mercoledì 19 ottobre 2016

IL FASCISMO NAZIONAL-POPOLARE "NICOLA BOMBACCI" - del Prof. Roberto Mancini


NICOLA BOMBACCI

Fucilato a Dongo .insieme a molti gerarchi fascisti e ministri della RSI il 28 aprile 1945 urlò prima di morire viva il socialismo, viva Benito Mussolini. Appeso alla pompa di benzina di Piazzale Loreto, venne etichettato dai suoi ex compagni comunisti come "super-traditore", mentre gli eredi dell’esperienza fascista si limitarono a far calare su di lui una coltre di ingeneroso silenzio. 

Tuttavia Bombacci è un personaggio molto più lineare di quanto possa apparire a prima vista, e fu proprio il suo animo puro e coerente a portarlo incontro al suo destino. La sera del 25 aprile del 1945, nel cortile della prefettura di Milano, era deciso a seguire Mussolini ovunque. La scelta di partire per la Valtellina per un'ultima strenua resistenza con le brigate nere del PFR, gli sembrava una sciocchezza, ma si dichiarò disposto a partire in qualsiasi momento. Salì sulla stessa macchina di Mussolini, con aria tranquilla e senza nessuna illusione. Ebbe anche la forza di ironizzare, a ragione, sul fatto che a sedere a fianco di Mussolini nell'ultima ora fatale, ci fosse proprio lui, che non ebbe mai nessun incarico ufficiale nel Regime, né nella Repubblica Sociale, lui che non fu mai iscritto al Partito fascista e che ne aveva fatto una strenua opposizione vent'anni prima.

Romagnolo come il Duce, Nicola Bombacci era nato il 24 ottobre del 1879 a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì. Il padre era un soldato dell'esercito pontificio, con tutta la famiglia si era trasferito a Meldola dove era entrato in seminario dal quale era uscito per motivi di salute nel 1900. Nel 1904 aveva conseguito aveva acquisito la licenza per l'insegnamento elementare, ottenendo l’incarico per l'insegnamento elementare, altra analogia con Mussolini. La sua primogenita si chiamava Fatima-Idea-Libertà. La scelta del nome di questa bimba che morirà qualche anno dopo è già tutto un programma, dove il sentimento cattolico dell’infanzia si mescolava ad un ideale socialista.

Nella sua attività politica Bombacci fu sempre ostile a qualsiasi alleanza con i repubblicani, i gialli come allora venivano chiamati i seguaci di Nenni. Dopo il congresso di Reggio Emilia del 1912 che aveva visto Mussolini protagonista con la vittoria dell'ala rivoluzionaria rispetto ai riformisti commentò: "il partito socialista ritornerà finalmente alla sua vera funzione di classe la quale solo potrà imprimergli un carattere che non renda più possibili né deviazioni né dedizioni. Marx è sceso dalla soffitta."

A differenza di Mussolini, non vide nella guerra una possibilità rivoluzionaria per il proletariato. Il mondo stava cambiando e Bombacci e Mussolini pur da posizioni diverse ne erano pienamente convinti e si preparavano ad affrontare la nuova epoca che sarebbe stata quella in cui il proletariato sarebbe finalmente diventato il protagonista della storia.

L’esperienza fiumana creò una strana sinergia tra Bombacci e D’Annunzio. Il vate a questo proposito scrisse. "Sul Europe Novelle la grande corrente ideale e mistica nata in Russia avrebbe trovato sul suolo di Roma e sulla terra eletta di Fiume l’antica matrice che darà alle arti e alle lettere una nuova perfetta misura." Anche Bombacci dimostrandosi subito uno strano comunista definì quella esperienza un fatto assolutamente dinamico che aveva cominciato la ribellione allo Stato.

La politica internazionale di quegli anni (eletto deputato nel 1919 con quasi 100000 preferenze insieme a Gramsci e a Bordiga contribuì alla fondazione del partito comunista a Livorno nel 1921) vide sempre Bombacci protagonista ma in posizione isolata, nel suo strano tentativo di voler unire le due grandi rivoluzioni del XX secolo quella fascista e quella comunista. L'Italia doveva a suo avviso assolutamente riconoscere la Russia sovietica.

