lunedì 24 aprile 2017

IL MASSACRO DEI VINTI


 
 

Questa è una storia che non frutta milioni, non faranno un bel film per TV,
Ma farà sbadigliare di noia i ragazzi alla Gucci e Cardin
Perché parla di un vecchio sereno con gli occhi sempre fissi nel sole
Col viso coperto di rughe e il sorriso più dolce del mondo!

Viveva un po' fuori città, sulle rive del lago di mezzo
Parlava di giorno coi cigni e di notte ripensava al passato
A quando quel giorno in aprile per avere creduto in un uomo
La donna gli avevano ucciso contro un muro in piazza Del Duomo!

Era stato Lupo il gappista con tre colpi nel mezzo del petto
Si diceva che fosse un artista dell'agguato e del colpo alle spalle
Gliel'hanno detto che era il tramonto, anche il sole lo lasciava da solo,
Ma voleva saldare quel conto, Lupo morto, lo avrebbe giurato!

Ma quel sole così eterno e lontano solo un attimo si fermò all'orizzonte
Per guardarlo in fondo negli occhi, illuminargli un momento la fronte
Ha lasciato cadere il fucile per quel raggio di fuoco lontano
E sapeva che a colpire quel vile non sarebbe mai stata la sua mano!

Ed un giorno sulle rive del lago, mentre stanco se ne stava un po' assorto
Dopo un tonfo ed un gemito vago la corrente gli portò lì un morto
Era il corpo di Lupo il gappista, sì, l'artista di agguati e menzogne
Un raggio gli aveva abbagliato la vista mentre in Jaguar passava quel ponte!

L'ha guardato un secondo od un giorno, non saprebbe mai dirlo davvero
E poi fece verso i cigni ritorno, verso il sole li portò poi un veliero
Questa è una storia che il lago racconta, no, non c'è sui tuoi libri di scuola
Non la sentirai narrare nelle piazze perché solo sul lago ora vola!

 
 

