutto le orecchie di tutti i fanatici sostenitori della distruzione della nostra sovranità nazionale: tenendo conto di quale sarebbe stato l’andamento del prodotto potenziale, l’Italia ha perduto il 20% fra il 2007 e il 2013; con parametri diversi i dati restano comunque non rincuoranti, ossia anziché -20% si calcola -11% o -17%.
A fornire questo bilancio è Banca d’Italia, i dati della quale sono stati ben scandagliati anche da AssoLombarda (associazione di produttori di diverse province lombarde, fra le quali Milano o Lodi). Settori cruciali, come la produzione alimentare, sono rimasti stazionari sebbene la qualità e la richiesta a livello mondiale di questa nostra produzione siano indubbi e un loro slancio potrebbe portare intere zone del Mezzogiorno a risvegliarsi dal mesto torpore dell’annosa ed irrisolta, ed ora persino accentuata, questione meridionale; su questo settore produttivo, inoltre, si è persino abbattuta la follia euro-centrica e atlantista delle sanzioni contro la Federazione russa che hanno ferito a colpi di scure bipenne la nostra capacità di vincere e procedere a livello internazionale con le esportazioni.
I prodotti come legno e metallurgia, così come quelli della plastica o della gomma, recedono e si riducono. Non è un caso, nella mostruosità eurocratica che siamo costretti a subire, che proprio le imprese volte all’esportazione hanno sofferto trucemente: -12,5% nel 2008-2009. Se però si osserva il dato complessivo dal 2007 al 2013, le imprese domestiche risultano essere falcidiate subendo una riduzione del 18,5% di capacità produttiva, mentre le imprese esportatrici perdono l’11,6%. Questo non sembra un bilancio da dover eludere, sebbene una larga fetta di politicanti e commentatori sembrano guardare dalla parte opposta o di avere la testa ben ficcata sotto terra: uno sciame di bombardieri, invisibili perché viviamo ufficialmente in pace e nessuno ci ha dichiarato guerra, ci sta riducendo in briciole economicamente.
L’Unctad, Conferenza dell’ONU su commercio e sviluppo, confermò questo tragico bilancio specificando che l’Italia ha contratto, nel periodo 2007-2016, di quasi un quarto la propria produzione industriale. Ci sarebbe da domandarsi: come si può rilanciare la produttività se non solo le risorse fiscali sono scarse, visto inoltre il “contingentamento” che ci impone la moneta unita e l’appartenenza alla UE coi suoi “vincoli” sulla spesa, ma come se non bastasse si mortificano i lavoratori tramite la riduzione del “costo del lavoro” in una parabola che ci spinge non a svilupparci come nazione ma a deprimerci, cercando la competitività nei posti sbagliati ossia immiserendo i rapporti lavorativi e le remunerazioni.
Alberto Bagnai, economista ed ora senatore fra le file della Lega, ben inquadrò questa realtà nel suo libro “Il tramonto dell’Euro”. Quando una nazione è imbrigliata in una moneta unica, non ha una banca nazionale di proprietà pubblica ed è schiava di “vincoli” esterni, come può avere danaro utile per fare il balzo in avanti, ricostruire i settori strategici e intervenire dove serve? L’unico strumento in possesso è il coltellaccio della riduzione dei costi del lavoro: depredando i lavoratori, in sintesi, è possibile così rendere più “appetibili” i nostri prodotti all’estero.
IL RUOLO DELL’EURO
Una pura isteria ultra liberista, nella quale la “sinistra” in primis e la destra liberista hanno dato piena attuazione nel nostro Paese, deprimendo inoltre la domanda interna. Bagnai infatti lo espone magistralmente: “Oggi quello che si sta svalutando non è la nostra valuta italiana, che non c’è più, ma sono tutte le altre attività finanziarie e reali del nostro Paese, dai titoli del debito pubblico alle aziende”; circa l’annientamento dei diritti dei lavoratori è chiaro: “… l’unica svalutazione ammessa è quella interna e quindi taglio dei salari, con annessa caduta dei consumi, che assieme all’aumento dei tassi d’interesse, con annessa stretta creditizia e crollo degli investimenti produttivi, porta l’economia al collasso”.
Non è un caso se la produzione industriale italiana ha iniziato a rallentare, e a scendere con l’introduzione della moneta unica, fino a toccare una differenza del 35% nel 2011 rispetto a quella tedesca.
 
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L’Euro infatti essendo una media del valore delle monete europee, è forte con i deboli (l’Italia) e debole con i forti (la Germania). Dalla sua entrata in vigore, la Germania registra surplus di bilancia commerciale (esporta di più di quanto importi) pluriennale, infrangendo tranquillamente le regole europee. Al contrario, dall’aggancio Lira-ECU, il bilancio delle partite correnti italiano è a dir poco che precipitato, portandolo in deficit dal 1999 al 2012 circa. Fino al 2001 eravamo uno dei paesi più ricchi del continente europeo. In 15 anni abbiamo perso il 6,83% di PIL pro capite, contro un aumento della media europea del 14,96%. E per cosa? Per inseguire il sogno d’integrazione europea, rectius egemonia teutonica politica ed economica.
 
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UN PAESE IN FUGA
Continuiamo ad “unire i pezzi” di questo puzzle: osserviamo i dati sugli italiani fuggiti all’estero. Pare inutile parlare semplicemente di “emigrazione” o di “italiani all’estero” giacché i laureati o i lavoratori specializzati, molto spesso non solo disoccupati bensì inoccupati quindi che non hanno mai avuto possibilità di lavorare, scappano dalla nostra nazione in massa per poter fare ciò che qui non sembra
difatti essere possibile ossia lavorare onestamente e impostare la propria vita.
