domenica 11 dicembre 2016

La CEI e la netta ammissione dell’omosessualità come punto di partenza nella Chiesa - di Cristiano Lugli



Mentre i cinque “dubia” proposti da quattro cardinali di Romana Chiesa restano ancora irrisolti a causa di una diretta mancanza di risposta da parte di Papa Francesco, e mentre le monizioni canoniche paiono avvicinarsi sempre più, i “missionari” di frontiera chiariscono già, indirettamente, le controversie sulla discussa esortazione apostolica Amoris Lætitia.

Seppur non abbia riscosso un granché di pubblicità, è da far presente il Convegno nazionale dell’ufficio famiglia della Conferenza Episcopale Italiana ( CEI ), tenutosi ad Assisi dall’11 al 13 novembre scorso.
Il titolo “Vi occuperete di pastorale familiare“, pone l’accento proprio sulle sollecitazioni “pastorali” contenute nell’Esortazione post-sinodale, e la direzione dell’evento è stata affidata e diretta dai sacerdoti e dalle coppie di sposi responsabili degli uffici diocesani di pastorale familiare.

All’interno del denso programma della tre giorni di Assisi, non poteva certamente mancare il tema legato all’omosessualità, “dell’esperienza delle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale” ( AL n. 250 ) “Quale formazione per sacerdoti e accompagnatori?”.

L’introduzione alla conferenza è stata tenuta da don Paolo Gentile, già presentatore di gran parte del convegno, il quale ha subitamente parlato di “cammini pastorali che non hanno pretesa di rettitudine immorale immediata”, ma che si pongono invece come primo obiettivo “l’accoglienza”.
Nei desideri di don Gentile c’è infatti “una Chiesa samaritana, che attraverso gocce di fede e spiritualità dona il collirio della misericordia”.

La presentazione aveva il semplice scopo di presentare i relatori, come ovvio che sia, ovvero il gesuita padre Pino Piva, coordinatore nazionale per i Gesuiti degli esercizi Ignaziani, e portavoce dell’equipe di “Spiritualità di frontiere”; con lui erano presenti anche due membri di questo gruppo: la suora ( laica? ) Anna Maria Vitagliani e don Christian Medos, intervenuti ambedue sul tema dell’accoglienza e dell’ascolto.

Durante i tre interventi ( che si possono vedere integralmente qui, anche per meglio comprendere la gravità di quanto emerso in questo convegno ) è stato dato spazio anche ad Edoardo, un “cristiano lgbt” il quale ha fatto coming-out nella sua parrocchia e con la famiglia: il suo racconto non vuol fare altro che evidenziare la necessità di “uscire fuori”, vivendo liberamente ed in modo accomodante la propria sessualità senza paura dei pregiudizi, ma vivendo proprio “come Dio ci ha fatti e voluti”. Inutile esaminare le contraddizioni di questo discorso, anche perché la tesi viene fastidiosamente ampliata dagli stessi relatori – di estrazione gesuita appunto – che ammorbano il pensiero di Sant’Ignazio in modo assolutamente falsato ed arbitrario.

La falsa visione dei tre relatori imputerebbe al metodo dei santi Esercizi ignaziani il voler esplicare come l’elezione personale debba essere fatta a seconda della nostra coscienza, così come Dio l’ha voluta per noi, affinché si adempia a pieno regime la Sua volontà. Ergo: un omosessuale è giusto che segua la sua inclinazione se questa lo porta a sentirsi “in pace” con Dio.
 
 
 È lo stesso padre Pino Piva a sottolinearlo:

“Aiutare prima di tutto le persone in coscienza a fare il loro cammino e soprattutto ad essere poi integrate nella comunità cristiana, come chiede Amoris Lætitia” – giustificando poi così la sua volontà di aver accettato quel ruolo: “La spiritualità ignaziana è una spiritualità di frontiera, per questo ho voluto cercare di abitare in queste frontiere.”

Anche in questo caso non ha senso sottolineare quanto la falsa riga dei gesuiti moderni sia opposta e rovesciata rispetto alla vera Spiritualità del Santo fondatore.

All’interno degli interventi è stata riproposta anche una puntata televisiva di qualche mese fa, in cui i membri di “Spiritualità di frontiere” erano ospiti a TV2000 ( la tv della CEI ), per parlare ovviamente delle tematiche che intercorrono fra Fede ed omosessualità: un connubio non comportante la presa a carico della propria croce, quanto invece la libertà di natura tipicamente liberale che consente di essere se stessi all’interno della Chiesa. Non l’uomo che si conforma alla Legge ma la Legge che deve conformarsi all’uomo.
Durante queste orripilante puntata vi furono smielose testimonianze di due o tre “omosessuali credenti”, i quali proposero null’altro che la visione di una Chiesa aperta, necessità principale per vivere i propri comodi senza disturbo alcuno.

Niente di diverso è stato fondamentalmente detto ad Assisi, nel Convegno nazionale dell’ufficio famiglia della Conferenza Episcopale Italiana. Il diktat è ormai chiaro e lampante, e si insinua sempre di più, proprio dal di dentro, e nemmeno troppo velatamente.

La pubblicità all’esposizione del punto 250 dell’Esortazione non ha mancato di essere fatta su Repubblica, tramite un articolo di Paolo Rodari dal titolo “Al Convegno dei vescovi arriva l’esperienza dei genitori cattolici con figli LGBT“, pubblicato il giorno 16 novembre.

Oltre all’ormai consolidato pilastro laicista di rassegna stampa vaticana, non si è fatto attendere nemmeno “Avvenire”, con un articolo di Luciano Moia dal titolo “Spiritualità di frontiera: omosessuali e fede un percorso in quattro tappe“, pubblicato sempre lo scorso 16 novembre.

Abbiamo un bel da chiederci quale siano le risposte ai “dubia” della controversa – per non dire altro – esortazione apostolica. Da questi avvenimenti sappiamo che l’interpretazione dei “missionari della pastorale di frontiera” è certamente esatta, o meglio ancora consona e corrispondente a ciò che è scritto in Amoris Lætitia.