martedì 6 febbraio 2018

6 FEBBRAIO 1945: ROBERT BRASILLACH

 6 FEBBRAIO 1945

HANNO AMMAZZATO IL POETA
E voi giovani del mio paese / Ecco le parole che abbiamo pronunciato
I nostri fuochi del campo nella notte / E le nostre tende nei boschi…
Robert Brasillach, I Poemi di Fresnes
 
Perpignan, 31 marzo 1909 – Montrouge, 6 febbraio 1945
 
Nel ricordo di Robert Brasillach, fucilato al forte di Montrouge (Parigi) il 6 febbraio 1945 per aver creduto nel Nuovo Ordine Europeo
 
 
Robert Brasillach
 (Perpignan, 31 marzo 1909 – Montrouge, 6 febbraio 1945) 

Nato da genitori di origine catalana, Brasillach rimase ben presto orfano di padre, ufficiale dell'Armata coloniale francese, ucciso in Marocco nel 1914.
Si trasferì con la madre e la sorella Suzanne prima a Sens dove frequentò il liceo, poi a Parigi per entrare al liceo Louis-le-Grand e all’École normale supérieure nel 1928 (suoi compagni furono: Jacques Talagrand conosciuto come Thierry Maulnier, Roger Vailland e Maurice Bardèche che diventerà suo cognato sposando la sorella Suzanne). Questo periodo è a lungo descritto nei primi capitoli di Notre avant-guerre, libro di memorie scritto nel 1939-1940.
Si fece presto conoscere come critico cinematografico e letterario scrivendo per la Revue française, la Revue universelle e nel 1931 iniziò la collaborazione alla pagina letteraria dell’Action française. Sempre nel 1931 pubblicò un saggio critico, Présence de Virgile e l’anno successivo Le Voleur d’étincelles, suo primo romanzo. Brasillach era già considerato negli anni 30 come uno dei più grandi talenti della Francia letteraria. Le sue simpatie ideologiche lo avvicinarono all’Italia di Mussolini e alla Spagna dove si recherà diverse volte e da questi viaggi trarrà lo spunto per scrivere l’ Histoire de la guerre d’ Éspagne in collaborazione con Bardèche nel 1936. Fu presente al congresso di Norimberga del 1937 di cui riferirà in Cent heures chez Hitler.
Autore tra le due guerre e sostenitore del Fascismo e del Nazionalsocialismo durante la Seconda guerra mondiale, fu, dal 1937 al 1943 (intervallato da una prigionia in Germania dal 1940 al 1941 a seguito della chiamata alle armi e della sconfitta francese) caporedattore del settimanale Je suis partout (organo fascista di maggior diffusione) nel quale lasciò trasparire la sua critica aspra verso gli Ebrei, il Fronte Popolare francese, la Terza Repubblica francese e la sua ammirazione per il nazionalsocialismo. Nel 1943, fu scavalcato da Pierre-Antoine Cousteau, collaboratore militante, alla testa del settimanale. Convinto della giustezza delle sue idee, Brasillach fu paradossalmente allontanato a causa della sua linea: fascista convinto, rivendicava un fascismo alla francese, che fosse alleato col nazionalsocialismo tedesco e non un semplice clone; pur favorevole alla vittoria della Germania, la giudicava sempre meno probabile e rifiutava di annunciarla pubblicamente come certa.
IL PROCESSO E L'ESECUZIONE
 
