martedì 6 dicembre 2016

Julius Evola «alla corte» del Führer – Ippolito Emanuele Pingitore

Che cosa fece Julius Evola tra il 1943 ed il 1945? Una domanda rimasta, fino ad oggi, oscura e che era destinata a rimanere senza risposta, se non fosse per la nuova fatica di Gianfranco de Turris che, per Mursia, ha appena pubblicato un meticoloso lavoro concernente le vicende che videro protagonista il Barone proprio dopo il 25 luglio 1943, il giorno in cui il Gran Consiglio del Fascismo decise l’estromissione di Mussolini dal Governo e la conseguente assunzione dei poteri nelle mani della Corona, secondo l’ordine del giorno di Dino Grandi.


Evola nazista, Evola povero infermo, Evola spia: ogni cattiva voce viene messa a tacere da una mole di lettere personali, carte e documenti segreti che fissano, una volta per sempre, tutti i movimenti del filosofo in un periodo storico difficile per le sorti dell’Europa e che finì per mettere alla prova la sua esistenza stessa.
Dal momento che, almeno fino all’8 settembre, il governo si impegnò a continuare la guerra al fianco dei tedeschi, Evola decise di rimanere a Roma, principalmente spinto da impegni editoriali, oltre che per questioni politiche,nonostante avesse terminato la sua collaborazione con il Minculpop. È, infatti, proprio nell’estate del ’43 che Evola lavora alle ultime bozze de La dottrina del risveglio e provvede ad ultimare la traduzione de La notte di Valpurga di Meyrink. «Si trattava di trarre tutte le conseguenze dalla dura lezione – scrive il filosofo – di vedere che cosa aveva resistito alla prova, su quali elementi in precedenza impediti da un sistema non del tutto ineccepibile, e su quali altri elementi nuovi si poteva contare per mantenere, in forma adatta alle circostanze, le posizioni in ordine sia al problema interno politico italiano, sia alla continuazione della guerra dell’Asse.» (1).

L’agosto del ’43 segna un punto di svolta fondamentale: tra il 22 ed il 24 agosto, a seguito della scoperta da parte della Polizia Politica e del SIM di un complotto fascista finalizzato a mettere l’ex segretario del PNF Ettore Muti a capo del Governo (a sua insaputa), con l’aiuto di Berlino (non è una coincidenza il fatto che Skorzenyavesse liberato il Duce il mese successivo), Badoglio ordinò l’esecuzione dei sospettati e di ex gerarchi fascisti, tra cui lo stesso Muti – almeno secondo una delle tesi circolanti. Forse all’indomani dell’omicidio Muti, dopo momenti di esitazione, Evola si apprestò a partire per la capitale del Reich, dopo aver fatto tappa a Bolzano – per incontrare tre persone, tra cui, secondo la ricostruzione di de Turris, Piero Scanziani, «scrittore svizzero autore di saggi e romanzi con sfondo esoterico e massone», ma «anche giornalista,che come tale lavorò in Svizzera, dove diresse “Il Fascista Svizzero” (poi “A noi”)» (2)–e ad Innsbruck.

