martedì 20 settembre 2016

PET THERAPY - burlesque per attore solo - di Mario Tuti



laboratorio teatrale
del carcere di Voghera
 
PET THERAPY______________________________________________________________________________________________________________________
 
burlesque per attore solo
 
di
Mario Tuti


" abbiamo visto il nemico,
e siamo noi..."

Pogo ( Linus,  maggio '68 )



La Pet Therapy si basa sul rapporto tra due esseri viventi,
con caratteristiche differenti.
Da una parte l'animale, con il suo bagaglio di spontaneità,
dall'altra persone bisognose di affetto
e di trovare una chiave personale per entrare nel mondo.
La Pet Therapy, come scienza, nasce nel 1977 negli USA
Peculiarità di tale scienza è l'uso della relazione con l'animale
come soggetto dotato di una propria sensibilità,
che si fa co-protagonista dell'azione terapeutica,
in una relazione interattiva estremamente ricca e complessa.
Ha effetti positivi se praticata nelle scuole, nelle carceri,
ospedali, case di cura, comunità di recupero
e con soggetti portatori di handicap fisici e/o psichici.

Dall’enciclopedia on-line WIKIPEDIA

Pet Therapy

burlesque teatrale
in 2 quadri             


La scena accenna in modo schematico e/o simbolico a una cella:
la branda in un angolo, un tavolino con sgabello, il cesso sono rappresentati da solidi geometrici, astratti, emblematici, in cui si aprono botole e pertugi... Elementi costitutivi di un mondo primordiale che, con l'effetto straniante, allucinatorio, delle luci e delle ombre esprimono già un giudizio sulla realtà del carcere, la sua separatezza, il suo vuoto, la sua oppressione.  Allora s'inventano fughe, in realtà girotondi dentro lo spazio della cella, dove proprio il meccanismo, dialettico e ironico, minimale e visionario di teatralizzazione e demistificazione dello spazio scenico finisce per far emergere, ancor prima e meglio delle parole, le illusioni e le disillusioni del protagonista, le sue disperate ribellioni...

La rappresentazione resta così come costretta e compresa - sospesa forse - nell'involucro nero creato dalle lunghe tende delle quinte, usate anche come elemento di teatralità: per animare semplici magie, scomparse e apparizioni, movimenti di corpi nascosti, clandestini rispetto al mondo, ma pure a se stessi.
Dietro la parete di fondo, all'occorrenza anche trasparente grazie al gioco dei riflettori, possono illuminarsi, come in una lanterna magica, delle figure, dei riverberi, delle ombre cinesi...

Un graffito della memoria che gioca, forse illudendosi, a modificare la percezione del mondo: per evocare, in parallelo a quanto avviene sul palcoscenico, eventi e stati d'animo, passioni ed emozioni... e dare alla rappresentazione il tempo ed il senso di un seguito di illusioni, fobie, sghignazzi, ricordi, sogni, rivendicazioni.
Lo schermo diventa così fondale per proiezioni oniriche, elemento costitutivo della cella, sipario...

Gli effetti sonori, i timbri, i ritmi di una tastiera sottolineano i vari momenti della vicenda e le danno profondità prospettica, facendone emergere i sussurri e le grida, i dubbi e gli slanci, i tormenti e le sfrenatezze, ingigantendo e dando corpo alle voci e ai  silenzi...
Alcune canzoni e degli stornelli satirici accompagnati dalla chitarra aiutano a creare l'atmosfera, sciogliendo nella musica e nel riso le tensioni della parola e dell'azione scenica...
come una moderna espressione del coro,
per dire quello che non è forse possibile altrimenti, specie in questi luoghi.

Un dramma postumo, vissuto in flashback, quando tutto ormai si è già compiuto, irrimediabilmente.
Con un'interpretazione che, tra spiazzamento e utopia, mira a valorizzare quell'esuberanza scenica che denuncia ciò che la galera ancora nasconde, caricando il protagonista come una molla, in una sorta di pantomima, e lasciandolo poi a prodigarsi, ad agitarsi, a perdersi tra parole vane, con la forza della disperazione e la sfrontatezza del giullare...


Non recita, ma agisce, come può, con quello che gli è rimasto: la voce, tra le altre voci murate. Altre figure appaiono, infatti, a turno, perché di tutti qui sono le storie e le parole, sbucando dall'ombra di quel paesaggio devastato, dominato dai rumori della galera - cancelli che si chiudono sbattendo, gridi, segnali, sghignazzi, appelli.
E improvvisamente la voce si spezza, la risata si spenge, la fantasia 
naufraga... e ricerca allora un'altra voce, muta... il Nero.

Il doppio che abita nell'uomo, un estraneo che parla un altro linguaggio e che dalla sua oscurità minaccia le problematiche conquiste e certezze dell' io. Quest' ombra, questo personaggio misterioso ed inquietante in cerca forse di un creatore, di un attore / demiurgo che gli dia corpo e voce... e che invade lo spazio scenico, lo spazio vitale del protagonista, smascherandolo e consacrandolo con riso e violenza rituali, per aprire la dimensione del surreale, questo superamento del limite, questo momento di passaggio verso nuove possibilità creative e liberatorie, ove si lascia il carcere e il soggetto e si trovano finalmente gli altri, la comunità,il teatro.


m. t.




 




I   Q U A D R O



*



( Notte; l'interprete, seduto al tavolo, con un vecchio accappatoio sulle spalle, sta scrivendo con foga su dei fogli, parlando come tra sé, e spesso cancella o strappa e getta via qualche pagina. )


So cosa penserete. Sì, ormai lo so... E vorrei anche dire a chi non vuol vederti, o preferisce igno­rar­ti, che in quanto ad astu­zia e mal­vagità tu superi qual­siasi immagi­nazione... Un essere pestifero e mortale...
     All'inizio mi hai incuriosi­to: una fi­gura d'ombra e di memo­ria... Sì, riconoscia­molo.

     Tutto, tutto, riconosco tutto, anche gli eccessi d'ira, di furore! Sono forse un violento, io? No, lo sai che non è colpa mia. Ho sempre creduto che ogni essere fosse com­posto di "bene", e magari di una piccola quantità di male, che serve... sì, a rischiarare la virtù. E di colpo mi appare il "tutto male", con una piccolissima quantità di bene, che pe­rò non riesce a rendere più accettabile il tuo volto ambi­guo, fangoso e traditore... Simulacro forse di una malattia che scava la vita e la coscienza fino allo schianto e allo spasi­mo... un delirio che obbliga gli uo­mini a vedersi quali sono, fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la bas­sezza, l'ipocrisia, scuote l'asfissiante inerzia di questi tempi e questi luoghi.
     Perché fai schifo, se lo vuoi sapere! Tu, il nemico, il ca­lunnia­tore..! E qui, in galera, tutto fa schifo... anche la spe­ranza... non è che un inganno..!

     Ma cosa vuoi da me? Cerchi forse di rubare alla mia anima ogni residuo di morale? Sì... d'accordo... tu con me non l'hai mai messa sul piano filosofico. E hai fatto bene. E nemmeno su quello religioso. E hai fatto bene... Ma sei riu­scito a scatenare dentro di me un odio tremendo. Perché, ignorante come una be­stia, da quella bestia che sei, hai co­minciato ad attaccare l'uma­nità, cioè me... cioè un'uma­nità che si sentiva invulnerabile, forse perché protetta da una certa sensibilità, e bontà, e giustizia... comiche, per carità, su questo hai ragione... Perché il cosiddetto male è una leg­ge permanente... e il nostro bene è già uno sforzo e una crudeltà aggiunta all'altra...
     " L'Uomo, la Bestia e la Virtù..." Mi ricordo quando dicevi...