Dopo lo sbarco in Normandia, Brasillach si rifiutò di fuggire all’estero, nascondendosi nel Quartiere latino a Parigi. Nel settembre del 1944, essendo stata arrestata sua madre con l'accusa di collaborazionismo, si costituì alla Prefettura di polizia di Parigi, consegnandosi alle autorità per salvare l'anziana donna.
Il nuovo governo francese guidato dal generale De Gaulle procedette immediatamente contro i rappresentanti del governo di Vichy e dei collaborazionisti. La prima condanna fu pronunciata nell’ottobre del 1944 contro l’editore della rivista antisemita Aujourd’hui, Georges Suarez ed eseguita il 9 novembre del 1944. Sempre nel 1944 ebbe luogo il processo contro il direttore politico (1928-1943) della rivista antisemita Gringoire, Henri Béraud. Di conseguenza, Brasillach fu arrestato 
immediatamente e rinchiuso nella prigione di Fresnes (attuale Val-de-Marne) dove attese il suo processo, che ebbe luogo nel gennaio del 1945 davanti alla corte di assise della Senna. Il giorno stesso fu condannato a morte dopo un processo-farsa durato venti minuti. La sua difesa fu affidata a Jacques Isorni, che fu pure, qualche mese più tardi, difensore del maresciallo Pétain già a capo della cosiddetta "Repubblica di Vichy". Alla lettura dell’incredibile sentenza una voce dal pubblico urla indignata: “E’ una vergogna!”. Calmissimo, Brasillach ribatte: “E’ un onore!”.
Nei giorni che seguirono, una petizione di famosi intellettuali tra i quali Paul Valéry, Paul Claudel, François Mauriac, Daniel-Rops, Albert Camus, Marcel Aymé, Jean Paulhan, Roland Dorgelès, Jean Cocteau, Colette, Arthur Honegger, Maurice de Vlaminck, Jean Anouilh, Jean-Louis Barrault, Thierry Maulnier ecc., sostenuta anche dagli studenti parigini e molti accademici, implorò al generale De Gaulle la grazia per il condannato a morte. Il generale respinse la domanda e all'alba del 6 febbraio Brasillach fu fucilato al forte di Montrouge. Fu sepolto nel cimitero di Charonne, nel XX arrondissement di Parigi.
Il 6 febbraio 1945 cadeva fucilato al Forte di Montrouge. Aveva appena gridato "Vive la France!". Uomo di pensiero e di brucianti passioni, poeta e romanziere, aveva dato intima adesione al Fascismo non tanto per la sua ideologia quanto per la poesia e il giovanile lirismo che in esso aveva trovato; e mai, nemmeno sul punto di essere condannato a morte soltanto per la sua idea, rinnegò quel che aveva creduto e quel che aveva amato. Credeva in una possibile riconciliazione franco-tedesca
Nelle fonti de Gaulle depositate negli Archives nationales, è stata ritrovata una nota relativa a “l’affare Brasillach” recante una lista delle accuse pendenti sullo scrittore. Tra esse, egli è accusato di essere “uno dei responsabili dell’assassinio del ministro e deputato Mandel”, personalità sulla quale egli richiedeva regolarmente la morte nel suo giornale "je suis partout" e per la quale de Gaulle provava stima e rispetto.
LA CRITICA CINEMATOGRAFICA
Brasillach fu affascinato dal cinema molto presto. Il frutto di questa passione, oltre a numerose cronache nei giornali, è la sua Histoire du cinéma pubblicata per la prima volta nel 1935, che sarà oggetto di una nuova edizione nel 1943 e scritta in collaborazione con il cognato Maurice Bardèche. Contrariamente ai critici dell’epoca, Brasillach adotta per il cinema un punto di vista politicamente neutro, tranne qualche aggiunta antisemita di circostanza nel 1943. La sua sete di cinema lo porta a frequentare assiduamente Henri Langlos del Circolo del cinema. Benché entusiasta dei classici (Charles Chaplin, Georg Wilhelm Pabst, René Clair, Jean Renoir...) e dei film hollywoodiani (John Ford, Frank Borzage, King Vidor...) fece prova di gusti originali e mostrò una insaziabile curiosità per il cinema straniero. Fu anche il primo a parlare in Francia del cinema giapponese e particolarmente di Yasujiro Ozu, Kenji Mizoguchi e Heinosuke Gosho. In prigione, lavorò alla terza edizione della sua Histoire du cinéma e preparò un adattamento del Falstaff che sperava di girare con Raimu.
LE OPERE 
Présence de Virgile, 1931
le Voleur d'étincelles, roman, 1932
le Procès de Jeanne d'Arc, 1932
l'Enfant de la nuit, 1934
Histoire du cinéma, 1935 (in collaborazione con il cognato Maurice Bardèche)
Portraits, 1935
le Marchand d'oiseaux o le Méridien de Paris, 1936
Animateurs de Théâtre, 1936
Les Cadets de l'Alcazar, 1936 (in collaborazione con Henri Massis)
Léon Degrelle et l'Avenir de Rex, 1936 (Léon Degrelle e l'Avvenire di Rex, Edizioni Il Cinabro 1997)