1Quella di partire per Berlino non fu una decisione casuale: Evola, infatti, veniva controllato dalla Polizia Politica del Ministero degli Interni. Molto probabilmente, questa avrebbe scoperto la sua decisione di partire per una missione segreta: il filosofo fu, infatti, incaricato da Giovanni Preziosi di partire per Agram (l’attuale Zagabria), in Croazia, per organizzare una propaganda a mezzo radio contro il Governo Badoglio, anche se il 17 agosto, due giorni dopo, un telegramma di Otto von Bismarck precisa l’intenzione di Evola di non voler più partire. Forse venuto a conoscenza dei piani repressivi del governo (tant’è vero che il 22 agosto Badoglio emanerà l’ordine di cattura dei gerarchi fascisti), decise di partire per Berlino per capire in che modo il Reich avesse intenzione di risolvere la questione italiana. Difatti, due erano le tendenze che dividevano Berlino: il Ministero degli Affari Esteri(l’AuswärtigesAmt) si mostrava accondiscendente verso il Governo Badoglio, mentre le SD e le SS vi si opponevano. Constatando il nulla di fatto, al filosofo non rimase che ripartire per l’Italia, ma fu frenato dalla notizia che Preziosi desiderava incontrarlo. Si recò a Bad Reichenall, nei pressi di Monaco, dove il futuro Ministro della RSI risiedeva temporaneamente; al filosofo confidò la sua preoccupazione per le sorti di Mussolini, ma anche una certa tranquillità per il fatto che Hitler lo avesse messo a conoscenza delle “armi segrete”.
A Monaco decise di trattenersi fino al 9 settembre, ma la l’annuncio dell’armistizio dovette rimandare la sua partenza in Italia. Evola e Preziosi vennero, infatti, condotti a Rastenburg, nel Quartier Generale di Hitler, il giorno dopo il Proclama di Badoglio che annunciava la firma dell’Armistizio di Cassibile (siglato, in segreto, già il 3 settembre).

È qui che de Turris mette a fuoco una delle vicende più curiose della vita di Evola. A Rastenburg il filosofo e Preziosi, che erano stati fatti alloggiare in alcuni vagoni letto, assieme ad altri intellettuali e uomini politici, vennero ricevuti da Ribbentrop, il quale comunicò loro la volontà di Hitler di radunare gli uomini ancora fedeli al Duce per costituire un governo opposto a quello guidato da Badoglio, sostenuto ormai dagli Alleati,intanto sbarcati a Salerno. Bocciata dal Führer una prima lista di nomi, la cui stesura era stata affidata a Giuseppe Tassinari, si provvedeva a stilarne una nuova. Intanto, nella serata del 13 settembre, Mussolini telefonava da Vienna, dove era stato condotto in attesa di giungere al Quartier Generale di Hitler, per comunicare l’avvenuta liberazione per mano degli uomini di Student e di Skorzeny (3). A Rastenburg sarebbe arrivato due giorni dopo per incontrare il gruppo del treno immobile, non prima, però, di aver parlato in mattinata con Hitler. È un però d’obbligo, in quanto il gruppo dei fedeli del Duce niente sapeva dell’incontro privato con il Führer che, di fatto, fece di tutto per convincere Mussolini a riprendere il comando con l’appoggio dei tedeschi e ad istituire un governo di forma repubblicana. Almeno questo si deduce dalle parole di Evola – che de Turris cita,a sottolineare l’amarezza del filosofo: «potrà interessare la testimonianza che tale grave decisione istituzionale fu presa direttamente da Mussolini senza consultarsi con nessuno. Infatti, come ho detto, gli unici italiani che vide giungendo al Quartier Generale di Hitler fummo noi. Dopo che lo lasciammo non vide nessun altro» (4). Evola non poteva sapere che il Hitler e il Duce avevano già discusso sul da farsi, in assenza del gruppo dei fascisti ospitato nel treno immobile di Rastenburg…

Il disappunto del filosofo era sorto principalmente dalle sue personali convinzioni riguardanti la forma scelta per il nuovo governo. Non solo la forma repubblicana; era l’aggettivo “sociale” a destare in lui una sorte di preoccupazione. Le idee di Evola sono ben note a riguardo, sin da Il cammino del Cinabro: «La mattina successiva Mussolini proclamò la Repubblica Sociale (fu una deliberazione da lui presa durante la notte, senza aver più visto nessuno). Per me ciò rappresentava una svolta negativa e deprecabile. Ancora una volta il comportamento non degno da parte dell’esponente di una data istituzione (qui, della monarchia), offrì il pretesto per il processo non contro quell’esponente quale persona, ma contro l’istituzione, con una conseguente lesione del sistema – molti fenomeni sovversivi e rivoluzionari della storia si sono realizzati appunto su tale base, nel che si ha una delle armi di quella che io ho chiamato la “guerra occulta”. Quasi come nei casi psicanalitici di regressione dovuta a trauma, lo shock che ebbe Mussolini pel tradimento del Sovrano fece riemergere in lui le tendenze socialistoidi e repubblicane del suo primo periodo. Io non mi sentii dunque di seguire il “fascismo di Salò” in quanto ideologia, pur non potendo non tributare il mio riconoscimento al lato combattentistico e legionario di esso, alla decisione di centinaia di migliaia di Italiani di mantenersi fedeli all’alleato e di continuare la guerra – come il re e Badoglio avevano mendacemente dichiarato subito dopo il 25 luglio – pur sapendo di combattere su posizioni perdute, affinché almeno l’onore fosse salvo. Nella storia dell’Italia post-romana, un tale fenomeno era quasi unico». (5)

