sabato 11 febbraio 2017

FERRUCCIO VECCHI, l’Ardito fra gli Arditi - di Giacinto Reale


Credo si possa ben dire che la prima guerra mondiale forgiò un tipo nuovo di Italiano, che nell’Ardito ebbe il suo esempio migliore. E “ardito fra gli Arditi” fu definito da d’Annunzio Ferruccio Vecchi, nato in provincia di Ravenna il 22 marzo del 1894.
Per conoscerlo, facciamo subito luogo a due definizioni, non di suoi amici, ma che, comunque, ci possono aiutare a capire il personaggio. La prima è di Manlio Cancogni, nel suo “Storia dello squadrismo”:
“Ferruccio Vecchi aveva fatto la guerra prima in Fanteria, poi con gli Arditi. Era stato ferito, aveva ricevuto numerose medaglie. Poco più che ventenne era già Capitano. Nel modo di fare e nel’aspetto somigliava ad un moschettiere; continuava a credere che la vita fosse un campo di battaglia, nel quale, per vincere, bastassero l’energia e l’entusiasmo. Si raccontavano di lui cose straordinarie. Ogni suo atto era necessariamente eroico. Citando i suoi numerosi successi con le donne, si diceva che durante la guerra avesse persino sedotto la moglie del suo Colonnello penetrandole in casa mentre era a letto con il marito. Silenziosamente era scivolato nella camera e poi nello stesso letto dei due coniugi, senza che il marito si accorgesse di nulla”.
La seconda testimonianza è addirittura più malevola, dovuta all’Ispettore di polizia Giuseppe Gasti –che aveva una certa “predisposizione” per il genere- e datata 1919, quando cioè Vecchi si era appena messo in luce come autentico “capo” e trascinatore, guidando l’assalto che gli frutterà il titolo di “sfasciatore dell’Avanti”:
“E’ un giovane bruno, alto, pallido, scarno, con gli occhi infossati, solo a vederlo gli si attribuisce le stigmate di una degenerazione morbosa…nei momenti più salienti delle pubbliche manifestazioni perde la testa, parla come un ossesso, ed è preso da un vero delirio demagogico. Allora diventa realmente pericoloso. Egli si è forse autosuggestionato di essere una spiccata personalità del suo ambiente ed ha l’ambizione di mettersi in evidenza in prima linea, ma non ha né l’intelligenza né le qualità per diventare veramente un capo”.
 
 
Quello che il solerte – ma incapace di analisi psicologiche esatte- funzionario non aveva capito è che quelle che lui chiamava “degenerazione morbosa....delirio demagogico” sono manifestazioni dell’uomo nuovo formatosi in trincea, abituato a preferire il gesto alla parola, alieno da accomodamenti, sempre pronto a “dare l’esempio”.

Nella irrequieta Milano del primo dopoguerra, Vecchi si mette subito in mostra: fonda l’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, presiede la riunione di piazza San Sepolcro durante la,quale nasce il fascismo,, guida l’azione protosquadrista della distruzione dell’Avanti, alterna scontri di piazza con giorni di prigione.

Di molte di queste sue avventure racconterà nel romanzo (solo apparentemente di fantasia) “La tragedia del mio ardire” e delle sue idee darà conto, oltre che negli articoli scritti per i giornali, in altri libri, il più noto dei quali resta “Arditismo civile”.