Comme le temps passe, 1937 (La Ruota del Tempo, Edizioni Sette Colori 1985)

Pierre Corneille, Fayard, 1937

les Sept Couleurs, Plon, 1939 (I Sette Colori, Edizioni Sette Colori 1985)
Histoire de la Guerre d'Espagne, 1939 (in collaborazione con Maurice Bardèche)
Notre avant-guerre, Plon, 1941 (Il nostro anteguerra, Edizioni Ciarrapico 1986)
la Conquérante, 1943
les Quatre Jeudis, 1944
Poèmes, 1944
Lettre à un soldat de la classe 60, seguita da Les Frères ennemis, 1945 (Lettera a un soldato della classe 40, Edizioni Settimo Sigillo 1997)
- lista non esaustiva -
 
 
PUBBLICAZIONI POSTUME
 
Poèmes de Fresnes, 1950 (I Poemi di Fresnes, edizioni Settimo Sigillo 1988)
Anthologie de la poésie grecque, 1950
Six heures à perdre, 1953
la Reine de Césarée, teatro (dramma), 1954, messo in scena per la prima volta nel 1957
Bérénice, teatro (dramma), 1954 (Berenice, Edizioni all'Insegna del Veltro 1986)
Poètes oubliés (Singuliers et mal connus), 1954
Journal d'un homme occupé, 1955
les Captifs, romanzo incompiuto, 1974
[lista non esaustiva]
Suo cognato Maurice Bardèche curò la pubblicazione, per il Club de l'Honnête Homme, delle Œuvres complètes (con molti inediti) in 12 volumi, dal 1963 al 1966.
Bibliografia in Italiano
Lettera ad un soldato della classe '40, di Robert Brasillach, Edizioni Caravelle 1964
Robert Brasillach, di Giorgio Almirante, Edizioni Ciarrapico 1979
Il Processo Brasillach, di Jacques Isorni, Edizioni Barbarossa 1983
Apologia di Brasillach, di Gabriele Fergola, Edizioni Settimo Sigillo 1989
Leon Degrelle e l'avvenire di Rex, di Robert Brasillach, Edizioni il Cinabro 1997
Il Processo Brasillach, di Jacques Isorni. Traduzione e prefazione di Franco Giorgio Freda, Edizioni Ar 2007


 

