sabato 29 ottobre 2016

RECENSIONE - IL SOPRAVVISSUTO Diario di un vinto - del Prof. Roberto Mancini




DALLA COPERTINA - "Volevamo cambiare il mondo, creare i presupposti per una nuova civiltà, e invece tornavamo a casa sconfitti in una patria che non ci apparteneva più".

Matteo Minervini, classe 1918, giovane professore di Storia e Filosofia a Ferrara, sogna un'autentica rivoluzione negli anni del fascismo e parte per la guerra in Africa settentrionale. Dopo una strenua difesa contro l'esercito inglese nel deserto di El Alamein, viene fatto prigioniero come non collaboratore nel Fascists' Criminal Camp di Hereford, Texas.

Il giovane soldato, ormai uomo, viene rimandato in patria nel 1946. Stanco e disilluso, tradito dalla Storia, i suoi sogni, le sue speranze e gli ideali s'infrangono di colpo di fronte a un'Italia devastata dalla guerra e dall'impero americano, intontita dalla ventata di "libertà" che soffia prepotentemente ovunque. Matteo, incacapace di riprendere la sua vita, muore ogni giorno a se stesso vagheggiando un'era lontana che il mondo ha schiacciato negli abissi della memoria.

Un romanzo crudo, avvincente e provocatorio di un fascismo impossibile, che rimette in discussione settant'anni di storia della piccola Italia, regno glorioso ormai teatro di squallide marionette.

L'AUTORE - Roberto Mancini (Roma, 1950), studioso di Storia contemporanea dal Risorgimento al Fascismo, è stato per oltre trent'anni professore di Storia e Filosofia in un prestigioso liceo romano, unendo la passione per l'insegnamento a un'intensa partecipazione in chiave ideologica alle vicende della politica italiana. Ha lavorato negli anni '70 alla Rivista Militare e ha fatto parte della Consulta Nazionale della scuola alla Camera dei Deputati. Molte conferenze su importanti problemi del nostro tempo lo hanno visto protagonista nel corso della sua esistenza. 

Il libro rappresenta in un certo senso il sogno di una vita, ora realtà grazie a un giovane editore che non ha avuto paura di pubblicare un'opera fuori dalle righe e dalla vulgata ufficiale.

LA RECENSIONE DI GIUSEPPE MINNELLA - Un bel romanzo quello di Roberto Mancini in cui il giovane protagonista, Matteo Minervini, combatte una dura guerra, prima con se stesso e l'incapacità di gestire i rapporti interpersonali e poi una vera in cui si ritrova in prima linea a combattere prima, sconfitto e prigioniero di guerra poi.

Un romanzo storico che intreccia a storie di personaggi inventati fatti realmente accaduti: la guerra, i luoghi teatro di importanti battaglie, personaggi realmente esistiti e il campo di concentramento americano di Hereford in Texas dove vivevano in condizioni sempre più disumane i "NON-COMAN", i soldati italiani rimasti fedeli alla Rsi e al loro Duce dopo l'8 settembre: Matteo fa parte di questi.

Il protagonista e la sua famiglia vivono nelle ristrettezze economiche tipiche dell'epoca: una madre scomparsa prematuramente ed un padre, che ha accettato una vita mediocre, con cui non esiste dialogo.

La guerra, la prigionia, la sconfitta e il ritorno a casa in una patria distrutta e lontana dalle certezze che il fascismo le aveva dato. Una vita vissuta con il dolore per tempi che non torneranno più e la difficile accettazione di un'Italia troppo diversa da quella da lui sognata. Matteo Minervini è uno dei tanti fisicamente sopravvissuti alla guerra ma è morto dentro: la rassegnazione che ne caratterizza gli anni del dopoguerra è per lui una tortura: è peggio che morire.

Se una critica deve essere mossa a questa opera è quella relativa alle continue disquisizioni ideologiche e storico-filosofiche nei colloqui surreali di Matteo con la fidanzata e la sorella piuttosto che gli amici. Da queste traspare l'antiborghesismo di Matteo, l'adesione, che è poi il pensiero dell'autore, al fascismo di Berto Ricci a quello che oggi definiremmo fascismo di sinistra o "social-fascismo" che spesso fa apparire Matteo come un eretico di quei tempi.
Ricorrenti sono infatti le severe critiche che Matteo opera nei confronti del fascismo per essersi lo stesso discostato troppo dalla sua versione originale e rivoluzionaria del 1919 e per questo auspica un suo ritorno alle origini. E' un intransigente Matteo che non accetta, nè ammette, compromessi ideologici.

Per finire: questa opera è un romanzo, Matteo Minervini non è mai esistito però non è un personaggio inventato: di Matteo ne sono esistiti a migliaia e tanti hanno sofferto la morte di una patria che non è mai più tornata.

Fonte: ilduce.net