sabato 24 giugno 2017

Si può distruggere il Califfato. Non la Jihad


Si può distruggere il Califfato. Non la Jihad, perché è un'epidemia, ideologica, sociale, esistenziale 
di Massimo Fini 
  
Nonostante la furiosa e disperata resistenza degli uomini di Al Baghdadi, Mosul e Raqqa, le roccaforti di quello che ai suoi esordi si chiamava ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’, definizione che avrebbe già dovuto mettere in allarme, stanno per capitolare e il Califfato per essere spazzato via dalla faccia della terra. Ma con esso non sparirà la Jihad. Perché la Jihad è un’epidemia, ideologica, sociale, esistenziale, che finora, oltre che in Iraq e in Siria, si è manifestata, sia pur in forme non omogenee, in Libia, in Egitto, in Tunisia, in Algeria, in Marocco, in Somalia, in Mali, nelle Filippine, in Bangladesh, in Pakistan (l’Afghanistan fa storia a sé) e potrebbe contagiare anche gli occidentali propriamente detti (non solo i figli degli immigrati che vivono in Europa e i figli dello ‘ius soli’).
Le ragioni più profonde della Jihad, di questa Jihad, che solo in parte, più in superficie che nella sostanza, appaiono religiose, emergono da uno splendido libro Ma quale paradiso? Tra i jihadisti delle Maldive (Einaudi) non a caso recensito in modo entusiasta dal fisico Carlo Rovelli, che non è proprio l’ultimo della pista, di Francesca Borri, collaboratrice del Fatto e di una ventina di media internazionali, che nonostante la giovane età (37 anni) ma già con una lunga esperienza sul campo, a partire dal Kosovo, è secondo me il migliore inviato di guerra oggi in circolazione, perché ha il coraggio degli storici inviati del Giornale Gian Micalessin e Fausto Biloslavo (per la verità Biloslavo, se fosse per lui, si metterebbe anche a combattere) ma a differenza di costoro, filoamericani e filoccidentali a oltranza, il che nuoce non poco all’obbiettività delle loro corrispondenze del tutto unilaterali, è molto più ‘open mind’, mentre di Lorenzo Cremonesi, l’inviato di punta di Esteri del Corriere, ha la limpidezza nell’esporre ma ci mette una passione che l’altro non dimostra per cui i suoi scritti sono più affascinanti.
Le motivazioni più profonde e più vere della Jihad vengono fuori dai colloqui (Borri non intervista, conversa con gli interlocutori, cerca cioè di capire anche le ragioni dell’’altro’, cosa proibitissima in tutto il mondo occidentale per non dire in Italia) che la giornalista ha con gli jihadisti delle Maldive (circa 300 sono partiti per l’Iraq, per la Siria e per altri luoghi di combattimento).
Nelle Maldive lo jihadismo nasce dai resort. Dice Kinan: “I camerieri, i cuochi, ormai vengono tutti dal Bangladesh, sono tutti immigrati disposti a farsi trattare come schiavi. Mentre per le mansioni superiori, quelle a contatto con i turisti, vogliono solo occidentali. Solo bianchi…Qui accoltelli fino a quando non vieni accoltellato, nient’altro. E per una guerra che non è la tua. In Siria, se non altro, sarei ucciso per una ragione migliore”. Dice Mohamed studente ventenne in partenza per la Siria: “L’Islam è giustizia. Giustizia come è intesa ovunque. Come uguaglianza di diritti e di opportunità…Qui non siamo cittadini. Siamo mendicanti”. La Jihad è una questione innanzitutto sociale, oltre che esistenziale, il tentativo di recuperare una dignità perduta. Un combattente di Aleppo, parlando con la Borri aggiunge: “La sicurezza non viene dalle armi, è inutile. Viene dalla giustizia. Oggi nel mondo una minoranza della popolazione possiede tutto. Quanto sarà? Il 10%? E però voi non è che pensate che il mondo così non può funzionare: pensate che volete essere in quel 10%. Poi dici a me violento. Non siamo mica più brutali di altri. Per niente. Avessimo i droni, staremmo anche noi ad abbattervi con il telecomando. Senza mezzo schizzo di sangue. In fondo voi volete liberare noi. E noi vogliamo liberare voi”.
Il grande reportage della Borri, che parla dal campo, conferma un’intuizione che, da qui, avevo avuto in due pezzi pubblicati dal Fatto, il primo del 29.6.2016 intitolato Califfo in salsa marxista, il secondo del 5.3.2017 che concludevo con queste parole: “Io leggo l’Isis, in ultima istanza, come una guerra che i popoli poveri, o almeno una parte di essi, stanno muovendo a quelli ricchi”.
Massimo Fini