HANNO AMMAZZATO IL POETA
 
Tutto torna di moda. Tutto conviene al pensiero unico occidentale, che riabilita i figli d’Europa mai riconosciuti, per cercare di renderli accettabili e cucire loro un vestito di democratica rispettabilità. Un processo che non risparmia neppure quei figli giustiziati, perché non volevano piegarsi ad accettare quello stesso pensiero unico, contro il quale si erano sempre opposti. È, così, presto spiegata la ragione di un recente libro che riabilita nientemeno che Robert Brasillach, scrittore e poeta francese, fucilato nel febbraio del 1945 al termine di un processo-farsa, con l’accusa di avere creduto nell’Europa fascista, quell’Europa sconfitta dalla guerra anglo-americana, che dopo la “liberazione”, non doveva più avere alcun diritto di parola ed essere cancellata tout-court dalla società del tempo. Brasillach venne fucilato a trentasei anni, colpevole di un reato di opinione, perchè aveva scelto la “parte sbagliata” della barricata, quella di chi è stato sconfitto. Nei suoi confronti il generale De Gaulle fu inflessibile e decretò la sua condanna a morte: respinse la richiesta di grazia presentata dall’avvocato difensore del giovane scrittore e snobbò una petizione per salvargli la vita, firmata da oltre cinquanta intellettuali francesi, tra i quali Jean Cocteau, Francois Mauriac, Paul Claudel, Albert Camus, Paul Valery. Più tardi, lo stesso De Gaulle dichiarerà che la sua esecuzione era stata necessaria addirittura alla salvezza del Paese. 
Dopo cinquant’anni di oblio, in cui le opere di Robert Brasillach sono state tenute abilmente nascoste, adesso, come avviene ormai usualmente, ecco che la critica letteraria, folgorata sulla via di Damasco e della propria ipocrisia, si accorge di questo poeta, tenuto per decenni ai margini della letteratura europea; ecco che un libro (recensito anche dai grossi quotidiani italiani) ne celebra l’opera, cercando di amalgamare questo scrittore nella grande insalata culturale alla quale, oggi, siamo purtroppo abituati. In fondo, comunque, questa riabilitazione tardiva potrà servire quantomeno a far conoscere al “grande pubblico” la sua vasta produzione letteraria, finalmente svincolata da preconcetti ideologici e da grida di isterici moralisti.
L’Europa non può dimenticare i versi di Brasillach, i sentimenti comunitari espressi nel suo romanzo “I sette colori” e la fierezza verso la comune Patria, di cui noi europei siamo figli purtroppo inconsapevoli: Robert Brasillach fu, tra l’altro, cultore della classicità e della Grecia antica, ma anche megafono della gioventù e della voglia di vivere. Poco prima di essere fucilato, nella prigione di Fresnes in cui era detenuto, così scriveva: «So che in questo preciso momento un certo numero di giovani pensa a me. So che tutti questi giovani sanno che non ho insegnato loro nient’altro che l’amore per la vita, la fiducia nella vita, l’amore per il nostro Paese: so ciò in maniera così certa che non rimpiango nulla di ciò che sono stato». E infatti, fu lo stesso Brasillach a costituirsi al “Tribunale dell’Epurazione”, dopo che nei suoi confronti era stato emesso un mandato di cattura; lo fece perché gli antifascisti avevano arrestato la sua anziana madre, poiché sapevano che il “pericoloso poeta”, per salvarla, si sarebbe di certo consegnato alle autorità. E così fu. Al processo, non rinnegò mai i propri ideali e affrontò il plotone d’esecuzione gridando «viva la Francia, comunque». 
Brasillach sognava un’utopia, che vide realizzata nelle rivoluzioni nazionali che infiammarono l’Europa; fu un convinto nazionalista, ma anche un malinconico e restano memorabili i versi della sua poesia “Il mio paese mi fa male”, in cui piange nel vedere la Francia insanguinata, mortificata e calpestata da eserciti stranieri. Anche la sua idea di fascismo era tutt’altro che identificabile con qualsivoglia spirito autoritario, ed era semmai il frutto di un amore per la vita, espresso in modo assoluto: «Il cameratismo – scriveva – ha bisogno anche della confidenza, della reciproca fiducia, di simpatia, di gioia, di spirito di gruppo e, soprattutto, di non prendersi troppo sul serio. Il nostro cameratismo, in un mondo che cambiava, di giorno in giorno più violento e sottosopra, ci è sembrato un punto fermo, un approdo sicuro, forse l’unico che ci è rimasto. E poi ci ha regalato delle gioie, dei momenti indimenticabili, che non ritroveremo forse più vivi, scanzonati, liberi». 
Ecco chi era il poeta fucilato nel ’45 in nome della riconquistata libertà democratica. 
Scritto da Novopress
“PRESIDENTE: La Corte condanna Brasillach Robert alla pena di morte; ne ordina la fucilazione. UNA VOCE DAL PUBBLICO: È una vergogna! BRASILLACH: È un onore….!” Così si conclude, il 19 gennaio 1945, il processo contro il poeta fascista Robert Brasillach, che alcuni giorni dopo viene fucilato. 
 