Nel 2015 si parlava di 102.000 “trasferiti” e 114.000 nel 2016 (fonte: Il Sole 24 Ore); il Dossier Statistico Immigrazione 2017 registra che gli emigrati italiani sono paragonabili a quelli del secondo dopoguerra, ossia oltre 250.000 all’anno. Questi sono i dati fruibili tramite il confronto coi numeri di chi ha compiuto le cancellazioni anagrafiche o ha dichiarato dunque il proprio “spostamento”; se si tiene presente questo parametro cruciale i numeri quasi si triplicano (per la precisione, aumentano del 2,5%).
Siamo dinanzi a una catastrofe di proporzioni colossali: l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici) dice chiaramente che l’Italia è ottava a livello mondiale fra i Paesi di provenienza di nuovi immigrati; la nostra nazione è subito dopo il Messico (la nazione coi cartelli della droga che spadroneggiano e tagliano teste e dalla quale maree di disperati cercano di fuggire a nord negli USA per finire poi sottopagati o sfruttati) ma è davanti a Vietnam e Afghanistan. La fuga di ogni italiano, che rettamente nel passato nazionale non tanto remoto era una macchia atroce che insozzava i governi incapaci di rispondere alle esigenze locali e generali ma che oggi sembra essere scomparsa dal novero delle colpe della pubblica mala gestio (un “miracolo” della globalizzazione e del mondialismo), rappresenta ovviamente una perdita per la nostra patria e per le famiglie: studi, sacrifici e speranze gettate nella fornace della “migrazione”.
Ecco le cifre: si perdono 90mila Euro per un diplomato, 158 o 178.000 Euro per un laureato (in base al numero di anni universitari del corso, se triennale o magistrale), e 228.000 Euro per un dottore in ricerca; sono i dati sempre dell’Ocse che hanno permesso la ricerca del 2016 di Idos e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.
POVERTÀ
Pertanto, la nostra nazione vede crollare il tessuto produttivo e industriale, perde posti di lavoro, nostri concittadini scappano da quello che è un disastro socio-economico assoluto e si aggiungono anche altri dati macabri, innanzitutto la dispersione scolastica che non solo non permette la formazione dei cittadini del futuro e scolla una parte intera del Paese dal resto ma dimostra l’oscena realtà di numerose regioni meridionali.
La dispersione scolastica italiana (fra i 18 e i 24 anni) è superiore di 4 punti al target europeo; la povertà incide enormemente su questo fenomeno e l’assenza dello stato causa l’aggravarsi del fenomeno. Difatti un’altra percentuale sulla povertà educativa è fornita dalla bassissima percentuale, in certe aree, di bambini che frequentano un asilo: in Calabria può accedere l’1,2%, in Campania il 2,6% mentre in Emilia-Romagna il 25,6%.
L’Istat rileva che nel Mezzogiorno i ragazzi disoccupati sono il 51,4%, le ragazze il 55,6% ma è purtroppo possibile scendere ulteriormente nel girone infernale della miseria. In Italia 7,3 milioni di persone (il 12,1% della popolazione) vivono in grave disagio economico, con un aumento nel 2016 rispetto al 2015; l’Italia inoltre è gravemente spezzata: nel Centro-Nord la percentuale è del 7,3% (quasi 3 milioni) mentre al Sud è del 21,2% (quasi 4,5 milioni). In Sicilia e Campania le vette rispettivamente del 26,1% e 25,9%.
I dati aggiornati al 2017 sulla povertà assoluta hanno il peso di una stele tombale di grandezza nazionale: l’anno scorso siamo arrivati, sempre analizzando i dati dell’Istat, a peggiorare con circa 5 milioni di uomini (8,3% della popolazione); 1,1 milione di famiglie l’anno scorso era senza lavoro e 1,8 milioni di persone sono in povertà assoluta. Quando qualcuno vi dirà che “abbiamo bisogno dei ‘migranti‘” ricordategli qualche dato circa la disoccupazione e il numero di nostri concittadini costretti a fuggire: chissà, forse un po’ di trista realtà può fungere da detonatore contro la propaganda immigrazionista.
Come nella fiaba dell’apprendista stregone, burocrati e politicanti mondialisti stanno facendo straboccare la nazione e il flusso (di povertà, disoccupazione, desertificazione industriale, riduzione dei posti di lavoro, assenza di fondi statali…) continua a proseguire e a inondarci; costoro non si impensieriscono né si spaventano come il fiabesco apprendista, ma vogliono – per esempio – aumentare la presunta “offerta di lavoro” per quei “lavori che gli italiani non vogliono fare” massacrando il settore lavorativo, con la concorrenza al ribasso in paghe e diritti.
Il carro della miseria, purtroppo ma ovviamente, assieme alla povertà frutto anche del massacro industriale ed economico ci porta anche la denatalità: nel ’17 si sono contate 464.000 nascite, un calo del 2% rispetto al ’16. Siamo dinanzi a un calo storico che, al primo di gennaio 2018, denotava 100.000 italiani in meno rispetto all’anno precedente; l’età media per un parto sale a 31,8 anni (Istat).
Il battito della nazione si sta affievolendo. Siamo già pronti a scegliere i paramenti funebri?
(di Matteo Mariotti e Pietro Vinci)