La sua è una intransigenza rivoluzionaria, che non può andare d’accordo con nessuno dei vecchi Partiti, nemmeno quelli che sembrano più vicini alla causa nazionale:
“Il Partito liberale è un uomo in veste da camera, pantofole ricamate in seta, pipa di terracotta in una testuccia di Garibaldi, goccetta permanente al naso e altrove….papalina a fiocchetto pure ricamata, scaldino, Corriere della Sera…ritratto di Vittorio Emanuele III alle pareti, canticchia Verdi, sgrida il cane e orina nei vasi da fiori per far dispetto alla cuoca. In questi ultimi tempi l’hanno informato che c’è stata una guerra ed egli, stupito, ha chiesto: “C’eravamo anche noi ? Chi ha vinto ?” “L’Italia” gli è stato risposto. Il vecchio ha esclamato allora: “Che bravi ragazzi, bisognerebbe pagar loro il cinematografo !” …Ci siamo avvicinati ai nazionalisti. Questi giovani hanno un discreto coraggio fisico, ma sono tarlati dal vecchio baco monarchico, che, nel Consiglio della Corona perdette ogni autorità, riconoscendo quella illegale di Giolitti e Cagoia. Come i liberali, sono schiavi delle tradizioni più balorde. D’altra parte, un Partito che pretendeva il nostro intervento accanto agli Imperi Centrali, e che non vide il posto logico dell’Italia, è per sempre esautorato.”
Gli aneddoti che circondano la sua figura, già accumulatisi in tempo di guerra, come abbiamo visto, si arricchiscono giorno per giorno di nuovi episodi. Si racconta (ed è vero) che lui e Marinetti abbiano sciolto a cazzotti un corteo pipista, e si insiste, soprattutto, sul taglio della barba a Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti, che, nell’anniversario della distruzione del giornale, ha insultato gli Arditi. Affidiamoci alla ricostruzione che ne farà, nel suo “Da anarchico a Sansepolcrista”, uno che c’era, Edmondo Mazzuccato:

“16 aprile 1920: ci eravamo riuniti un gruppo di Arditi per festeggiare, con una modesta colazione, alla famosa osteria del Pilastrello, a Milano, l’anniversario della batosta da noi data l’anno precedente –il 15 aprile- al massimo giornale del Partito Socialista, l’Avanti….. A colazione eravamo in sei Arditi: il Capitano Ferruccio Vecchi, Piero Bolzon, Umberto Maurelli, Albino Volpi, Gino Coletti ed io. ….La discussione si era accalorata a tal punto –tanto per cambiare, parlavamo tutti insieme- che mi sentii il bisogno di appartarmi. Tolgo da una tasca l’Avanti, e inizio la lettura di un articolo in prima pagina, non firmato, ma evidentemente scritto dal direttore: Giacinto Menotti Serrati…l’articolo conteneva un cumulo tale di balordaggini, di falsità ed offese al fascismo e agli Arditi, che il lasciarlo passare senza una pronta e salutare ritorsione, rappresentava, per noi, un atto di viltà…. Mi balena un’idea. È un attimo: “Tagliamogli la barba !” grido con tutto il fiato che ho in corpo….corro al telefono, prendo a prestito il nome di un certo Pedrini, bolognese, e chiamo il numero del domicilio del direttore dell’Avanti. Una voce cavernosa mi risponde: “Alle tre esco di casa. Puoi venire a Palazzo Marino, dove mi attendono per una riunione ?...”Va bene, ciao”…. Passiamo da casa mia, e alle mie donne domando…un paio di forbici. Meravigliate dalla strana richiesta, le rassicuro…a fatica, dicendo che devo tagliare della corda “Ma allora vanno bene queste piccole” …”No, no, la corda è grossa”, e, così dicendo, mi infilai nella capace tasca interna della giubba un paio di forbicione grosse così. Ci avviamo verso Viale Vittoria –teatro della nostra prossima gesta- quando mi sovvengo che un mio vecchio amico ha un’officina dinanzi la porta nella cui casa abita il santone del socialismo italiano, e che il portale a vetri del laboratorio costituiva per noi un ottimo osservatorio….. Ancora qualche attimo di attesa, quando ecco profilarsi la grossa sagoma del direttore de l’Avanti. Incomincia l’azione. Ferruccio Vecchi è il primo ad uscire: pochi passi affrettati ed è faccia a faccia con Giacinto Menotti Serrati. Poche parole concitate ed una gragnuola di poderosi cazzotti si sferra sul muso dell’ignobile gazzettiere. La punizione è severa. Il nostro intervento lo salva da un sicuro ko. Tenta fuggire, attraversando la strada, ma un mio aggiustato e provvidenziale calcio nel luogo dove non batte il sole, lo scaraventa nuovamente sul marciapiede. Lo agguanto per le forti braccia, rovesciandogliele all’indietro, immobilizzandolo completamente, mentre Albino Volpi, con la mano sinistra, impadronendosi della fluente barba socialista, con la forbice nella destra, dà un taglio netto e preciso. Il colpo è fatto: il santone, così sbarbificato, rimane per qualche istante lo zimbello dei curiosi accorsi che si scompigliano dalle risa per l’inusitato gesto, felicemente compiuto. Dell’abbondante barba sacrificata corremmo a farne doveroso omaggio a Benito Mussolini, che decisamente rifiutò, dicendoci: “Anche nella barba di un socialista ci sono dei pidocchi…russi. Non accetto”…. Mi dimenticavo di aggiungere che Piero Bolzon conserva ancora gelosamente una momentanea della beffa…atroce.”
 