 
PROCESSO VERBALE DELL'ESECUZIONE DI BRASILLACH 
 
Alle 8.30, davanti ai cancelli del Palazzo di Giustizia, si forma il corteo delle sei auto nere che debbono accompagnare a Fresnes le persone previste dalla legge e la prassi, per l’esecuzione. [1] Lungo tutto il percorso, un importante servizio d’ordine è costituito da poliziotti armati di mitra. Nei pressi di Fresnes, il servizio d’ordine è molto più nutrito. Lungo il viale della prigione i gendarmi fanno da transenna. Aspettiamo qualche istante con le diverse personalità davanti al cancello d’accesso al grande corridoio che porta al carcere.
Alle 9 in punto, ci rechiamo, seguiti da un plotone di gendarmi, alla divisione dei condannati a morte. Il commissario governativo francese apre la porta della cella di Robert Brasillach e gli annuncia, con voce secca, che la sua domanda di grazia è stata respinta.
Entro, in quel momento, nella cella, con l’Avvocatessa Mireille Noel ed il cappellano. Robert Brasillach ci abbraccia tutti e tre. Poi chiede di rimanere solo col cappellano. Due guardiani vengono a togliergli le catene. Dopo la confessione e qualche minuto di colloquio col sacerdote, mi fa chiamare insieme all’Avvocatessa Noel. Dopo di ché mi consegna le sue ultime lettere che ha preparato per sua madre, la sua famiglia, i suoi amici, l’Avvocatessa Noel e me stesso.
Mi consegna ugualmente i manoscritti delle poesie scritte in prigione e un foglio contenente poche righe con questo titolo: La Morte in faccia.
Ogni tanto mi guarda con un sorriso bonario da bambino. Aveva capito, da ieri, che sarebbe stato per questa mattina.
“Sa”, mi dice, “ho dormito perfettamente!”
Siccome deve vestirsi con i suoi abiti civili, al posto dell’uniforme da condannato a morte che indossa, l’Avvocatessa Noel esce, ed io rimango solo con lui.
“Si, resti con me”, mi dice.
Mi mostra la fotografia di sua madre e quella dei suoi due nipoti.
Le mette nel suo portafogli ed esprime il desiderio di morire con quelle due fotografie sul suo cuore. In quel momento ha una leggera perdita dei sensi, tira un sospiro, e delle lacrime stillano dai suoi occhi. Si volta verso di me e dice, come se volesse scusarsi: “Questo è un po’ naturale. Fra poco, però, non mancherò di coraggio. Stia tranquillo”.
Si veste allora tranquillamente, con molta cura; rifà la riga dei capelli davanti al suo piccolo specchio; poi, pensando a tutto, tira fuori da una pagnotta, un temperino e un paio di forbici che vi aveva celato, e mi consegna il tutto. Mi spiega: “Per evitare che qualcuno possa avere dei guai”.
Ripone i suoi oggetti personali all’interno di una grande borsa. In quel momento, ha sete. Beve un po’ d’acqua dalla sua gavetta. Poi, finisce di accudirsi. Indossa il cappotto blu che portava al processo. Attorno al collo ha messo una sciarpa di lana rossa.
Chiede di intrattenersi col Signor Commissario del Governo, Reboul.
Quest’ultimo si avvicina. E’ rigido per l’emozione, il viso tormentato, da un gran pallore.
Con voce sorda, Brasillach, gli fa la seguente dichiarazione:
“Non ve ne voglio, Signor Reboul. So che voi credete di aver agito secondo il vostro dovere; ma ci tengo a dirvi che io, non ho pensato ad altro che a servire la mia patria. So che voi siete cristiano, come me. E’ soltanto Dio che ci giudicherà. Posso chiedervi un favore?” Il Signor Reboul s’inchina. Robert Brassillach continua: “La mia famiglia è stata molto provata, mio cognato è in prigione, senza motivo, da sei mesi. Mia sorella ha bisogno di lui. Vi chiedo di fare tutto ciò che potete perché sia liberato. E’ stato anche il compagno di tutta la mia gioventù”.
Il Commissario del Governo gli risponde:
“Ve lo prometto”. [2]
Robert Brasillach gli dice, per finire: “Acconsentirete, Signor Reboul, a stringermi la mano?”