( L'attore si alza, ed inizia a parlare a voce più alta, gesticolando, un po'  farneticante. )

     No. Lui non mi ha mai detto niente. Lui all'inizio si ag­girava piano ed io sentivo dovunque la sua presenza im­palpabile...
     Tutto è cominciato in questa cella, che ora appare più grotte­sca che angosciante. Ma al primo giorno, appena en­trai dentro e chiusero il blindato alle mie spalle, avvertii qualcosa, mi sentii osservato, spiato... Certo, una cella ha sempre un che d'inquie­tante, specie se oltre allo spioncino con un occhio indagatore ci sono anche due telecamere, una puntata sulla branda e l'altra sul cesso...
     Ma non era solo questo. C'era un gran silenzio ed un odore strano, come di terra, di humus, che io attribuii al chiuso. C'è chi dice che certe presenze si rivelino tramite un odore acre... di zolfo?
     Non feci molto caso all'odore. Spostai lo sgabello, l'uni­co che c'era. Sì, lo sistemai perfettamente al centro della cella, ma non mi sedetti. Mi guardai intorno. Non c'era niente. Assolutamente niente. Eppure... sì, ora ne sono sicuro. Quella sera Lui era già qui. Mi stava aspettando.
     Diffidate dalle prigioni: malgrado gli imbonimenti tele­visivi e giornalistici di sua eccellenza il megadirettore Ama­to e del suo codazzo d'infami e di merde, non sem­pre sono ospitali e sicure!


( Trasformazione in effetto giorno; l'attore racconta come ad un invisibile interlocutore, continuando a camminare su e giù per la cella. )

     Quando, dopo la rivolta, sono arrivato qui a V... - sfol­lamento dicono loro, per non parlare di carceri di puni­zione - stravolto da dodici ore di viaggio nel furgone blin­dato, dove l'eccitazione della lotta, della protesta si era sciolta in una stanchezza sorda, nell'in­dolenzimento dei polsi serrati dai ferri, neanche lo stavo a sentire il mare­sciallo che, con un misto di arroganza e paternalismo, mi spiegava che qui a V... non era posto da colpi di testa, che mi avrebbero messo loro in riga e che comunque se mi fossi compor­tato bene non avrei avuto di che lamentarmi...
      E noi vogliamo che tu faccia questo, e noi vogliamo che tu faccia quello - diceva con la sua faccia grassa e su­data come quella di un maiale... Ma cosa vuoi saperne tu - avrei voluto gri­dargli - di ciò che sono io, di ciò che voglio o non voglio fare, di quelli che sono i miei sogni, l­e mie speranze, i miei rimpianti..! Ti credi un dio per questi due gradi, e sei solo carne venduta, e un magaz­zi­niere di carne umana... l'una e l'altra manco della migliore...
     Solo banalità, e la volgarità delle facce, dei gesti, dei falsi sorrisi di chi ti osserva, ti spia, ti giu­di­ca, e non gli im­porta niente... di te. E la bana­lità, la volgarità dei po­li­tici, dei giudici, degli intellettuali, dei giornalisti, dei fun­zio­­­na­ri... e la televisione. La volgarità del mondo intero: tut­­to è effimero, futile, caduco... è me­schi­nità, merce, gri­giore, di­­pen­denza, alienazione... E la mi­­sti­ficazione, l'as­suefazio­ne!
     Ma forse non era il caso di cominciare subito con uno scon­tro... Meno male che ho un trucco: e mi sono messo a recitare la parte di quello che è in imbarazzo. Sì, è un otti­mo trucco. Ho as­sunto un'espressione assente, stupida... Perché è semplicissimo, se uno riconosce di essere uno sce­motto ha la simpatia di tutti, anche dei "superiori", che smettono di giudicarlo... male… 
     Una strada da seguire, qui in galera, peccato che non mi riesca sempre!


( E improvvisa alcuni stornelli per " li superiori "...)


Signor giudice le stelle sono chiare
per chi le può vedere
magari stando al mare...
Immaginiamo che avrà
cose più importanti di noi
forse una moglie troppo giovane...
E ci scusiamo con lei
d'importunarla così
ma ci capisca in fondo siamo uomini...

Così così
abbiamo donne abbiamo amanti
così così
leggiamo poco leggiamo libri
così così
e nelle foto veniamo sempre
così così...


Signor giudice lei faccia quel che vuole
più ci farà aspettare
più sarà bello uscire...
Noi siamo tanti siam qua
già la chiamiamo papà
di quei papà che non si conoscono...
Quel giorno quando verrà
giudichi senza pietà
ci vergogniamo tanto di essere uomini...

Così così
sogniamo poco sogniamo sogni
così così
abbiamo tutti le stesse facce
così così
ed ogni sera ci ritroviamo
così così...


Signor cappellano noi siamo quel che siamo
ma l'ala di un gabbiano
può far volar lontano...
Signor commissario
che ti tocca fare per il salario
le botte ed i pestaggi per noi son solo assaggi...
Signor direttore
qui il tempo neanche scorre
ma con lei che può disporre dobbiamo
                                              pazientare...


Anche il ministro farà
quello che è giusto per noi
che ci fidiamo e continuiamo a vivere...

Così così
così così
sappiamo poco sappiamo cose
così così
e non confessiamo perché noi siamo
così così
ed in galera ci ritroviamo
così così...
E di questa gente così così         
ormai ne abbiamo le palle gonfie
più di così...
         più di così..!


     In cella poi, sdraiato sul nudo materasso in attesa che mi por­tassero la biancheria e le mie cose - bisogna ben controllare gli effetti personali di questi reprobi, di questi criminali che anche in galera pretendono di ribellarsi, di protestare... ed allora passa tutto ai raggi, scuci, strappa, sequestra, la sicurezza innanzi tutto - sdraiato sul mate­rasso, dicevo, nel silenzio di questa sezione speciale inter­rotto solo dal bip bip dei controlli elettronici, con la mente persa dietro ai ricordi - lei, Tiziana, la nostra estate in­sieme, e poi quella maledetta spiata che mi ha fatto finire dentro - ho avvertito per la prima volta quello strano fru­scio... o meglio, quella presenza, vaga e inquietante...
     Poi più niente, il silenzio. Possibile che me lo fossi immagi­nato?
     E di nuovo, quando è passata la guardia col mangiare, una brodaglia che ho versato nel cesso mettendomi a ro­sic­chiare giu­sto un pezzo di pane. Di nuovo quel rumore di prima. Una specie di fremito, forse il gorgoglio dello sciac­quone, proprio dal cesso... da cui risalgono tutti i tanfi pestilenziali della fossa biologica e degli scarichi in­dustria­li qui vicino, mi­schiati all'humus e alle esalazioni del ter­reno, aumentati, fil­trati da quello più debole, mu­schiato - qual­cosa di sen­suale, di torbidamente erotico, da animale selvaggio - sino alle mie narici, alla mia bocca, ansanti...
    
     O forse è una mia impressione... a stare con gli orecchi tesi a cercar di captare oltre muri e blindati la presenza, le parole degli altri compagni della sezione speciale. Sì, è tutta una mia impres­sione. Qui non succede mai niente. Proprio niente.



* *


( Sera; l'interprete, con indosso una vecchia tuta da ginnastica, un po' scrive sul solito quaderno, un po' racconta. )

     Per un po' non successe niente, tranne il gusto d'im­ma­gi­nare le pro­prie abitudini e le proprie piccole comodità nel­la cella... Non c'è nulla di più im­pegnativo che trovare il po­sto giusto per lo sgabello, che è uno solo, lo so...

     E poi qualche poster alle pareti, ognuno al suo posto: Kim Basinger vicino alla branda, un'eclissi di sole accan­to alla finestra, e un gabbiano.
     Due giorni c' ho messo a scegliere i posti adatti. Ora la cella è perfetta... Eh, eh, anche perché la branda, lo sti­petto, tutto in­somma è fissato, imbullonato alle pareti, al pavi­mento, rispar­miandomi i pro­blemi di come disporre lo arredamento.