Dell’incontro a Rastenburg non resta che una scatola di sigari “Walter E. Beger”: si leggono le firme di Giovanni Preziosi, un nome tedesco incomprensibile, Alessandro Pavolini, Orio Ruberti, Cesare Rivelli, Ugo Valla, Angelo Vecchio Verderame, J. Evola, uno sconosciuto A. Zinay, Vittorio Mussolini e Renato Ricci. Il gruppo ripartì per Roma il 18 settembre 1943. Nella capitale, intanto, il 19 luglio erano cadute le bombe degli alleati, successivamente la città era stata dichiarata «aperta». Niente era cambiato dalla partenza di Evola a Rastenburg, eppure Roma era diversa. Un mondo di macerie, quartieri distrutti e anime sfiancate. Un silenzio cupo, scandito solo dai frastuoni delle bombe, reggeva i ritmi della città e degli uomini: occorreva dare orientamenti giusti per una rifondazione politica globale attraverso la quale operare una trasformazione individuale, fissata nel solco della Tradizione. A ciò Evola dedicherà gli anni successivi, nonostante la sorte non sia stata con lui molto benevola. Ma mai si arrese e, a chi gli proponeva un viaggio di guarigione a Lourdes – a seguito dei danni causati dall’esplosione del gennaio del ’45, che gli procurò una paralisi agli arti inferiori –, Evola rispondeva: «anche se il male fosse assai più grave, non per cose di questo genere un uomo degno di questo nome dovrebbe rivolgersi al sovrannaturale. Manca così, per primo, la promessa-base, che è quella di capire il senso che, in sede di spirito, ha ciò che è accaduto – permanga la cosa o no; ancor di più, di comprendere il perché del mio continuare a vivere» (6).

C’è chi, forse, si compiace di definire Evola un povero infermo. C’è chi, invece, come de Turris, si impegna, senza forzatura alcuna, a fornirci, in pagine che si leggono come un thriller, il quadro di un guerriero immobile, sempre pronto a lottare, anche quando limiti di ben altra natura gli si imponevano come ostacoli insormontabili.

Note:

1-     Gianfranco de Turris, Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945, introduzione di Giuseppe Parlato, Mursia, Milano 2016, p. 25;

2-     Ivi, p. 31. Evola parla di una missione segreta, ed in effetti non ha mai rivelato le identità dei tre personaggi incontrati, almeno pubblicamente. De Turris cita, invece, una lettera privata di Evola a Giovanni Barresi: «Non conosco il libro di Scanziani, conosco però l’autore, solo che non so connettere con sicurezza il nome all’una o all’altra delle due persone: l’una è un giornalista svizzero che, del resto, ha scritto anche altri romanzi con qualche inquadramento esoterico, l’altra è un giornalista italiano che fu con me e altri due amici in una missione segreta».

3-     Ivi, p. 39;

4-     Ibidem;

5-     Julius Evola, Il cammino del cinabro, Edizioni Mediterranee, Roma 2016, p. 326;

6-     Gianfranco de Turris, Julius Evola, cit., p. 142. Si tratta di una risposta inviata a Clemente Rebora, con cui Evola era entrato in contatto per mezzo dell’amico Goffredo Pistoni.

Ippolito Emanuele Pingitore

Fonte: EreticaMente.net