Il commissario del Governo, gliela stringe a lungo. [3]

Robert Brasillach mi abbraccia ancora una volta. Abbraccia ugualmente l’Avvocatessa Mireille Noel che è appena rientrata, e gli dice: “Abbiate coraggio, e restate vicino alla mia povera sorella”.

E’ pronto. Apre lui stesso la porta della sua cella. Avanza fino alle personalità che lo attendono e dice loro: “Signori sono ai vostri ordini”.
Due gendarmi si dirigono verso di lui e gli passano le manette. Raggiungiamo il grande corridoio dell’uscita. Passando davanti ad una cella, con una voce chiara, Robert Brasillach grida: “Arrivederci Béraud” e qualche metro dopo: “Arrivederci Lucien Combelle”.
La sua voce risuona sotto la volta, al di sopra del rumore dei passi.
Quando arriviamo nel piccolo cortile dove aspetta il furgone cellulare, si volta verso l’Avvocatessa Noel, le bacia la mano dicendole: “Le affido Susanna e i suoi due piccoli”. E aggiunge: “Oggi è il 6 febbraio, mi penserete e penserete anche agli altri che sono morti, lo stesso giorno, undici anni fa”.
Salgo con lui sull’automobile che ci porterà al forte di Montrouge. Si è seduto, impassibile, prendendomi la mano. Da quel momento, non parlerà più.
Il palo dell’esecuzione è fissato ai piedi di un rilievo erboso. Il plotone, che comprende 12 uomini ed un sottufficiale, ci volta la schiena. Robert Brasillach mi abbraccia tamburellandomi leggermente sulla spalla in segno di incoraggiamento. Un sorriso puro illumina il suo volto ed il suo sguardo non è addolorato.
Poi, molto calmo, tranquillo, senza il minimo sussulto, si dirige verso il palo. Io mi sono un po’ distaccato dal gruppo ufficiale. Lui si è voltato, appoggiato al palo. Mi guarda. Ha l’aria di dire: “Ecco... è finità”.
Un soldato esce dal plotone per legargli le mani. Ma il soldato è emozionato e non ci riesce. Il Maresciallo, su ordine del Tenente prova a sua volta. I secondi passano... Si ode la voce del Tenente che rompe il silenzio: “Maresciallo!... Maresciallo!...”.
Robert Brasillach muove lentamente la testa da sinistra a destra. Le sue labbra disegnano un sorriso quasi ironico. I due soldati raggiungono infine il plotone.
Robert Brasillach è legato al suo palo, dritto, la testa alta e fiera. Al di sopra della sciarpa rossa appariva completamente pallido. Il cancelliere legge la sentenza con la quale il ricorso è stato respinto.
Poi, con una voce forte, Robert Brasillach grida al plotone: “Coraggio!” e, gli occhi al cielo: “Viva la Francia!”
La salva di fuoco echeggia. Il busto di Brasillach si distacca dal palo, sembra innalzarsi verso il cielo; la sua bocca si increspa. Il Maresciallo d’alloggio si precipita verso di lui e gli spara il colpo di grazia. Il suo corpo scivola dolcemente fino a terra. Sono le 9.38.
Il dottor Paul si avvicina al corpo crivellato, per constatare il decesso. Il cappellano ed io lo seguiamo e ci inchiniamo. Il corpo è apparentemente intatto. Raccolgo, per coloro che lo amano, la grossa goccia di sangue che cola sulla sua fronte.
Scritto a Parigi, 6 Febbraio 1945, alle ore 11. [4]
Jacques Isorni
Avvocato alla Corte d’Appello
[1] Signor Francois, Commissario del Governo e il suo cancelliere; Signor Reboul, Commissario del Governo; Signor Raoult, giudice istruttore e il suo cancelliere; Il Direttore Paul; il Tenente-colonnello che comanda il forte di Montrouge, ecc.
[2] In seguito, il Signor Reboul, al quale ho mostrato questo testo, scritto subito dopo l’esecuzione, avrebbe ricostruito il dialogo nel seguente modo:
R.B: “Non ve ne voglio, Signor Reboul”.
Sig. R.:”Neanch’io, Signor Brasillach, non ve ne ho mai voluto.”
R.B. “So che avete agito secondo il vostro dovere. Ma vi chiedo di pensare, un giorno, che ho avuto l’intenzione di servire il mio paese. Non vi chiedo alcuna risposta”.
Sig. R.: “Non ve ne darò. Ma noi abbiamo almeno un sentimento comune...”
R.B.: “So che siete Cristiano”
Sig. R.: “Signore, siete di fronte alla morte. Dio ci giudicherà”.
R.B.: “Si, solo Dio, in effetti, ci giudicherà”.
[3] Nota dell’editore: Quella promessa non è stata mantenuta.
[4] Ho redatto il verbale dell’esecuzione. Preferisco lasciare la forma essenziale di un verbale. Ho descritto ciò che ho visto. Ho ripetuto ciò che ho ascoltato. Non aggiungo che questo: quando il corpo di Robert Brasillach fu portato via, il Commissario del Governo estrasse il suo orologio: “Avete notato” dice “come abbiamo rispettato l’orario?”