 
LA STORIA NON SI CELEBRA, SI STUDIA

Ogni anno, con l’approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione. E’ un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia. Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente.
Tutto bene tranne che…
 Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma cosa sappiamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco.
E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla.
Conosciamo tutti la triste vicenda dei 7 fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, tra cui una donna, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera?
Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e militi della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo essersi arresi e aver deposto le armi.
 Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena.  Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro.
Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant’anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo, che “in effetti qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono….però” e qui incomincia la solita tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal nobile fine, esattamente come le Foibe, anch’esse nascoste per sessant’anni e poi presentate come reazione alla presunta oppressione fascista.
Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato. Dipenderebbe solo dalla potenza di comunicazione e dalla forza di persuasione di chi detiene il potere.
Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale – quella scritta dei vincitori – e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Il risultato è stato che man mano colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di sciogliermi.
Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali ”patrioti e combattenti per la libertà”.
Il movimento partigiano pur essendo variegato e spesso al suo interno profondamente diviso era militarmente e, soprattutto, politicamente egemonizzato dal Partito Comunista Italiano (Pci), all’epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordine (e denari) tramite Togliatti, stretto collaboratore di Stalin, che infatti viveva in Russia.
Obiettivo dichiarato di questi partigiani era quello di fare dell’Italia, una volta sconfitto il fascismo, uno stato comunista satellite dell’Unione Sovietica e di instaurare la dittatura del proletariato.
Non si capisce quindi su quale base logica e storica i partigiani si possano definire tout court patrioti e combattenti per la libertà. Se l’Italia è oggi una Repubblica “democratica” (sul concetto di democrazia, altro grande equivoco, torneremo) non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel ’45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana.
Il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu, infatti, del tutto marginale se lo rapportiamo all’enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati. Le fila partigiane s’ingrossavano man mano che l’esercito tedesco si ritirava sotto l’incalzare degli angloamericani. Gli stessi americani avevano una scarsa considerazione dei partigiani e li tolleravano solo perché facevano per loro il lavoro sporco come assassinare i gerarchi fascisti e fare attentati dinamitardi per suscitare la rappresaglia tedesca che fu quasi sempre spietata e spropositata.  
Il 25 aprile del ‘45 Mussolini era a Milano e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu “liberato” dai partigiani che si abbandonarono ad una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari. Come testimoniano le lapidi al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano che raccoglie le spoglie dei fascisti (di quelle che si riuscì a recuperare, oltre un migliaio) molti dei quali barbaramente assassinati o fucilati ben oltre il 25 aprile e dopo che ebbero deposto le armi (il canale Villoresi era rosso del sangue delle vittime, mi disse un vecchio fascista scampato alla mattanza).
Lo stesso discorso riguarda la Russia di Stalin la quale contribuì in maniera determinante alla sconfitta della Germania nazista, pagando per questo un pesante tributo di sangue, ma al solo scopo di estendere il suo dominio su tutto l’est europeo e non certo per portare in quelle sciagurate terre democrazia e libertà.
Non dimentichiamoci poi che l’Unione Sovietica fu alleata della Germania nazista fino al 1941 con la quale si spartì la Polonia due anni prima.Particolare importante che la storiografia ufficiale nasconde -  perché farebbe smontare in un sol colpo la tesi di comodo della “lotta della democrazia contro la tirannide” – riguarda la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia: fu dichiarata alla Germania, ma non alla Russia pur avendo anch’essa attaccato la Polonia alcuni giorni dopo da est. Perché? Evidentemente la Polonia fu solo un pretesto per muovere guerra alla Germania, mentre Stalin, che dopo la Polonia si apprestava ad invadere la Finlandia e ad annettersi le deboli Repubbliche Baltiche con l’assenso occidentale, era considerato già da allora un prezioso alleato, ben sapendo che questi era uno spietato dittatore, che con le sue “purghe” aveva massacrato, deportato nella gelida Siberia e ridotto alla fame milioni di russi, molti dei quali ebrei, definiti “nemici della rivoluzione” (ma questo evidentemente alle democrazie occidentali, America in testa, poco importava).
 Il secondo dubbio riguarda la definizione di “guerra di liberazione”, quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi 18 mesi la guerra non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli. La guerra è una realtà tragica e quella civile lo è ancor di più, in queste circostanze gli uomini tendono a perdere la loro dimensione umana per accostarsi a quella bestiale, per cui o stendiamo un pietoso velo e consideriamo tutti i morti uguali e rispettiamo gli ideali che animarono le loro azioni giusti o sbagliati che possano apparire, oppure la storia la raccontiamo tutta e per intero, senza reticenze e convenienze politiche.
Altro grande equivoco riguarda la presunta invasione nazista dell’Italia: tedeschi non invasero l’Italia, c’erano già. Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, il governo Badoglio chiese aiuto all’alleato tedesco per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia.
I soldati italiani e tedeschi si ritrovarono, quindi, a combattere spalla a spalla contro l’invasore americano fino all’8 settembre ’43, quando il Re e Badoglio, con estrema disinvoltura e lasciando allo sbando il nostro esercito, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenando l’ira di Hitler.
Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi  e confermati dai libri matricola, in seicentomila (quanti fossero i partigiani è invece ancora oggi un mistero), frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.
Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito Esercito Fascista Repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali, ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.
Questi giovani, uomini e donne, potevano al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la tempesta passasse, oppure andare con i partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero.Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere,  consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni.
Furono migliaia e migliaia in tutta Italia i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena (solo per citarne alcuni).
Un capitolo a parte lo meritano le ausiliarie, Il primo reparto al mondo di donne combattenti, addestrate senza nessuna differenza con i loro commilitoni maschi. Il loro tributo di sangue fu altissimo, catturate dai partigiani venivano spesso stuprate e uccise. A guerra finita molte di loro, rapate a zero, furono costrette a passare su carri bestiame tra ali di folla inferocita, sottoposte a insulti e angherie di ogni genere.
Il terzo dubbio riguarda la modalità di lotta dei partigiani. Mentre i fascisti come abbiamo visto combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo anch’essi vestire una divisa – essendo armati e finanziati dagli americani- e pur potendo combattere nell’esercito  italiano di Badoglio secondo le regole di guerra, preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti.
Il fine era infatti quello di scatenare la rappresaglia tedesca e creare i presupposti per quella guerra civile, poi eufemisticamente definita di “liberazione”, le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.
Non si capisce infine l’ostinazione dei partigiani con la quale insistono nel definirsi militari nonostante una sentenza del Tribunale Supremo Militare abbia negato loro tale status, attribuendolo invece ai combattenti fascisti della Repubblica Sociale Italiana.
La sentenza del 26 aprile 1954 del Tribunale Supremo Militare Italiano afferma senza mezzi termini che:
«i combattenti delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana avevano la qualità di belligeranti perché erano comandati da persone responsabili e conosciute, indossavano uniformi e segni distintivi riconoscibili a distanza e portavano apertamente le armi.  Gli appartenenti alle formazioni partigiane, viceversa, non avevano la qualità di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili e non portavano apertamente le armi, né erano assoggettati alla legge penale militare»   
Sono questi i dubbi su cui mi piacerebbe si sviluppasse un sereno dibattito, scevro da pregiudizi ideologici e senza reticenze, finalizzato a capire la storia e non solo a celebrarla, come purtroppo avviene da oltre sessant’anni.