 
Per ora mi fermo qui, anche perché seguire le avventure di Vecchi dopo la Marcia su Roma non è facile: scultore, scrittore, giramondo, tornerà in Italia alla fine degli anni trenta, allestendo mostre dei suoi pezzi migliori, che vedranno anche la partecipazione di Mussolini, memore dei vecchi tempi.

Sarà arrestato e processato –per i fatti del 1919-22- nel 1945, e metterà in piedi una difesa leonina, con il coinvolgimento, in particolare, di Pietro Nenni che era stato, pure lui, vicino al primo fascismo.

Sarebbe ingiusto, però, chiudere questo pezzo, che si aperto con due ostili “ritrattini”, senza ricordare, “a compensazione” l’affettuoso ricordo di chi gli fu amico, Luigi Freddi, che nella Milano rivoluzionaria fu tra i collaboratori più vicini a Mussolini:

“Ferruccio Vecchi non ha bisogno di presentazioni. Egli è popolarissimo, e specialmente a Milano, dove organizzò e capitanò sempre dimostrazioni memorabili.

Il suo volto pallido e tagliente –incorniciato da una capigliatura nerissima da legionario garibaldino e da un pizzo nero da cospiratore mazziniano, che ne fanno più risaltare il pallore marmoreo- è solcato da due occhi che lo animano e lo irradiano di luce, luce fatta di bagliori, simile a quella prodotta dagli incendi delle polveriere.

Non possiamo dimenticare, noi tutti che lo abbiamo conosciuto ed ammirato, la sua figura magra, costrutta come un arco, dove tutto ciò che è inutile e superfluo non esiste…non possiamo dimenticare, noi che l’abbiamo veduto, all’ombra della sua bandiera nera dal teschio bianco, dominare le piazze capitanando i manipoli tremendi sei suoi Arditi; balzare –irrequieto, nervoso, formidabile- su un arengo improvvisato e scudisciare i cuori colla sua parola sibilante come l’ascia calata da forti braccia su tronco saldo !

La parola di Ferruccio Vecchi è come una sinfonia di guerra, una sinfonia prodotta da tutti i rumori di una battaglia carsica. Irruente, incisiva, violenta, sferzante, senza pause, senza ombre, rapida come il vento, vertiginosa come il turbine, travolgente come una corrente, mira dritto allo scopo senza ricorrere a pennellate retoriche, disdegnando effetti oratori, lucida, inflessibile, dritta come la lama corta del pugnale da Ardito

I suoi discorsi sono assalti “all’ardita”, procedono impetuosi e decisi, demolendo tutti gli ostacoli. E giungono alla meta. E colpiscono, implacabilmente”

Giacinto Reale