 
 


 
 
 
 
 

IL TESTAMENTO DI UN CONDANNATO

A trentacinque anni prigioniero come Villon, incatenato come Cervantes, condannato come Andrea Chenier, prima dell'ora dei condannati, come altri in altri tempi, su questi fogli scarabocchiati inizio il mio testamento.
 Per sentenza, dei miei beni terreni mi si vuol togliere il possesso.
E' facile, non ho terre ne tesorie i miei libri, le mie visioni possono essere dispersi al vento:
amore e coraggio non sono soggetti a processo.
Per prima cosa lascio l'anima mia a Dio suo creatore, nè santa nè pura, lo so, soltanto l'anima di un peccatore.
Possano i Santi francesi quelli della fiducia, dire egli non arrivò mai.
A peccare contro la speranza. Cosa donare alla mia patria se ella stessa mi ha scacciato?
Ho creduto d'averla servita e l'amo sempre, anche oggi. Essa mi ha dato il mio paese, e la lingua che è stata mia. Io non posso che lasciarle qui il mio corpo, in terra sconsacrata.
E poi lascio il mio amore, la mia infanzia, il mio cuore, il ricordo dei primi giorni, il cristallo della più pura felicità.
Ah! Lascio tutto ciò che amo il primo bacio, la freschezza, lascio veramente tutto me stesso, il meglio, se pure ve ne è.
A te o prima immagine, al sorriso sulla mia culla alla tenerezza e al coraggio, alla magia dei giorni tanto belli, sole anche fra i singhiozzi, fierezza nei tempi peggiori, a te che non importa l'età del tuo bambino.
E per te, sorella, amica mia,(ho passato tanto poco tempo lontano da te, e per tutta la vitai nostri cuori hanno palpitato insieme)quello che lascio sono i fienili della vecchia primavera, i giochi della giovinezza, le passeggiate da studenti. In mezzo alla neve gelatala gaiezza è soltanto tua, tuo il sorridere al di là le sbarre lontane tu così fiera, indomita, sorridente nella sfortuna, amica di sempre, sorella di gioia e di dolore.
A te, ancora, che ho visto nascere quando avevo dodici anni, o sorellina, ti sei affacciata alla vita in giorni foschi.
A te tutto ciò che abbiamo trovato, il disprezzo dei cuori vili, il silenzio che ci riunisce, e l'onore che non si infrange. O bambini miei, voi che non mi dimenticherete(e forse altri verranno dopo di me)voi m'avete dato quaggiù i vostri giuochi e i vostri abbracci, il vostro sonno da custodire: ecco vi parlo sottovoce e vi rendo tutte queste meraviglie.
Ed eccomi a te, Maurice, fratello della mia giovinezza, cosa potrei donarti a te che lascio che non sia anche tuo?
Parigi che ci fu cara Firenze che appare, e, con le strade brulle e rosse, sempre la nostra Spagna.
