martedì 14 febbraio 2017

[Recensione] “San Babila, la nostra trincea”, di Cesare Ferri

L’ultima fatica letteraria di Cesare Ferri è anche la più coraggiosa dal punto di vista umano, perché osa mettere a nudo tutta la propria vicenda personale.
 
Anche le precedenti opere erano tutte fortemente autobiografiche, ma queste vicende personali e private erano adombrate dalla trama del romanzo, che le rivestiva. Anche se dalla lettura dei precedenti romanzi scaturivano invariabilmente i contenuti significanti l’esperienza di Ferri e le riflessioni che, con lo scorrere del tempo, ne erano maturate, un velo, a volte spesso a volte sottile, separava la storia raccontata dalla storia vissuta.

Con San Babila, questi veli non ci sono. Abbiamo detto che l’autore osa mettere a nudo, la propria vicenda personale. Cosa questo significhi, ed i rischi che questa operazione comporta pochi lo indovinano in tutta la sua importanza.

Chiunque chiamato a raccontarsi deve lottare contro il drago della propria vanità. Pensando ad un passato lontano, ad una giovinezza che non c’è più, si è sempre fortemente tentati di enfatizzare, di autocelebrare, di abilmente svicolare ciò che potrebbe non metterci in buona luce e così via.

Questa era la sfida vera di quest’opera, dedicata ad un tema delicato su cui son fioriti molti miti, più falsi che veri, dove le persone autenticamente qualificate a dire qualcosa sono poche ed alcune non ci sono più.

Raccontare e pur raccontando, dire la verità, sapendo che questa non sempre è così come vorremmo che fosse, cioè lì pronta a confortarci nelle nostre convinzioni, alcune veramente e purtroppo di comodo.

Scrivere avendo in mente non di compiacere il lettore, nè narcisisticamente se stessi, ma di offrire un contributo che faccia luce, poca o tanta che sia.

Naturalmente scrivendo bene, senza offendere l’estetica del linguaggio ed i lettori cui ci si rivolge con una scrittura sciatta od al contrario eccessivamente verbosa e complessa.

Scrivere di sè in questo modo non è facile, per niente facile.

Ci vuole fegato e Ferri lo ha, oggi come allora.

Ci vuole fegato ed onestà intellettuale, nell’offrire in pasto ai lettori alcuni episodi privati di sè e dei camerati morti (e mai dimenticati) che, se si inseguisse l’autocelebrazione si eviterebbe accuratamente di menzionare per il semplice fatto che sono magari in se stessi anche discutibili. Ma la verità è esigente. Ferri lo sa e non si tira indietro.

Non è questa le sede di analisi storico-politiche riferite alle vicende narrate nel libro. Ce ne sono e parecchio articolate, come lo sono le vite ed i percorsi, anche tragici, di molti camerati cui nel libro si accenna.

La storia di quegli anni, l’autore la esprime dal suo punto di vista e nel modo che gli è proprio, è giusto che sia così.

Ma, oltre il punto di vista personale, leggendo della lotta e dei camerati che l’hanno combattuta, ci ritroviamo. L’autore offre un gancio che non manca di essere agganciato. Affiorano cioè quelle che sono, pur con tonalità ed intensità e miscele variamente differenti, le cifre di un modo di essere che è il modo del militante politico. Ogni militante sente come proprie, per averle vissute, alcune situazioni descritte nel libro, anche se, naturalmente e per quasi tutti, non con la stessa drammaticità.

Senza prendersi il merito di lotte combattute da altri, senza il peso degli errori compiuti da altri, senza la necessità di condividere prassi politiche e scelte individuali di altri, un fatto incontestabile, incontrovertibile ed evidente in se stesso emerge: la loro trincea fu ed è anche la nostra trincea.

Oggi la politica è virtuale, il mondo è ulteriormente e penosamente abbrutito come lo è in effetti l’uomo che lo abita. Il nemico dell’Italia, che è il nemico di ogni popolo, è più forte che mai, le aberrazioni di oggi erano forse inimmaginabili all’epoca dei fatti descritti da Ferri, benché siano l’esito ulteriore di una decadenza ben evidente già ai giovani militanti di San Babila e di tutte le piazze dove i fascisti difendevano il loro diritto di esistere.

I tempi, gli scenari, il linguaggio ed i metodi sono cambiati.

Ma il dramma che si consuma sul palcoscenico, dove oggi siamo noi gli attori, è lo stesso.

Lo stesso che hanno vissuto i camerati di San Babila quasi mezzo secolo fa e lo stesso vissuto da tutti i camerati in ogni luogo e tempo.

Il dramma di uomini che lottano e si sacrificano per difendere l’Idea in cui credono. Che sanno, magari presentono confusamente ma con certezza, che la loro Idea non può morire perché affonda le radici nel cielo!

Intendiamo la parola dramma non nella sua declinazione moderna e “triste”, ma in quella magnifica della sua etimologia classica δρᾶμα, “drama” = azione, storia.
San Babila, la trincea che non fu abbandonata ne perduta.

Titolo completo: San Babila. La nostra trincea. Edizioni Settimo Sigillo.
Autore: Cesare Ferri
Anno: 2015
Pagine: 288