La parabola di avvicinamento al fascismo iniziò più per riconoscenza personale che per motivi ideologici, si era trovato spesso in gravi ristrettezze economiche al punto di non essere in grado di poter curare un figlio gravemente ammalato che doveva essere ricoverato in sanatorio. Tra l'altro l'ascesa di Stalin al potere in Unione Sovietica dimostrò a Bombacci il fallimento del comunismo che prima era ricorso alla Nep poi preso saldamente il controllo del potere e sanata parzialmente l'economia diede vita ad un processo di industrializzazione forzata e di collettivizzazione agricola, poi iniziarono i piani quinquennali: sviluppo dell’industria controllata dallo Stato. Nel 1931, prima lettera di Bombacci scritta a Mussolini da Cortina per ringraziarlo pubblicamente per il suo aiuto a suo figlio Vladimiro Bombacci era molto soddisfatto del riconoscimento italiano dell’Unione Sovietica e in più parlava spesso del fascismo della prima ora, quello del 1919, sempre in difesa dei lavoratori e l’anticapitalismo per la realizzazione della giustizia sociale. Bombacci, era anche convinto che si dovesse arrivare ad forma economica autarchica per convincere gli italiani ad utilizzare sempre prodotti nazionali. Forte concordanza con il Duce era poi il diffuso anticlericalismo di entrambi a proposito del controllo dello Stato sull'educazione dei giovani. La campagna d'Etiopia offrì ulteriormente a Bombacci la possibilità di dimostrare la sua solidarietà a Mussolini contro quella Società delle Nazioni che di fatto difendeva soltanto gli interessi dell’Inghilterra e della Francia.

Bombacci, si rendeva conto negli anni che il fascismo rappresentava davvero quella Terza Via tra socialismo e capitalismo e tutto questo si realizzò pienamente durante il periodo della RSI con la famosa socializzazione delle imprese. Il termine socializzazione venne suggerito dallo stesso Bombacci (articolo 15 dei 18 punti di Verona) ribadisce la grande importanza della casa. Attraverso la socializzazione, ogni entità produttiva appartiene in egual misura a tutti i suoi lavoratori, senza più padroni né dipendenti. Gentile nella sua ultima opera riprendendo proprio questi temi parla del lavoratore come unico soggetto dell’economia. Il comunista di oggi non è che un corporativista impaziente. Lo Stato, deve eliminare il potere del capitale per liberare definitivamente il lavoratore. Il 12 febbraio 1944 fu definitivamente approvato dal consiglio dei ministri la nuova concezione economica del fascismo repubblicano.

Accompagnare l'azione delle armi con l'affermazione di un'idea politica; ricercare una più alta giustizia sociale, una più equa distribuzione della ricchezza. Commemorando l'anniversario della marcia su Roma il 28 ottobre 1943 Pavolini, di cui parleremo tra poco aveva detto: le riforme che attueremo sono socialiste. Le linee programmatiche di tutta la socializzazione esposte nel testo di legge, in fondo non erano altro che la ripetizione di quello che Bombacci aveva sempre sostenuto fin dal 1903.

L'obiettivo doveva essere quello di portare la Patria al popolo. La classe in fondo non poteva uccidere la Nazione. Si stavano davvero realizzando dei provvedimenti rivoluzionari che facevano della RSI lo Stato più a sinistra di tutto l’occidente. Bombacci era fermamente convinto che si stesse davvero realizzando quella seconda ondata rivoluzionaria che sin dagli anni trenta aveva sempre chiesto la sinistra fascista. Si doveva soprattutto far capire al popolo che se la Repubblica fosse stata sconfitta si sarebbe tornati indietro di molti anni, con la perdita di tutte le conquiste sociali che il fascismo aveva realizzato, anzi adesso si era andati oltre. Come poteva il popolo italiano credere a questa strana alleanza tra il capitalismo americano e il collettivismo sovietico? Bombacci proprio per questo si lanciò in una serie di comizi nell'Italia settentrionale, dove veniva giustamente presentato come l’uomo che si era sempre battuto in difesa dei lavoratori. Aveva sempre rifiutato prebende, non aveva mai chiesto cariche, aveva sempre disdegnato gli onori. Figlio di poveri era rimasto povero, ricco solo di onestà, e di entusiasmo. Nicolino, come sempre lo chiamava il Duce aveva ormai compreso che il pericolo vero veniva da un occidente pervertito e massonico che se avesse prevalso avrebbe riportato gli operai all'ottocento, con una selvaggia economia di mercato che non premia mai i migliori, ma soltanto i più ricchi.