     C'è un piccolo particolare, me n'ero accorto già ieri. Dalla fi­nestra si vede, di scorcio, un angolo del giardino del maresciallo, con le aiuole, il roseto e un pollaio: tre galline indaffarate come massaie e un gallo... Che dico un gallo? Una statua, diritto e im­pettito, con la sua cresta rossa. E' stato lui che mi ha svegliato stamani all'alba, che faceva ancora buio! E poi, saranno state le sette, ho visto il mare­sciallo che, mattiniero, veniva a dar da mangiare alle galli­ne: pio, pio, pio, pio...
     Ognuno ha l'infinito che si merita. Credo di conoscerli gli uomini come lui. Li vedo ogni giorno consultare il re­go­lamento e compiere atti stupidi e inutili, qualche volta cat­tivi. Il loro scopo: raggiungere la mediocrità e la pen­sione... indifferenti a tutto e a tutti.
     Se un domani dovessero dare un nome a questo nostro tempo... sì, un capitolo, come sui libri di storia... che ne so... il Romanticismo, la Rivoluzione Francese... sì, un tito­lo chiaro... non dovrebbero chiamarlo né Dopoguerra, né Postcomunismo o Neoliberismo... forse la definizione più giusta per noi, poveri epigoni decaduti, sarebbe l'Indiffe­renza. Sì, l'indifferenza di tutto e di tutti. E la mediocrità, e la volgarità...
     Eh, eh, almeno con la rivolta, col trasferimento in questo car­cere di punizione, pensavo di essere sfuggito per un po' all'indif­ferenza, alla mediocrità, alla volgarità... Ingenuità, forse. Senza giornali, senza televisione, senza le solite chiacchiere di galera... Macché, il ministero li conosce bene i suoi polli... E mi ritrovo ad­dosso in un attimo tutto quello da cui ero scappato, o meglio... da dove credevo di essere scappato. E' bastato un niente, quel cortile, il pollaio, la te­levisione nella cella, anch'essa fissata al muro, protetta, blindata, preziosa...

     Ora, forse, l'unica rivolta possibile è riuscire a sopravvi­vere a questa indifferenza, a questa volgarità dei piccoli affarucci, dei piccoli risentimenti, delle piccole infamie e cattiverie di chi tratta la vita e la libertà di altri uomini co­me se controllasse la bolletta della luce - tanto segna il contatore, tanto devi pagare - o mercan­teggiasse prima di un acquisto - mi dai questo, ti dò quello... Mi dai qualche nome, ti vendi, e vendi qualche amico, e puoi uscire...


( I riflettori, dal basso, giocano a ingigantire le ombre e le forme. )

     Cos'è..? Qualcuno - o qualcosa - si aggira piano piano fuori dalla cella... Che sia una spia del direttore? Qui tutto deve essere sotto controllo, tutto osservato, scritto, regi­strato, archiviato... Per il ministero, i " servizi ", e poi gli speciali della televisione, le inchieste dei settimanali alla mo­da, un giorno col garantismo, un giorno la repressione...
     Il frignire mediale che sommerge i nostri pensieri, e al limite i nostri stessi pregiudizi, il pullulare giornalistico di chiacchiere, dati, opinioni a cui siamo quotidianamente sot­toposti... Mi divin­colo, mi gratto, ma è sempre lì, è sempre sulla pelle, sotto gli abiti, dentro... Un male oscuro che giorno per giorno si dilata...
     Ciò che ci faceva vivere non regge più: siamo tutti pazzi, ma­lati, finiti..! Sono stufo dei sentimenti decorativi e vani, delle at­tività senza scopo e senza cuore... o fegato... o palle... Esclusivamente vota­ti alla propria comodità, alla pro­pria tranquillità, al proprio meschino tor­naconto... in que­sta socie­tà che rinfaccia ogni suo dono.
     Odio la sua volgarità, la sua ipocrisia, la sua ottusità... Che neppure i più pessimisti tra i pensatori del passato, gli Schopen­hauer, i Nietzsche, i Dostoevskij avevano mai im­maginato potes­se raggiungere queste vette. E soprattutto que­sta pervasività, per cui il più stupido degli eventi pene­tra nella nostra testa e ci cor­rode e rode nel profondo. Ed è questa la vera tragedia, o la farsa: Berlusconi, Bossi, Sgar­bi, D'Alema, Prodi, Buttiglione...
     Crediamo allora di poterci aggrappare a Shakespeare o a Sofocle o all'ul­tima telenovela, ma anche loro ci piantano in asso proprio nel momento in cui ne avremmo il massimo bisogno: anche il mondo della rappresentazione si permea di limbi grandguignoleschi, di ironia volgare, di buoni sen­timenti scontati... e anche in mezzo a loro, e questo è il più atroce, noi siamo abbandonati a noi stessi...

     E' per questo che uno scappa da tutto. Perché senti che ti fa male... un male fisico, allo stomaco. Ti fa male dentro, diventi più brutto, più cattivo. E non te ne accorgi, perché ormai è la tua vita, la tua normalità... La mediocrità, la vol­garità dell'opinione, della finta correttezza, dello scoop, del giudizio e del pregiudizio!
     Le scimmie della rivoluzione hanno vinto: si sono ar­ram­picate sulle antenne televisive e sui pulpiti, sulle cattedre univer­sita­rie e nelle redazioni dei giornali, vicino agli scranni del potere... e da lì ci hanno ammo­ni­to che l'unica saggezza rimasta è rinnegare, fare i soldi, il suc­­ces­so... E cercando ora dei motivi per far credere alla loro in­no­cenza, si fanno complici di ogni falsità e mistificazione...
     Sparire, sparire... o sparargli... Magari... Impossibile, qui. E allora strisci. Speri di scap­pare, come un topo. Ti raggiunge, ti raggiunge dovun­que. Aiuto, aiuto! Sto qui, non ce la faccio a muovermi... istupidito, annien­tato... La libertà è forse un buco nel mu­ro... dell'indifferenza, tanto stretto che non sono mai riusci­to a passarci!

     E' domenica. Il cappellano è venuto a fare il solito giro in sezione, in cerca di conversioni e confessioni. Le tentano proprio tutte... E poi la solita predica: il pentimento, la re­den­zione, la restituzione...
     " Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia... - Sì, perché saranno giustiziati!
     Oggi niente posta, niente colloqui, niente campo, solo la nostra vita assente... Galera sopra galera. E per le feste è peggio. Natale, Pasqua, Ferragosto. Il vescovo in visita...
     E prima delle elezioni il solito onorevole coi soliti giornalisti, e sempre le solite chiacchiere: la riforma, l'am­nistia, l'indulto. Basta, almeno di tutto questo fateci grazia!

     L'unica cosa buona di V... è che le nostre finestre guar­dano verso il femminile, e così la sera c'è la possibilità di sentire una voce di donna, di scambiare un saluto e due parole con qualche ragazza... La mia nuova amica si chia­ma Tiziana, come lei... Amica mia, e degli altri cin­que o sei ragazzi da questa parte della sezione...
     Ma cosa sto cercando ancora, a quarant'anni..?
     E' vergognoso nascondersi alla vita, lo so. Bisogna vi­verla. E invece ci si nasconde, ci si nasconde nelle sghi­gnazzate e nei guaiti, ci si nasconde nelle piccole verità me­schine e nelle grandi menzogne. Ci si nasconde nella soli­tudine e nella folla, nella so­cietà e nel carcere... ognuno ha la sua trappola, la sua fogna in cui nascondersi, in cui, sì... fuggire!

          E poi la televisione, che amplifica, ingigantisce, con­trolla, appiattisce... Col pubblico che applaude, che ride, che partecipa... Non applaudiva così anche alle esecuzioni pubbliche, in piazza..? E la massaie che telefonano... i get­toni d'oro... il telegiornale... il presidente ha detto... bisogna vigilare, il terrorismo, la mafia, l'eresia - mi sono sbagliato, questo è il papa - e i biscottini, i pan­nolini, i profilattici, gli omogeneizzati, e le aree omogenee... di più, di più, sempre di più! E la coca cola, e la pepsi cola... anche a Mosca, a Pechino quelle lattine...
     Ci godo, sì, ci godoooo..! Voglio vedere fino a che punto in questi anni di latta, di tola... intollerabili..!
     E se ne parla, anche, invece di vergognarsi! Se ne parla, si di­scute... questo è meglio, questo è peggio... la politica... la pubblicità... Non c'è fondo, non c'è fondo... La nausea, il vomito... Aiuto, aiuto... Aria, ho bisogno d'aria. Fuori, fuori..! Ma dove fuori..? Potessi...


( E inizia a strimpellare sulla chitarra la canzone del Venditore Ambulante. )

Aprite la finestra
io passo per la via
col campanello in mano
e il cilindro sulla testa...

     Spingo un carretto
     che non pesa niente
     vendo sottocosto
     i desideri della gente...