Ma ecco soprattutto, fratello mio, il coraggio della giovinezza: nessun caso o disperazione, guarda tutto con fiducia. Dallo stesso destino ben mascherato noi desideravamo solo un disegno chiaro, così è stato. E niente ci ha negato fra i doni che poteva recarci. Bene o male, accettiamo il premio! Glielo rendo, tutto alla rinfusa. Ma lascio a te il meglio, i diciassette anni, la nuova alba, i colori del mattino avanzato, i nostri anni uguali e belli, i bimbi della nostra casa, e la nostra giovinezza immortale. E poi ecco i miei amici, a ognuno il suo ricordo, a voi di ieri, a voi di oggi, voi mi siete intorno senza scappare,voi accendete al mio passaggio il più bel fuoco dell'avvenire. Tendo le mani verso i vostri volti che mi aiutano ad essere forte. Caro Josè, ecco la città, la corte di Luigi il Grande Georges, per lo stato futuro,ecco le strade nelle campagne. Henry, ecco i Lungosenna, e i libri da sfogliare, e il paese delle Sirene che avremmo dovuto visitare.
Ecco Natale a Vendome, Notre-Dame dei pellegrini. Il passato è stato tanto bello non bisogna accusare il destino. Fino al termine del nostro viaggio terreno, abbiamo sempre visto il meglio, la consapevolezza di noi stessi, la giovinezza del nostro cuore.
E per te, amica mia, tanto tempo dopo la nostra adolescenza, non ho che strani ricordi da lasciarti: poche gioie, certamente, e molte pene, l'asilo dove cercai di proteggere la mia vita nel mezzo dei giorni peggiori, e ciò che mai si dimentica.
A voi, fratelli di guerra, camerati dei fili spinati fedeli in ogni disavventura, non cessate di parlarmi. Ecco le nostre nevi sul campo, ecco le nostre speranze di esuli, le nostre lunghe attese, la nostra limpida fede. E voi, giovani del mio paese ecco le parole che abbiamo pronunciato, i nostri fuochi nel campo della notte, e le nostre tende nei boschi,voi lo sapete meglio di chiunque, ho voluto preservare la patria dal sangue versato, a voi dono, amici miei, questo sangue custodito. Caro Well, pilastro incrollabile, il popolo minuto del mercato, la via brulicante, le carrette degli ortolani,sono cose tue, testardo amico, che nell'ombra sembri indovinare, ciò che la fede duratura, malgrado l'apparenza, spera.
E voi, ultimi arrivati, amici dei giorni peggiori, prigionieri rinchiusi dalle sbarre, custodite le mie ultime ore di condannato custodite il freddo e il fastidio: per chi non avrà neanche questi essi sono dei tesori.
Ed io l'ho conosciuti con voi. Qualche ombra, qualche immagine ha ancora diritti a qualche briciola: affrettiamoci quindi nella spartizione prima che si compi il destino.
Tutti coloro, uomini e donne, che sono entrati nel mio camminopossono nella notte lucenteaspettare il mattino con me. Per tutti loro avevo mani traboccanti:esse sono ora vuotedei ricordi più lontanie del passato più commuovente.
Non conservo da portareal di là della vita terrena,lontano dai piaceri umani,che quelle che furono le mie amicizie,solo ciò che non mi si può strappare, l'amore e il gusto della terra, il nome di quelli che vengono nel mio cuore nelle notti tristi; gli anni della mia felicità, la fiducia dei miei fratelli, e sempre il pensiero dell'onore e l'immagine di mia madre.
22 Gennaio 1945
 
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