mercoledì 26 aprile 2017

ORA E SEMPRE, DEFICIENZA !

   
 
IL FIORE DEL PARTIGIANO HA DATO LA RIPROVA DELLA SUA PUZZA
TRAMITE I SUOI NIPOTINI
 
 
 ONORE AD
 Antonio Locatelli tre volte
Medaglia d'oro
 Eroe della Guerra e della Rivoluzione
 
 
Riportiamo per intero l'articolo del Corriere della sera
 
«Assassino»: imbrattata
la fontana di Locatelli
E l’Isrec attacca su Paglia
 
Scritta sul monumento, polemica sul padre del partigiano
 
Sul 25 Aprile si allunga l’ombra dei blitz contro la memoria di Antonio Locatelli, come accadde il 3 ottobre 2015 (80 anni esatti dall’inizio della guerra d’Etiopia) quando fu gettata vernice rossa nella fontana intitolata all’aviatore bergamasco. Nella notte tra lunedì e ieri i cartelli di via Locatelli sono stati coperti con la dicitura: «A. Locatelli - Partigiana». E in giornata la scritta «assassino», con spray blu, è spuntata proprio sulla fontana. «I soliti cretini — ha commentato l'assessore Marco Brembilla —. In una giornata di festa non c’era nessuno che potesse intervenire. Domani (oggi per chi legge, ndr) una ditta specializzata si attiverà rapidamente per la pulizia».
  
Sempre ieri, il presidente dell’Isrec Angelo Bendotti ha aperto un nuovo fronte, in materia di intitolazioni. Fra le vie «inammissibili», secondo Bendotti, c’è anche via Paglia. «Alla fine della guerra fu dedicata a Giorgio, eroe della Resistenza — ha raccontato —. Il consiglio comunale negli anni ‘50 aggiunse il padre, Guido: anche lui medaglia d’oro, ma nell’aggressione all’Etiopia del 1936». Destini diversi. Dopo la cattura alla Malga Lunga Giorgio avrebbe potuto salvarsi grazie al ricordo delle imprese paterne, ma preferì la fucilazione con gli altri partigiani.
La disputa sulla cittadinanza onoraria a Mussolini è stata invece riaccesa da un appello di Paolo Berizzi, l’inviato di Repubblica sotto protezione delle forze dell’ordine a causa di una serie di minacce provenienti da ambienti neonazisti di cui ha scritto in più inchieste. «Revochiamo la cittadinanza — ha detto —. Non è una sterile rivincita a posteriori, ma un segno di civiltà». Giorgio Gori ribadisce la linea già espressa un paio d’anni fa: «Non cambio idea. Sarebbe revisionismo, un errore che creerebbe fratture: invece rimane lì come monito di come si possa sbagliare».
 
Appena può rinunciare all’ombrello, la fiumana del 25 Aprile issa le bandiere. Quelle rosse di sinistra e della Cgil, vessilli cubani o dell’Ypg, il partito-milizia curdo. Il Pd, oltre alle insegne di partito, sventola il blu dell’Ue, lo fa anche Gori, accogliendo l’invito dei dem milanesi. Il sindaco ricorda «chi cerca libertà, dignità e pace a pochi chilometri dai nostri confini». I centri sociali contestano: fischi e cori («Venduto!») che si spengono dopo gli applausi di solidarietà della platea. «Senza Europa unita, non c’è pace — arringa Gori —. Si sono evidenziati squilibri ed egoismi, una visione tecnocratica che ha portato a una crisi di fiducia, ma dobbiamo batterci per l’Europa».
 
Riparte da «pace, solidarietà, cibo, partecipazione» il presidente della Provincia, Matteo Rossi: «Resistenza vuol dire rompere il silenzio sulla violenza che distrugge il mondo. Chi bussa alle nostre porte si sente dire: “Aiutiamoli a casa loro”. Ma quale casa, se non ne hanno più?». La banda suona, qualcuno intona «Bella ciao». Il camioncino dei centri sociali vira sui «Cento passi» per Peppino Impastato e sui comizi anti sistema.
 
Racconta i giorni del dramma Giovanni Grassi, 97 anni, uno dei pochi reduci della divisione Acqui: i «martiri» di stanza a Cefalonia. La scelta di non arrendersi, le esecuzioni sommarie dei tedeschi. Le sue parole azzerano il caos chiassoso. Il 25 Aprile è anche commozione collettiva e solenne, la città che si stringe nel ricordo, le corone deposte al monumento al Partigiano e sotto la Torre dei Caduti.
 
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