Venite comprate
comprate qui da me
dei venditori ambulanti
io sono il re..!


     Vendo le parole
     a chi si vuol pentire
     vendo occhiali neri
     a chi non vuol vedere...

Vendo polvere bianca
a chi vuole fuggire
vendo la gioia
sù venite a comprare...

     Vendo la giustizia
     vendo l'illusione
     vendo la speranza
     di un avvenire migliore...

Vendo anche il tempo
gli anni e le stagioni
vendo la speranza
agli stupidi ed ai coglioni...

     Venite comprate
     comprate qui da me
     dei venditori ambulanti
     io sono il re..!


Vendo anche il coraggio
a chi se la fa sotto
venite troverete
tutto sopra il carretto...

     Ci son perfin le maschere
     per chi ha perso la faccia
     e tutti i vecchi trucchi
     perché ognuno ancor si piaccia...

Vendo ciò che serve
ai vostri bisogni
vendo le utopie
le speranze e i sogni...

    Venite comprate
     comprate qui da me
     dei venditori ambulanti
     io sono il re..!

E chi compra s'illude
di non pagare niente
domani in cambio avrò
la vostra mente...


     Venite io vendo
     la felicità
     il prezzo è solamente
     la vostra libertà...

Dei venditori ambulanti
io sono il re..!


     E poi ce l'ho addosso, ce l'abbiamo addosso tutti la te­levi­sione. Forse non tutti come me, come noi qui: l'ho già detto, due telecamere fisse nella cella, una puntata sul letto, una sul water - c'è da apprezzare la finezza, l'educa­zione, il buon gusto..!
     E tele­camere ad ogni passo, nei corridoi, per le scale - attenti a non "scivolare"! - ad ogni cancello... Questi occhi elettronici, bu­rocra­tici, sempre pronti a cogliere i tuoi mo­menti di debolezza..!

    A prenderla per il verso giusto può sembrare perfin di­vertente: e anch'io stamani ho passato qualche buon quarto d'ora a fare le smorfie davanti alla telecamera... Ma alla lunga stanca, ed ho concluso il mio show con un artistico e plateale vaffanculo ai "voyeurs" della sala di regia...
     Chis­sà se manderanno il nastro al ministero..? O ma­gari a Can­nes, alla rassegna Opera Prima..?
     Ho poi saputo che i nastri finiscono in qualche archivio a co­prirsi di polvere, senza che nessuno li abbia mai guar­dati, se non i topi... Per questo a volte scrivo una specie di diario, per­ché resti pur sempre una traccia, un segno... perché tutto non sia stato invano!


( In branda, riflettendo tra sé e sé, e sui propri fantasmi...)

     Probabilmente quella sera lì... no, anzi... certamente quella sera lì avevo esagerato. M'era andato, proprio come si dice, il sangue alla testa. Ero rosso, accaldato, con le palle gonfie... e un po' stupido a prendermela tanto con la televisione implacabilmen­te accesa dall'ufficio regia... La televisione, la grande imputata, lo so... soltanto lo spec­chio del nostro modo di vivere oggi, dove tutto è solo ap­parenza, spettacolo... drammatico forse, ma non serio..!
     La televisione è un oggetto. E uno è padrone di sé, no..? Se vuole la spenge. Prende un bel libro... Ma quale libro..! Quando sei dentro a quella roba lì, ci sei dentro. Non esiste altro.
     Sulla strada della degradazione, della corruzione, è meglio un bel tele­quiz che i frammenti del Faust di Streh­ler, o il Dorian Gray di Wilde!

      E si sente ancora quel rumore... come qualcosa che rode nell'ombra, qualcosa d'indefinito... che però mi sem­bra di aver già conosciuto, o sognato... forse in qualche incubo.
     Mi addormentai con questi pensieri, ma ero un po' con­fuso... e non mi ricordai neanche di spengere la televi­sione. C'era una corsa di moto...



 * * *


( Effetto giorno; l'interprete è inizialmente in branda, poi si alza e affaccendandosi per la cella riprende il racconto della sua storia, della sua ossessione. Da destra si proietta sulla ribalta un'ombra, che subito scompare. )


     Ah..! Sto bene. Stamattina sto proprio bene. E' bello svegliarsi... Un profumo di rose entra nella cella. Qualcu­no dice che la pre­senza di uno spirito buono si ri­vela tramite un odore balsamico... Tra le sbarre della finestra filtra una luce bellissima, fin qui, sulla branda...
     Gli occhi ancora semichiusi... tutto bianco... con una piccola ombra. Una macchia..? Nera..! Una grossa ombra ferma... no, si muove..! Mi cammina sopra... prima adagio, adagio... poi, via! Schizza come una Kawasaki. Cos'era? Un animale? Una bestia enorme. No, non enorme... Devo sa­perlo subito cos'è! Se lascio passare del tempo, addio..!
     Era un topo..! Certo, era l'ombra di un topo. Sono sicu­ro... No, perché col tempo le immagini cambiano... Non sei più sicuro se te le ricordi, e dopo può essere tutto: un ragno,  forse un rinoceronte, o l'ombra dell'eversione, nera - l'immagine è suggestiva, ma priva di rigore scientifico. Potrebbe crederci solo qualche giudice...
     E' un topo e basta. Un topolino come ce ne sono tanti. Oddio, mica tanto topolino...
     In un certo senso sono conten­to di aver in­dividuato la causa di quegli strani rumori. Meglio un topo che un fan­tasma - e anche in questo carcere non mancano certo mi­steri e storie inquietanti... come mi ha raccontato quella guardia quando, all'isolamento, mi aveva­no dato la  cella di Sindona... E per non sbagliare ho prefe­rito fare a meno del caffé dell'Amministrazione, caso mai fosse stato cor­retto an­­che quello..!
     Un topo è più alla mia portata... E in un certo senso quasi familiare: i compagni, all'aria, mi hanno raccontato di quando, du­rante l'ultimo sciopero della fame per prote­stare contro tutte le chiusure e differenziazioni di questo "spe­ciale", alcuni topolini, piccoli, grigi, graziosi, non po­tendo più contare sugli avanzi get­tati dalla finestra, si sono avventu­rati fin nelle celle, quasi a por­tarci la loro solida­rietà, a partecipare alla nostra protesta...
     Picco­li, grigi, graziosi..? Questo allora è di un'altra raz­za: grosso, nero, arruffato! Comunque, conviene correre ai ripari.

     Il capoposto mi ha guardato stupito quando gli ho chie­sto se era possibile avere una trappola per topi... forse pen­sava lo stessi prendendo in giro.
     Per fortuna al passeggio ho trovato un esperto, un vec­chio prigioniero politico - di quelli di una volta, che ave­vano rischiato pelle e libertà per un ideale, non certo come questi ultimi arrivati, abituati solo a rubare - e fissato di etologia, ecologia, filologia, omeopatia, co­noscitore di trappole, lac­ci, esperto di ogni campo dello scibile, e an­che di più, a sentir lui, un tuttologo insomma, che non ignorava nulla del topo...
     "Mus musculus", ma nel nominarlo lo chiamava "Lui" e ne parlava con una specie di voluttà. Pare che i topi siano molto intelligenti. Gli sperimentatori preparano per loro percorsi e labi­rinti intricatissimi. Speriamo che il mio non sia così istruito... E chissà se in qualche ufficio del mi­ni­stero c'è qualcuno che fa gli esperimenti anche su di noi... in queste trappole per topi dove ci tengono segregati!
     A fin di bene, certo, perché noi "cattivi" non si dia scan­dalo ai benpensanti, ai progressisti, ai garantisti sem­pre pronti a par­lare di noi, dei detenuti: sui giornali, in te­levisione, nei convegni, dove anche dello scandalo delle nostre ragioni fanno solo ragion di scandalo... Lo scan­dalo, già, questo congegno che fa scattare la trappola di tutte mi­stificazioni, di tutte le emergenze, di tutte le repressioni...

