sabato 1 aprile 2017

LA SIGNORA GABRIELLA ... E INTERNET

Internet fa emergere l’odio

che è in noi

La rete è un luogo complesso. Dove si replicano dinamiche e rapporti di forza reali. E dove troppo spesso si naviga a vista. Senza conoscerne le regole

Ma da dove arriva tutto questo odio? A sentire quel che si dice in giro il mistero sembrerebbe facilmente risolvibile: l’odio nel quale siamo immersi viene da Internet. La Rete, del resto, è un capro espiatorio formidabile per qualsiasi nostra debolezza, può essere incolpata di quasi tutto, senza grandi timori di essere smentiti. Non servono numeri (che non ci sono), non servono confronti con gli altri Paesi del mondo (che nessuno fa) per poter accusare Internet di aver corroso le convenzioni sociali e averci trasformati nel giro di pochi anni in perfetti odiatori da tastiera, in agguato, dietro lo schermo, aspettando la nostra prossima preda.
Del resto ciascuno di noi ha sperimento prima o dopo una delle molte forme di violenza verbale che gli ambienti digitali consentono, ne è stato vittima o spettatore. Come accade sempre il racconto sociologico degli spazi digitali è mediato da esperienze piccole e personali: ognuno di noi osserva il mondo dalla propria lente deformante e ne trae le opportune generalizzazioni.
Esiste una correlazione lineare fra la cultura digitale di un Paese e le sue prassi di utilizzo dei mezzi di comunicazione online. Non potrebbe essere diversamente. Internet è un alfabeto come un altro, anche se più complesso. È un luogo sociale articolato, nel quale i comportamenti si modellano nel tempo, anche perché nessuno (ancora) li insegna a scuola. Quella che gli anglosassoni chiamano digital literacy è una forma di competenza oggi tanto indispensabile quanto misconosciuta.
Così la gran parte di noi naviga in rete a vista: alcuni imparano poco alla volta dai propri errori, seguendo il percorso dell’amatore che apprende attraverso l’esperienza e la passione. Tutti gli altri, che sono la maggioranza, utilizzano le parole di quell’alfabeto a caso: ma spesso la composizione di simili frasi produce mostri. Una giornalista raggiunge in un paesino delle Marche la signora Gabriella, salita ai "disonori" delle cronache perché un suo commento su Facebook è stato citato da Laura Boldrini fra gli esempi di messaggi d’odio che la Presidente della Camera riceve quotidianamente in rete.
La signora Gabriella è pentita, si vergogna e piange, dice di sapere poco o nulla di come funziona Internet, confessa alla giornalista che non andrà a Roma dove è stata invitata per un chiarimento; poi pubblica su Facebook un messaggio di scuse scritto tutto in maiuscolo che Boldrini a sua volta cita nella sua pagina. 
Gabriella aveva scritto in rete che Boldrini era una “puttana andicappata”:
 dopo la citazione della Presidente della Camera era stata lei stessa oggetto di pesantissimi insulti.
A molti l’idea di Boldrini di combattere l’odio in rete generandone altro non era sembrata delle più efficaci, se non altro perché una simile scelta non tiene conto dei sotterranei rapporti di forza che ovviamente anche in rete esistono. Quando Boldrini elenca per nome e cognome i propri odiatori dal proprio profilo con centinaia di migliaia di follower, oppure quando Enrico Mentana sulla sua pagina Facebook apostrofa uno sconosciuto con il neologismo “webete”, le dinamiche sociali che vengono scatenate sono facilmente prevedibili.
Forse soddisfano un istinto di rivalsa che ciascuno di noi nasconde ma dicono qualcosa anche della digital literacy di chi le utilizza. E a essere sinceri non ne parlano bene. La difesa d’ufficio di Internet prevede a questo punto la citazione della sua neutralità. Ciò di cui si sta parlando, come sempre, siamo noi. L’odio che osserviamo non è quello dei cosiddetti “leoni da tastiera”, strani esseri antropomorfi degni del Manuale di Zoologia Fantastica di Borges, ma il nostro, quello banale delle nostre carte di identità.
Quello della nostra poca cultura, dei libri che non leggiamo, della modesta classe dirigente che riusciamo a produrre. Il linguaggio di Matteo Salvini o quello di Beppe Grillo sono il nostro linguaggio, al quale, forse, un brillante comunicatore web ha aggiunto il cinismo necessario per renderlo più incisivo. Ma una difesa del genere, pur basata su evidenze difficilmente contestabili, non può da sola essere sufficiente.
Non oggi, in questo momento di passaggio nel quale l’alfabeto digitale è patrimonio di pochi mentre l’utilizzo di Internet è diventato ubiquitario. Quasi trenta milioni di italiani utilizzano la Rete ogni giorno: incessantemente trasformano i loro pensieri in brevi frasi di testo, spesso con modesta cognizione di dove siano e cosa stiano facendo. Così l’odio che vediamo attorno a noi in rete è il risultato di come siamo, ma è anche figlio di questa incertezza, del trasloco faticoso da un set di regole a un altro.
In fondo abbiamo due sole possibilità per il futuro: utilizzare gli ambienti digitali come alibi per le nostre debolezze, sottolineandone le demoniache possibilità di moltiplicarne gli orrori. Oppure potremo immaginare simili ambienti come un’occasione per migliorare noi stessi, una scommessa di maggiore libertà e cultura. La prima opzione è il luogo in cui siamo adesso, la seconda è quello nel quale sarebbe bello incontrarci domani.

di Massimo Mantellini

FONTE: http://pagina99.it/2017/03/30/internet-odio-rete-hate-speech/