domenica 20 novembre 2016

NO GENDER - Rimosso dall’incarico il presidente della Corte suprema contrario al “matrimonio” gay. E’ “pulizia etica”. - di Rodolfo de Matte

Il “gender diktat” miete un’altra vittima illustre negli Stati Uniti. Venerdì 30 settembre 2016 la Corte Superiore della Magistratura dello Stato dell’Alabama ha infatti emesso il verdetto di condanna nei confronti di Roy Moore, presidente della Corte suprema, rimuovendolo dal suo incarico per essersi rifiutato di adeguarsi alla decisione federale di legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

LA VICENDA

La sentenza di condanna è il prevedibile epilogo di un’aggressiva campagna di boicottaggio nei confronti di Moore, cominciata lo scorso maggio, quando il presidente della Corte suprema dello stato americano dell’Alabama era stato preventivamente sospeso dall’incarico per aver osato ordinare ai giudici sotto la propria giurisdizione di seguire la legge e la costituzione del proprio Stato che definivano il matrimonio come l’unione di un uomo e di una donna.

Una direttiva inaccettabile secondo il Judicial Inquiry Commission(JIC) dell’Alabama che aveva immediatamente replicato con l’emanazione di ben sei capi di accusa contro Moore e la sua temporanea sospensione con retribuzione, in attesa di sottoporlo a processo davanti alla Corte Superiore della Magistratura.

LA MOTIVAZIONE

La Corte di giustizia ha motivato la propria sentenza sottolineando come la direttiva emanata il 6 gennaio 2016 dall’allora presidente della Corte suprema mostrava “disprezzo per una legge federale vincolante”, ovvero la tristemente nota decisione del giugno del 2015con la quale la Corte suprema degli Stati Uniti ha “liberalizzato” il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso in tutti gli Stati.

Moore ha protestato contro tale ideologica rimozione, evidenziando come essa costituisca l’annunciato finale dellaviolenta propaganda ideologica scatenata dalla macchina da guerra LGBT+ nei suoi confronti:
“è il risultato di una pressione politica da parte degli omosessuali radicali e dei gruppi transgender affinché io fossi rimosso dall’incarico di presidente della Corte suprema per via della mia ferma opposizione ai loro scopi immorali”.
RICORSO IN APPELLO

L’ormai ex presidente della Corte Suprema dell’Alabama ha fatto sapere tramite il suo avvocato, Mat Staver, che ricorrerà in appello contro la decisione della Corte di giustizia del proprio Stato, denunciando il prepotente abuso di potere perpetrato nei suoi confronti.

Esultano sull’altro fronte gli attivisti per i “diritti” LGTB. Richard Cohen, presidente del Southern Poverty Law Center ha così commentato la sentenza di condanna di Moore:
“La gente dell’Alabama che tiene in gran conto lo stato di diritto non rimpiangerà l’ayatollah dell’Alabama. (…) Lo spettacolo di un presidente della Corte suprema dello stato che invita gli altri giudici a non seguire un ordine della corte federale mina l’integrità del sistema giudiziario”.
E’ “PULIZIA ETICA”

La rimozione di Roy Moore dal suo incarico di presidente della Corte suprema dello Stato dell’Alabama, dimostra, ancora una volta, il drammatico e paradossale clima di dittatura culturale nel quale siamo profondamente immersi. Un totalitarismo etico che impone il proprio folle diktat mettendo in atto quella che possiamo definire una spietata “pulizia etica” nei confronti dei propri pochi coraggiosi oppositori.