     Seguendo le istruzioni dell'esperto, con qualche ela­stico, il secchio ed il manico della scopa avevo costruito anch'io la mia trappola, artigianale ma efficiente.
     Le trappole, bella trovata. Dopo due giorni... niente. Forse non gli piace il formaggio del carcere... ed avrebbe anche ragione, non piace neppure a me. O forse non ha fa­me. Vedi il benessere..? Alla fine provo col parmigiano reggiano: 28.000 lire al chilo ce lo fanno pagare... è pro­prio vero che qui siamo in uno dei famosi carceri d'oro!
     La trappola è appostata vicino al cesso e io, accanto alla fi­nestra, allungo lo sguardo verso il femminile, per­duto tra ricordi e fantasie, e mi prendo il sole...
     E mentre al tepore del sole i miei pensieri oscillano tra le astuzie dei topi ed il godimento del pensiero puro, il ma­resciallo, con impegno ammirevole, pota il roseto. Arte to­piaria, avrebbe detto il tuttologo, un quadretto dav­vero idilliaco.
          A proposito, vado a vedere se...
     Tutto! Aveva mangiato tutto. E' buono il parmigiano reggiano, eh..? E la trappola, lì, vuota. Bravissimo! Percor­so netto.


( Prendendo a scrivere, come in una specie di diario...)

     Chi non mi conosce potrebbe credere che io, nei giorni suc­cessivi, sia stato un po' scostante con tutti. Ed è vero.
     Ma non era colpa mia. Avevo nella mente Lui. Questo topo non solo era allenato ed esperto, ma geniale!
     Non riuscivo a fare a meno di pensarci. Ed anche quan­do qualcuno all'aria mi parlava, che so, dell'amnistia o mi raccon­tava la sua storia - uno nuovo nel passeggio è utile per questo, per raccontargli le proprie disgrazie o le pro­prie avventure, le une e le altre generalmente esagerate... E avete mai visto le spalle di un uomo che cammina da­vanti a voi, nel cortile di un carcere... ma anche per strada..? Io le ho viste, sono le spalle comuni di un uomo qual­siasi, ma si prova una sensazione di sgomento: c'è tutta la banalità umana, il grigiore quotidiano di cui è fatta la sua esistenza senza scampo... tutto su quelle spalle... E anche quando uno mi parlava, dicevo, è chiaro che ci pen­savo, ascoltavo e rispondevo. Ma era come se una parte di me... insomma, sentivo che una parte di Lui, questo essere nero e notturno, stava entrando troppo nella mia vita... per scac­ciare forse il grigiore quotidiano.

     Cercavo anche di prendere informazioni su di Lui. Co­me quando il direttore faceva il giro della sezione a chie­de­re:  " Tutto bene..? ".
     Eh, eh, tutto bene qui... ma lo è o lo fa? Comunque re­ci­to la parte del timido: " Qui non ci sono mica dei topi, si­gnor diret­tore? " 
     " Ma che topi, questa è una prigione, non un leta­maio! "

     Che temperamento..! Mi ci voleva pure il tipo autorita­rio...  " Buon giorno allora signor direttore "  dico per chiu­dere... anche perché mi guarda come se fossi... una persona poco raccoman­dabile. Chissà, forse per la chi­tarra. Potevo aver scelto il violino? Mi avrebbe certo ri­spettato. Se uno suona il violino è una persona seria, buona d'animo. Meno male che non ha visto la trappola. Mi denunciava.
     D'altronde, da uno che si chiama Agazio cosa vuoi mai aspet­tarti... Secondo il tuttologo, Platone nella sua Repub­blica aveva tra­scu­rato un punto essenziale: ai guardiani ol­tre che vietare la musica avrebbe dovuto essere imposto alla nascita anche un nome ridicolo, per farli crescere fru­strati, vendi­cativi, incapaci di contatti umani... adatti in­somma al loro mestiere!


( Accenna un breve motivo accompagnandosi con la chitarra, per poi riprendere l'ininterrotto discorso.  )


                 Per uno come me                      
                 che vince per mestiere
                 calar le brache
                 davanti a un direttore...
                 Se se ne accorge dio
                 mi gioco anche il posto
                 alla destra di lui...


     Una sera poi decisi di passare ad un intervento più effi­cace: l'avvelenamento!
     Qualche complimento alle infermiere, sempre molto gen­­­­tili e carine, qualche consiglio chiesto con aria indiffe­rente al medico... ho allungato la mano ed ho fatto sparire in tasca una boccettina di strane palline che pare abbiano il potere... sì, sciolte nel pedilu­vio, di mummificare calli e duroni, figuriamoci un ratto!


( E ricomincia a scrivere la sua cronaca, una sorta di trattato sul carcere, sul teatro, sul Nero... )

     "Rattus norvegicus", topo di fogna, questa era infatti la nuova classificazione a cui era arrivato il tuttologo, sem­pre col suo lati­norum, in base alle mie descrizioni... E detto anche surmolotto, dal francese, una specie di super topo in­somma, con un inquie­tante riferimento nicciano..!
     Io lo chiamo il Nero, il Nero nella Notte... questo ospite misterioso e solitario, col suo alone roman­tico e un pizzico di teatralità. Nero come di Notte!

     Con la lucidità che mi contraddistingue sempre nella azione, di­stribuii le palline dovunque, in ordine sparso ma non casua­le, dentro degli appetitosi bocconcini di parmi­giano. Probabilmente Lui passa di qui... o di qui? Mah..?
     Potrebbe venire dovunque, in ogni momento... come la­dro di notte... Ma sì, le metto da tutte le parti. Forse è me­glio anche sul davanzale... e qualcuna anche fuori, nel cor­tile... Non si può mai sapere.
     Bisogna essere prudenti. Nel Medioevo erano i topi a portare la peste... E quando in una città prendeva dimora la peste, tutte le convenzioni crollavano, non esistevano più né potere, né gen­darmi, né ricchezza, né bene e male, né dio o giusti­zia... solo i roghi per bruciare i cadaveri...
.

     Una rivoluzione, la peste... la sola, la vera!
     Perché la peste entra nei palazzi, nelle chiese e nelle celle, tra le ric­chezze, le parole e le libertà rubate... Ed è a questo punto che nasce anche il teatro: spingendo gli uo­mi­ni a vedersi quali sono, fa cadere la maschera, mette a nu­do la menzogna, la rilas­satezza, l'ipocrisia... e scuote fi­nal­mente l'asfissiante iner­zia di questi tempi, di questi luoghi!
     Fra l'appestato che corre urlando dietro alle sue allu­ci­nazioni e l'attore che si slancia alla ricerca della propria rappresentazione, fra l'uomo che s'inventa ruoli e per­so­naggi ai quali senza la peste - o senza il carcere? - non avrebbe mai pensato e l'alienato in deli­rio tra un pubblico di cadaveri - il nostro pubblico? - vi è più che una analogia...
     Perché la peste con i suoi araldi e servitori - che Lui sia uno di questi? - la peste, diceva il tuttologo, si manifesta in tutti i luoghi del corpo e dell'anima, in tutti i luoghi em­blematici della civiltà: il palazzo come il carcere come il tea­tro... E cia­scuno la porta in sé la peste, perché nessuno, nessuno è più intatto, nessuno oggi è più innocente...
     Il bacillo della peste non muore mai... e forse verrà an­cora il giorno in cui, per avventura e insegnamento agli uo­mini, la peste risveglierà i suoi topi per mandarli a gio­care la loro parte nell'or­rore di questa società così civile, e spettacolare!

      Posso essere soddisfatto. Un buon lavoro. No, dico... le palli­ne. Mi sembra di averle messe proprio bene...
     " Si racconta che il principe di Condé dormì profonda­mente la notte avanti la giornata di Rocroi..."
     Io no! Ho avuto ancora quell'incubo... ero in ufficio... La banalità stessa dei nostri deliri ci rende tutti sempre più sottomessi a questa sorta di vacua fatalità.