Nel suo discorso di Verona del 21 dicembre del 1944 non risparmiò feroci critiche all'Unione Sovietica:

"A Lenin successe il georgiano Stalin, che iniziò coattando tutti i lavoratori dell'Urss a una orrenda schiavitù, disumanizzando individui e famiglie e attuando all'estero una politica subdola prima, poi palese, di espansione." 
L'intervento conteneva inoltre attacchi decisi al Reb e al tradimento dell'8 settembre. Mussolini, al contrario aveva ripreso l’opera iniziata nel 1919 e ora si stava strenuamente battendo per il riscatto della Patria. Infine invitava tutti gli operai ad essere altruisti in tema di socializzazione: 

"socializzazione è altruismo affermò è dignità di lavoro è benessere, è dirittura politica e morale del lavoratore, purché questi sia onestamente attivo,sollecito nel suo dovere verso la collettività. Se sarete egoisti sarete peggio dei vostri padroni il tema dell’altruismo è di per sé un tema rivoluzionario."

Bombacci, riuscì a commuovere gli operai e durante tutti i suoi comizi ottenne spesso delle vere e proprie ovazioni che tenuto conto del momento storico,con la guerra che ormai era irrimediabilmente perduta avevano davvero dell’incredibile. Nel dicembre del 1944, riprendendo il discorso del Lirico di Mussolini parlò della valle del Po’ e disse testualmente rivolto ai moltissimi operai presenti: 

"siete pronti ad abbandonare il lavoro per il combattimento? La platea scattò tutta in piedi gridando:si vogliamo combattere per l’Italia, per la Repubblica, per la socializzazione."

In un mondo come quello odierno dove il distacco tra le istituzioni e la società è massimo Bombacci a pochi mesi dalla sconfitta definitiva,nonostante la propaganda contraria del partito comunista riusciva incredibilmente ad affascinare e a coinvolgere tutto il mondo del proletariato italiano. Questo era possibile perché gli operai vedevano in lui uno di loro,un vero operaio proprio come loro che credeva in una nuova Europa socialista contro il dominio dell’oro e dei mercanti. D’altronde la figura di Bombacci non deve alla fin fine essere vista come totalmente eretica nel panorama fascista.Se pensiamo solo per un attimo al sindacalismo rivoluzionario e alla figura di Filippo Corridoni si può capire bene quali fossero le origini dell'uomo e del movimento sempre schierato contro il capitalismo. Bombacci riprendeva i temi del socialismo patriottico di Carlo Pisacane: morire per educare,il nazionale e il sociale, per il popolo con il popolo sempre. La libertà proposta dai cosiddetti liberatori è assolutamente falsa è basato solo sulle parole,che tendono a ripristinare un mondo vecchio ed ingiusto.

Nel suo ultimo discorso tenuto a Genova agli operai dell’Ansaldo, siamo nel marzo del 1945 davanti a 30000 operai ribadì il concetto fondamentale: 

"il socialismo non lo farà mai Stalin,ma lo farà Mussolini che è socialista anche se per 20 anni, per ragioni di politica,è stato ostacolata dalla borghesia capitalistica dalla quale è stato poi tradito. Ma ora il Duce si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo stato proletario."

In quel 15 marzo del 1945 parlò anche di una Patria che sta vivendo delle ore disperate e che ha bisogno di tutti.Si chiude a Genova di fatto la parabola terrena di questo apostolo del proletariato,un vero socialista nel nome di Patria e Popolo.