Gianfredo Ruggiero presidente del Circolo Culturale Excalibur


Ines Gozzi. Siamo a Costelnuovo Rangone, in provincia di Modena. Ines Gozzi, di ventiquattro anni, laureanda in lettere, era sfollata da Modena con la famiglia a Castelnuovo Rangone e là aveva trovato un impiego, quale interprete, presso il comando tedesco del luogo. In questa sua veste si prodigò quotidianamente in favore della popolazione. Sul finire del settembre 1944, anzi, allorché i partigiani uccisero due soldati tedeschi, Ines riuscì ad evitare una spietata rappresaglia germanica, salvando la vita a numerosi ostaggi ed evitando l'incendio di molte case del paese; da quel momento, tutti la definirono la «salvatrice». Ma Ines era fidanzata con un ufficiale fascista. Tanto bastò perché venisse decretata la sua condanna a morte. Nel tardo pomeriggio del 21 gennaio 1945, infatti, la giovane studentessa venne prelevata insieme al padre. I due furono portati in aperta campagna. Là Ines Gozzi fu violentata sotto gli occhi del genitore. Poi, i due sventurati vennero finiti con un colpo alla nuca e i loro cadaveri furono gettati in un pozzo nero. I responsabili del duplice delitto, identificati a guerra finita, vennero processati, ma furono assolti per avere compiuto un'«azione di guerra»
l'uccisione del povero Virgilio Ferrari di anni 15, colpevole di essere solo una povera mascotte..
Un giovanissimo quindicenne mascotte degli Alpini , assassinato senza pietà dai partigiani comunisti.
Dal 1943 al 1945, molti reparti dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, avevano nei loro ranghi, giovanissimi soldati, che svolgevano diversi ruoli di supporto sempre e comunque funzioni non combattenti : staffetta portaordini , postino per i soldati , piantone, portabandiera.
Questi ragazzini erano quindi, in buona sostanza, delle vere e proprie “mascotte” che non partecipavano ad azioni di fuoco anche se nell’espletamento delle loro funzioni rischiavano di essere colpiti dal fuoco nemico.
Margherita Audisio, vent’anni. Il fratello Antonio si era arruolato nel battaglione Lupo della Decima Mas, ma ammalatosi gravemente, Margherita Audisio 1° Corso Ausiliarie 1944 durante l’addestramento fu rimandato a casa, allora era partita lei. Catturata, alla fine della guerra, fu condannata a morte e fucilata a Nichelino il 26 aprile del 1945. Innamorata dell’Italia, aveva scelto volontariamente di servire il Duce a Salò come altri membri della sua famiglia, ben cinque erano partiti volontari esattamente come lei, comprese la madre e la sorella. 


Cerimonia alla Croce per il Capitano medico Pietro Azzolini della Gnr -RSI 
trucidato dai partigiani a Costa Borga (RE) 

Dal libro partigiano "La formazione del Comitato di Liberazione Nazionale Vercellese" di Mario Grato Ferraris.
Il libro, edito nel lontano 1963, in calce al secondo capitolo, recita :
" Il 25 aprile 1945........Si videro cose belle e molte altre che il tacere è meglio. L'Italia, rivendicata alla democrazia, assistette però a scene orribili di lotta e di vendetta che amareggiarono tutti gli onesti e ben pensanti o semplicemente tutti coloro che avessero un minimo di umanità e di buon senso. Ancora adesso si rifugge dal parlarne per ovvio motivo di buon gusto." Nella foto del 17 maggio 1945, il "processo" di piazza a Varallo dei 18 fascisti, tra cui spicca una donna coi capelli rasati, che verranno immediatamente fucilati a gruppi di 6 nei dintorni dell'abitato. Tra di loro anche il padre di Maria Laura Bellini, trucidata dai partigiani a Biella il 16 gennaio 1945 a soli 17 anni.
 

 Croce in memoriade i prigionieri italiani e tedeschi trucidati dai partigiani
 a Cervarolo di Villa Minozzo (RE) nell'Aprile 1945.

 
 
 
 
Giulio Taiti, macellaio settantenne di Forte dei Marmi, destinato a morire a Dongo (è il caduto all’interno dell’autoblindo), lascia detto ai familiari, prima della partenza per il Nord, di “compiangerlo solo se fosse morto tra due lenzuola. Se una pallottola lo avesse colpito con le scarpe ai piedi, dovevano allora far festa e seppellirlo con la camicia nera”
(citato in “Dongo, l’ultima autoblindo” di Florido Borzicchi)











 
 
 














Pietro Chesi
il ciclista fiorentino in camicia nera
Fucilato dai partigiani il 15 agosto 1944


Carlos De Maere, di nazionalità belga, risiede al Alassio quando si iscrive al PFR e, settantenne, viene inquadrato su sua richiesta- nella Brigata Nera “Antonio Padoan” di Imperia, con il grado di Maggiore. Mentre il figlio Maurizio, Milite scelto del Battaglione “M” d’assalto “Pontida”, prova a raggiungere la Valtellina, con la cosiddetta “Colonna Morsero”, la casa del De Maere viene attaccata dai partigiani. L’anziano Ufficiale, con la moglie Francesca e la figlia Laura, si difende finchè può….esaurite le munizioni, i tre si suicidano





Dronero (Cuneo) 

Virgilio Ferrari mascotte di un reparto della Repubblica Sociale Italiana, nato a Milano il 3 dicembre 1929, decide di aderire alla R.S.I. e si arruola nel Battaglione Aosta della Divisione Alpina Monterosa a Dronero. Verrà "giustiziato" insieme a due ragazze : Paola De Bernardi e Rosina Piana e a un giovane delle Brigate Nere
 
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