     Appena ha iniziato ad albeggiare sono balzato dal letto, non ho resistito all'idea di vedere l'esito dell'agguato che gli ho teso. Bella la mummificazione: perfetta, senza san­gue, mi­tica, assoluta, come si addice ad un guerriero, ad un re, ad un dio perfino...
     Ecco le palline... Mangiata... Davanzale, mangiata... Cortile... mangiata... Nooo! Il gallo del maresciallo! Fermo, maestoso, duro come un baccalà... Una statua!
     Oddio, che faccio... Non c'è nes­suno, mi pare... Nes­suno può aver visto... E poi, come potrebbero risalire a me..?
     Eh, eh, se non sono io a cantarmela, a raccontarlo ri­den­do in giro, come avrei voglia di fare! Eh, eh: " Passion, Poi­son and Petrification..! "
     E' così però che ti prendono sempre. I commissari sono tre­mendi. Ce li hai addosso tutti i giorni... con l'imper­meabile... un po' logoro... gli occhi strabici... cercano prove... ti fanno strane domande, insidiose... ti sfini­scono... e alla fine, il crollo! Ecco, sì, crollo, confesso... preso in trappola come un topo... Galera!  
     Questo nei telefilm... e ora fanno anche la pubblicità... Nella realtà lo sanno già che sei il colpevole, perché glielo ha detto qualcuno dei soliti infami, pentiti, dissociati... qualcuno di questi veri figli di zoccola!


 ( E come continuando il suo ragionamento, inizia a cantare della Fiera dei Buoni Sentimenti . )

Voi sinceri dissociati
pentiti e confidenti
che salvaste la nazione
con la vostra scarcerazione...
Benvenuti tutti quanti
benvenuti anche voi alla fiera
qui dei buoni sentimenti!

     Giudici di manipulite
     giornalisti e prostitute
     che salvaste la nazione
     in diretta, in televisione... 
     Benvenuti tutti quanti
     benvenuti anche voi alla fiera
     qui dei buoni sentimenti!


Nuovi eletti e venditori
tangentisti e confessori
cha salvaste la nazione
con la vostra reputazione...
Benvenuti tutti quanti
benvenuti anche voi alla fiera
qui dei buoni sentimenti!

     Benpensanti e neofascisti
     verdi rossi e progressisti
     che salvaste la nazione
     chiedendo sol la repressione...
     Benvenuti tutti quanti
     benvenuti anche voi alla fiera
     qui dei buoni sentimenti!


Grandi boss e capicosche
tutti fitti come mosche
a servir con voti e botti
sia i Craxi e gli Andreotti...
Benvenuti coi garantisti
benvenuti anche voi alla fiera
qui dei buoni sentimenti!

     Voi artisti d'avanguardia
     di soldi e potere cani da guardia
     tutti genio e rivoluzioni
     ora state con Berlusconi...
     Benvenuti tutti quanti
     benvenuti anche voi alla fiera
     qui dei buoni sentimenti!


Terroristi e irriducibili
con le vostre idee impensabili
che sfidate la nazione
per la vostra rivoluzione...
Non c'è posto per voi alla fiera
sì, dei buoni sentimenti!

     Cantastorie un po' stonati
     folli e mezz'ubriachi
     non è poi con qualche canzone
     che cambierete la nazione...
     Non c'è posto per voi alla fiera
     sì, dei buoni sentimenti!


Ma io canto a perdifiato
anche se m'han censurato
dalle celle di punizione
sbeffeggiando la nazione...
Ve la lascio a voi, la fiera
di questi buoni sentimenti...
                            Io mi fo la mia galera!



 * * * *


( Giorno; l'attore, con indosso il solito vecchio accappatoio, sta scrivendo. )

     A volte, quando alzo la te­sta dal nuovo lavoro teatrale che sto prepa­rando, avverto una specie di nausea che sicu­ramente deriva dalla posizio­ne curva, ma va ol­tre... Ero arri­va­to a un punto... che an­che que­sto impegno, in cui pure mi ero buttato con pas­sione ed entu­siasmo, aveva fi­nito col disgustarmi come una medicina inutile e amara...
     Per le solite coatterie, le furbate, gli egoismi, le chiac­chiere di questo ambien­te, della galera. D'altronde non vo­le­vo fare una brutta figura con l'educatrice, dandole ma­gari una piccola soddisfazione con una nuova prova della mia incostanza...
     Fortunatamente Lui, il Nero, in questi giorni non si era fatto vedere. Debbo ammettere che dopo la storia del gallo mi era di­ventato quasi simpatico. L'avevamo fatta grossa..! Anche se la guerra era tra noi, e come sempre c' aveva ri­messo un innocente, mi sembrava che ormai ci legasse una certa complicità, un se­greto... Speriamo che il Nero non parli, che non sia un infame!

     L'educatrice, una signora ancora piacente - che lo sape­va e lo dava a vedere - fin dall'inizio si era mostrata scet­tica sul mio pro­getto di realizzazione teatrale...
     Che un detenuto pretenda di fare qualcosa di buono in galera, e autonoma­mente, senza la loro guida e il loro con­trollo... Suvvia, deve esserci sotto qualcosa... E poi, dove andremmo a finire?!?

     " E' un lavoro che ho intitolato PET THERAPY, incentrato sull'alienazione della condizione umana nel car­cere... e nella società... -  ho provato a spiegarle - per chiamare in causa davanti al tribunale della rappre­senta­zione le trite certezze di un mondo che ha messo i prodotti meccanici dell'uomo - tele­visione, coca cola, mode, rego­lamenti - al di sopra dell'uomo stesso e della natura, delle piante, degli animali... Per creare da eventi quotidiani incertezze minacciose, un nuovo senso di fatali­tà, ben al di là dell'idea convenzio­nale di dramma... e di grottesco. Ed è proprio questo sci­volamento del reale, que­sto continuo snaturarsi delle ap­parenze che risveglia fi­nal­mente la verità, la libertà..."
     Mentre di là dal cancello l'educatrice sfoglia il testo con aria critica ed io continuo sempre più imbarazzato la spie­gazione del mio progetto, mi accorgo che le pagine sono un po' smangiuc­chiate ai bordi. Speriamo che non ci faccia ca­so. Evidentemente, al contrario di quel che pen­savo, Lui ha frugato tra le mie carte. E' anche curioso, il signore, e vanitoso... Come sapesse che è Lui il protagonista del lavoro… Sul tavolino, lì accanto, noto anche alcuni pic­coli escrementi. Mamma mia, che vergogna... Speriamo bene..!
    Alla fine della lettura l'educatrice sembra soddisfatta. Meno male! No, non per il testo. Non si è accorta di niente. Chiude le pagine annuendo... e con un gesto im­perturbabile prende signo­rilmente con due dita una cacca attaccata ai fogli e me la conse­gna sul palmo della mano.
     " Grazie! - dico io - Sono contento che le sia piaciuto ".




( Trasformazione in effetto notte; l'interprete si toglie l'accappatoio e resta in tuta, sdraiandosi poi in branda, e riflette, racconta, sogna... forse. )

     Ero un po' scoraggiato. Il Nero sapeva tutto di me, per­fino del teatro. E io non sapevo niente di Lui, nemmeno da dove veniva. Non c'è dubbio, è un animale intelligente, ma non può essere più intelligente di me. Se m'impegno..!
     Che poi, proprio grazie al teatro, ho anche grandi mezzi. Con qualche scusa mi posso portare in cella il vi­deotape che usiamo per le prove e faccio una bella ripresa della cella, una veduta pa­noramica... Lui arriva tran­quillo... è chiaro che non conosce la tecnologia, la televi­sione... E io so cosa fa. A quel punto tutto di­venta più chiaro. E siamo pari.
     Tirando in ballo la prossemica - no, signor direttore, il prossenetismo è un'altra cosa - non ci furono problemi ad avere il permesso "delli su­pe­riori", e dopo un intero po­me­riggio di prove a zoommare e con le luci, me ne andai a letto, contento del mio teatro di posa... Ma dubitavo del mio sonno. Mi feci dare due tran­quillanti.

     E' bello dormire. Tutte le persone che dormono sono te­nere, forse perché ritornano bambini. Anche il più tre­men­do criminale o il più meschino egoista, nel sonno... diventa buono... Forse per questo, anche nella peggior ga­lera, nei braccetti, quando si dorme si è pur sempre liberi, altrove... ed è forse per questo che è così difficile dor­mire... Che sonno... Mi piacerebbe addormentarmi bene, addormenta­rmi profondamente, come un uomo contento di sé e della  vita. Un uomo sereno e migliore di me... Da sveglio, in­tendo. E non quando si crede di dormire... Non quando dor­mono solo le palpebre... e non io... E non quello che mi ro­de dentro... in questo pericoloso squilibrio tra il vuoto del­l'anima e la carne ancora urlante di desi­deri... specie di notte.


