lunedì 17 ottobre 2016

IL FASCISMO NAZIONAL-POPOLARE "ALESSANDRO PAVOLINI" - del Prof. Roberto Mancini


ALESSANDRO PAVOLINI

Quanti Pavolini ci sarebbero serviti per vincere la guerra? O almeno per finire in maniera più dignitosa? Quelle che a prima vista possono apparire come le due anime dell’uomo e del gerarca, quasi come due personalità diverse: quella gentile e affabile, quella dell’ideatore dei Littoriali e del maggio fiorentino, quella del cultore di un’arte assolutamente libera, autorizzò tra l’altro la proiezione del film giudicato eretico "Ossessione di Luchino Visconti"; e quella del gerarca duro e intransigente, coerente fino al midollo dell’ortodossia fascista che lo porterà a morire con le armi in pugno. 

In realtà non si trattava di due personalità diverse ma di un unico modo di concepire la vita che si plasma a circostanze e situazioni storiche. La sua anima malinconia lo portava a girare la sera per cimiteri, girovagando tra una lapide e l’altra.

Una sera del 1941, mentre passeggiava con Doris Durante disse all’attrice: "vorrei tanto che quel provvedimento di Mussolini fosse stato approvato". Di cosa si trattava chiese tutta incuriosita la diva del cinema. Pavolini lentamente rispose, "il Duce vorrebbe prolungare la tessera annonaria anche alla fine della guerra." E perché mai chiese l’attrice? La voce del ministro si fece roca, poi rispose "in questa maniera Agnelli sarebbe costretto a mangiare le stesse cose dei suoi operai."

Pavolini segretario del Partito fascista Repubblicano sapeva di dover morire, ma questo non gli importava più di tanto, non era tanto angosciato dalla morte ma dal come sarebbe morto. Il culto della bella morte ossessionò i suoi ultimi giorni di vita, non era tanto un fatto estetico, ma di coerenza politica, diceva sempre in quei drammatici ultimi giorni di Salò che era finalmente arrivato il momento di far seguire alle parole i fatti. A suo avviso con la fine del fascismo finiva tutto, non si doveva pensare al dopo, niente alleanze con i partigiani non comunisti, niente dopoguerra dove poter portare la propria esperienza,la coerenza imponeva soltanto di morire bene Il ridotto della Valtellina tutti insieme, guardandosi negli occhi per difendere un brandello di idea, un mondo al tramonto, una civiltà alla fine. Ma nemmeno questo gli fu concesso, pregò fino all'ultimo Mussolini di non salire su quel camion tedesco, di rimanere tutti insieme tra italiani, ma le cose come è noto andarono in maniera diversa.

I suoi esordi erano stati molto diversi. Nato a Firenze nel 1903, in una famiglia votata alla cultura, fin da ragazzo unì l’amore per la letteratura e la scrittura a una grande passione civile e politica. Interventista, benché adolescente e impossibilitato a partecipare alla Grande Guerra, dopo il conflitto aderisce al fascismo e,poco più che diciottenne, ma già squadrista veterano, partecipa alla marcia su Roma. Tra le opere che portano la sua firma ricordiamo: la stazione centrale di Firenze Santa Maria Novella, l’autostrada Firenze mare. Durante il periodo della RSI restano le parole di Pino Romualdi: 

"povero caro Sandro! Mentre ricordo le sue ore amare e dolorose di quei giorni,risento il suono delle sue ultime parole e rivivo i particolari dei suoi ultimi gesti, la figura di Alessandro Pavolini mi sembra staccarsi sempre più netta dalla massa di tutti gli uomini che in vent’anni e più servirono Mussolini. Contro di lui si accanisce oggi il risentimento e l’odio dei vili e dei tiepidi di ogni colore. I nuovi duri gli muovono una infinita di critiche; nessuno però ha il coraggio di confessare che se avessimo avuto tutti la sua decisione e la sua indomabile fierezza ci saremmo trovati, come avevamo sempre sognato, uniti intorno a Mussolini, per difendere ad oltranza la vita dei nostri uomini e la dignità della nostra bandiera."

Siamo quindi tornati al punto di partenza. La sua fede incrollabile e la sua coerenza hanno FATTO PAURA AI SUOI STESSI UOMINI E AI SUOI AMICI Più CARI. Uomini del genere fanno paura perché ci mettono drammaticamente davanti a quello che siamo nella nostra piccolezza nel perenne conflitto tra l’infinitezza dell’ideale e la finitezza del reale. Vorremmo tanto essere come loro ma non abbiamo spesso gli attributi perciò cerchiamo in tutte le maniere di metterli in cattiva luce per sembrare così noi meno deboli e pusillanimi. Nel periodo della Repubblica Sociale, non ci poteva più essere posto per i deboli lì si andava soltanto a morire per riscattare l’onore tradito, non ci potevano essere dubbi. Il fascismo doveva divenire assolutamente intransigente perché i posteri ci avrebbero giudicato per i nostri comportamenti

Pavolini, in quest’epoca di mediocri, in questa società del politicamente corretto, del sapersi arrangiare all’italiana, di salire il più velocemente possibile sul carro dei vincitori deve essere trasmesso ai più giovani che devono capire che non si può sempre scendere ad ignobili compromessi, ma rimanere sé stessi rappresenta un vero atto rivoluzionario contro tutto e contro tutti. Nel poster che ho davanti a me mentre scrivo questi appunti troneggia la sua immagine e sotto c’è scritto; 

"dopo l’8 settembre abbiamo imparato a conoscerci meglio. Questa è la stagione in cui non basta più il distintivo all’occhiello occorre la vecchia e inconfondibile camicia nera, uniforme di milizia."