( E inizia sottovoce uno struggente Notturno. )

          L'amore di quei giorni
          quand'eri tra le mie braccia
          amante e bella...

                   La danza della luce
                   in cui ti ho sorpresa
                   nell'attimo innocente
                   di un sorriso...
                   E non mi darò pace
                   se non sarò capace
                   di coglierlo ancora
                    in un tuo bacio.

          Batti batti mio cuore
          e canta
          per quella sola
          che sempre mi par bella:
          neri ha gli occhi
          ed i capelli son lunghi
          e la figura è snella.

                    Danza viva
                    la fiamma accesa
                    sulla tua pelle
                    sopra la tua bocca.    
                    Nei miei sogni
                    ancor più s'accende
                    se con un bacio
                    il labbro mio la tocca.

          Chiara fonte di gioia
          è l'incanto
          colto sul tuo dolce viso...
          Stretto stretto
          s'è fatto il muro
          che all'improvviso
          dentro a sé m'ha chiuso...

                    Ridi scherza mio bene
                    e canta
                    e bacia in bocca
                    chi ti offre amore.
                    Passa in fretta
                    anche l'ora più bella
                    e resta solo
                    il sogno di un amore...

          Ridi scherza mio bene
          e sogna...
          Passa in fretta
          anche l'ora più bella...
          e resta solo
          l'ombra di un amore...
    

     Un'ombra... cos'è..? E' Lui..! Ma... gira in tondo... a tem­po di musica! Sta ballando..!
     " E cos'è, hai preso il carcere per una discoteca ?!? "


     Te la dò io la "discoteca", sì, come alle celle di puni­zione, quando mettono gli altoparlanti a tutto volume per copri­re le grida dei pestaggi...

    Ne ho parlato poi col tuttologo all'aria, del Nero e la top dance. Già, mi ha fatto ricordare del pifferaio magico, e poi la solita conferenza: che c'è una razza di topolini che hanno un particolare gene detto waltzer che li spinge a muoversi ruotando su se stessi, come ballassero appunto il valzer... Beh, il Nero ballava il rock! Doveva essere l'ef­fetto del vino, perché mi sono accorto che aveva imparato anche a rosicchiare il cartone dei tavernelli da un quartino, che poi rovesciava per farsi una bella bevuta. Benissimo, chi non beve in compagnia...
      Aaahh... tutte queste chiacchiere... hanno un indubbio effetto soporifero... o è il vino ? Meglio così in fondo... Do­po una notte passata male, insonne, vediamo tutto nero... nessuno ci vuole be­ne...  I tranquillanti... fanno ef­fetto... Vedi, la chimica..?

     Aaahhh! Cos'è stato?!? Dio, che effetto! Qualcosa di schifo­so... sul lenzuolo, sul corpo... sì, una bestiaccia... dei peli... il fru­scio... Una bestiaccia viscida, veloce, nera... Sobbalzo, annaspo, accendo la luce... un attimo... la lam­padina si fulmina... ancora buio!
     Era Lui, un contatto schifoso... il topo, il topo... era Lui... Mi è passato sul petto, che senso... le zampette, fred­de, schifose... e la coda, nuda, oscena... Ffrrr!!! Due se­con­di, sì, tremendi, tremen­di... il pelo viscido, bagnato, repel­lente. La cosa oscura, selvatica, innominabile... Che schifo! Che schifo! Corro al lavandino, sci­volo, in­ciampo... sì, il lavandino... acqua, acqua... mi lavo... Non basta... acqua, acqua!


( Impegnandosi ora con frenesia nella ginnastica, nelle flessioni, come a cercare uno sfogo alla tensione... )

     Sì, quello schifoso mi era venuto addosso, sul lenzuolo, sul letto. L'aveva fatto apposta. Non gli bastava invadermi la cella, frugare tra le mie cose... Non era curioso, era una provocazione! E pensare che mi stava diventando simpa­tico..! No, voleva anche toccarmi, sfidarmi, quell'essere ripugnante!
     Oddio, cos'è? Un rumore... Ancora Lui..? Niente, il la­vandino che perde. Meno male! Che spavento..! No, non  solo spavento, ma anche rabbia: il grido della rivolta cal­pestata, dell'angoscia armata in guerra, e della ri­vendica­zione...

      Ma la guerra che voglio fare, viene dalla guerra che Lui fa a me: la mia guerra ora si nutre di una guerra, e sputa la sua propria guer­ra... Perché è la coscienza stessa a con­ferire a qualsiasi atto della vita una nota inquietante e crudele, un nero colore notturno, di sangue ver­sato... que­sto nostro male che ha generato gli artisti, i consolatori, i rivo­luzionari, i santi...
     E ciò che in fondo tutti cercano nell'amore, nel delitto, nella droga, nell'arte, nella fede, nella ri­voluzione... è uno stato di co­scienza diverso, una trascen­dente esperienza poetica, un ri­torno ai miti primigeni, alle radici oscure e feconde della nostra uma­nità. Per rispon­dere all'agita­zione, al vuoto, all'as­surdo di questa epoca, di questi luo­ghi... dove an­che la vita... è solo... un insperato ritardo della condanna!
     Lucidità, follia... chi lo sa..? Ma debbo difendermi da Lui!



* * * * *


( Giorno; l'attore continua il suo racconto, alternando momenti di abbattimento e depressione ad altri di lucida ironia... ed autoironia. )


     Il giorno dopo mi affrettai a scendere in teatro per vedere il na­stro del video-tape... L'im­magine non era bellissima, ma non siamo mica qui a fare Fel­lini. A un certo punto nel vi­deo... un'ombra... qualcosa en­tra in campo.
     E' Lui! Usciva piano e guardingo dalla buca del cesso.
     Ecco da dove arrivava: " Nero, carogna, ritorna nella fogna !"
     Però... l'avevo intuito che in Lui c'è qualcosa di scato­logico... di escatologico..? Che rimanda al profondo, ai fini ultimi dell'uomo, del mondo, della società... E insieme una catarsi, una purgazione...

     Poco dopo sono venuti a chiamarmi: dalla psicologa, per l'"os­servazione"... E' anche fin troppo facile parlare... di co­m'ero a quell'epoca... di come non ha  mai veramente fun­zionato con lei, la sua famiglia, il lavoro... solo il no­stro fallimento, non una pa­rola sull'amore. Eppure ci sono stati anche momenti belli...
     E anche ora, secondo lei, è colpa mia... sempre stata colpa mia... Non faccio più caso alle tenerezze, neanche un senti­mento... si sa, sono distratto, mi dimentico tutto, anche i com­pleanni... Ma che me ne frega! Tanti auguri, merde!!!
     E poi come fai a sapere le colpe... in quei casini lì... E' finita... non è finita... E giù litigate, e pianti, e angoscia, da tutte e due le parti... ma lei soffre di più! Ha l'esclusiva, lei, del dolore... Ma si rifà una vita... E così chi resta solo sono io! Sì, va bene... al mo­mento c' ho solo un topo, come com­pagno... Bella compagnia... E' già... non mi me­rito altro, non me lo merito mica, io... l'amore di una donna... Come se fosse facile!
     Sentivo la mia voce che andava avanti quasi mecca­nica, il suono delle parole... monotono, ininterrotto. S'in­tuisce il filo con­duttore di un feuilleton familiare, di una di queste telenovele... Com'è inutile, e piatto, e mediocre, dire dopo anni, in tutta calma, quello che allora avrebbe potuto venir fuori nella rabbia, nella passione, nel dolore... nell'amore.

     La psicologa mi guarda con un'aria di freddo rimpro­vero. Brava lei...
     Cambio argomento, visto che ha fatto studi clas­si­ci, pro­vo a metterla sul piano culturale. Apollo Smin­te­us, l'Apollo dei topi, che porta la peste... e da cui nasce an­che la tra­gedia... Sofocle, Edipo Re. Mi guarda perples­sa, ve­do che non capisce, e allora cerco di spiegarle di que­sto per­se­cu­tore furtivo, che mi doppia, mi raddoppia e mi oltre­passa, arri­vando sempre prima di me... Eh, eh, devo aver fatto cen­­­tro per­ché vedo che scrive velocemente nel suo gros­so registro. Magari finisco anche in qualche libro... Gran­­de in­ven­­zio­ne la stampa, imprigiona il pensiero e la pa­rola me­glio di una prigione, una condanna... sì, l'erga­stolo! L'uni­­ca salvezza, è forse in questi piccoli roditori di vecchie carte...


     Eh no, debbo aver toppato... la dottoressa inizia a parla­re di proie­zione, di ombra... e mi fa un sacco di do­mande...     " No, no, signora, non c'è nessuno che mi vuole male, c'è semplice­mente un grazioso topo­lino nella mia cella..."
     In fondo è un classico dell'iconografia car­ceraria... Appunto..!
      Questa qui, invece che darmi una mano ad uscire fini­sce che mi fa rinchiudere in manicomio. Meglio far finta di aver scher­zato... tiro fuori qualche gioco di parole - è una lacaniana - a pro­posito della topologia, che suona an­che un po' osé, equivoca... e gli spazi chiusi... eh, eh, but­tandola sulla geometria...
     Quando la saluto non sono comunque molto soddisfatto di come si è svolto l'incontro... E' tutta colpa sua, guarda in che casino mi ha messo il Nero anche con la psicologa!


( Effetto sera; in branda, e poi passeggiando su e giù per la cella. )

     Sto vivendo questo periodo in uno stato di confusione quasi allucinatorio... Non riesco ad occuparmi di niente, sempre perso tra ricordi, sogni, rimpianti, progetti, fanta­sie. Tiziana... l'amore... E lo sto cercando ora, a quaran­t'anni..? E proprio qui? Ci casco sempre... E' vero..! No, secondo loro lo faccio così... per passa­tempo.
     E' che l'amore è una parola strana. Vola troppo... e vuole trop­po. Bisognerebbe trovarne un'altra...
     A volte mi sembra che tutti i problemi della società de­rivino dal dare a qualco­sa un nome che non è il suo. E poi sognare sul risultato. "L'amore"... Non sa­rebbe meglio chiamarlo... "La cosa"..?
     Potrebbe diventare più concreto, più alla nostra al­tezza... E il dramma stesso è la cosa, come dice Amleto... e poi Sar­tre... No, quella di Occhetto era un'altra storia, e un'altra cosa... Belle cose che fanno, lui e Fini!

     All'inizio mia moglie l'amavo. Certo, all'inizio ho sem­pre amato. Sì, voglio dire che ho avuto degli attimi inten­sissimi, che al momento sembra che lascino dei segni pro­fondi, importanti. Ma "la cosa" non è questo. O meglio, non è solo questo. "La cosa"... è l'amore. No, un'altra spe­cie d'amore, che non rimpiange gli attimi trascorsi, perché diventa la vita. E' un patto di sangue stipulato tra due per­sone e, forse, prima ancora dal destino, unione di corpi e di senti­menti in attimi di un'eterna durata... Una compli­cità di sensi, di sguardi e di parole...
     Non so se avrò la fortuna di riu­scire mai a farlo, questo patto di sangue. Ma "la cosa" non si fa solo con le parole... Cento volte ho provato a cambiare. A ricominciare da capo. Ma mi sono sempre ritrovato... senza complici, senza amo­re... e senza di me!
     Eppure io guardo, io avverto, io tocco... copulo anche, ma è come se non sentissi niente, sentissi di non essere niente. Ecco, senza aver avuto una realtà, io trascorro eva­nescente tra i sogni di alcune donne che non hanno saputo completarmi...

     E ora c'è Tiziana, che dalla finestra mi fa dei cenni di saluto e, allegra come una bambina, fa volare nella brezza della sera un piccolo, colorato aquilone, una variopinta far­falla di carta che sembra voler superare di un balzo i cinquanta metri di cortile di cemento che ci separano. Una complicità tra noi: di desideri, sguardi, parole e gesti tra noi lonta­ni, senza che se ne accorgano le guardie.


( L'interprete accenna sulla chitarra la canzone dell'Aquilone - per riprendere poi con le parole. )

  
          Gioca bambina con l'aquilone
           porta a quell'uomo un istante di gioia
           fallo felice con questa canzone
           fallo felice con questa canzone.

           Ma non sperare che lui ti sorrida
           triste e malato è il suo giovane cuore
           e invidia il volo dei tuoi aquiloni
           e invidia il volo dei tuoi aquiloni.

           Egli ama del mondo ogni cosa che è bella
           del cielo ogni cosa che vola leggera
           un cuore che ride più di ogni altro ama
           un cuore che ride più di ogni altro ama.

           Se poi nei suoi occhi sapessi guardare
           tu vedresti l'ombra di un altro aquilone
           che più non ha filo e libero vola
           che più non ha filo e libero vola.

           Credi fanciulla che stargli vicino
           è un atto di fede è un atto d'amore
           perché nel suo petto è di casa il dolore
           perché nel suo petto è di casa il dolore.

           Innalza nel vento il tuo sole di carta
           così fagli dono del tempo migliore
           sarà un sacrificio fatto all'amore
           sarà un sacrificio fatto all'amore.

           Se libera corri sul mare e sui prati
           e libera appari di mente e di cuore
           il dono che offri maggior sarà ancora
           il dono che offri maggior sarà ancora.

           Il bene più grande è la libertà
           più alto e più chiaro tra ogni aquilone
           il dono più bello è la fedeltà
           il dono più bello è la fedeltà!


     Perché ci sarà senz'altro il modo di fare... "la cosa"! Altri­menti il nostro destino è quello di essere delle ma­sche­re di uo­mini... maschere tragiche, da attori, sì, degli invo­lucri... e mai delle persone. Magari dei personaggi... perso­naggi affascinanti, simpatici anche... ma che nascon­dono un vuoto sotto la sem­bianza... e mai delle persone!
     Ma se è così... l'amore non sarà mai reale, concreto... sarà sempre qualcosa che vola, che sfugge... un desiderio... un aquilo­ne... o una farfalla che ti si posa un attimo sulla mano... ti si posa lieve sull'anima... e ti rende tanto più ri­dicolo quanto maggiore è la sua bellezza..!

     Chissà se anche Lui ha un amore, una lei... E se fosse addirittura una Lei?!?
     Il giorno dopo ho approfittato dell'ora d'aria per chie­dere lumi al tuttologo... Sembra che non ci siano particola­rità come il colore o, che so, la lunghezza della coda che permettano di di­stinguere da lontano il sesso dei ratti. Ca­ratteri sessuali secon­dari, ha detto il tuttologo... e poi ha tirato fuori la filologia e la semantica per spiegare la mia convinzione che si tratti di un Lui - anche l'inconscio in­fatti sarebbe strutturato linguisticamente...
Eccone un altro che fa lo psicologo e che vuole capire, sa­pere, spiegare tutto. E giù con gli esempi: che Günther Grass in Germania ha parlato appunto di una topa perché là il nostro amico si chiame­rebbe Rättin, che è femminile, e che anche in francese souris è femmina... e la topa poi la chiamano chatte, gatta... che strani..!

     Stai a vedere che se il Nero capita a Poggioreale ci ri­mette le palle, per­ché là a Napoli lo chiamano zoccola!

( Buio )

 




 I I   Q U A D R O


 *


( Giorno; l'interprete sta scrivendo sul solito diario, interrompendosi spesso, come per raccontare e quasi rivivere gli avvenimenti... )


   " E tu mi guardi, eh..! Ma chi sei? Lo spettato­re... il testi­mone?!? E di cosa... di questo naufra­gio..? No, sei l'accusa­tore, il calunnia­tore..! Come se non li cono­scessi abba­stanza i miei errori! Per­ché..? Ce ne sono degli altri?
     Ma che vuoi..? Lo scontro? Ce l'avrai, ce l'avrai, tra un po'! "
     Mi ero accorto infatti in quei giorni che Lui veniva a man­giucchiare, oltre che di notte, anche quando la sera sta­vo alla fi­nestra a parlare con Tiziana... E si fermava pure a guardare la te­levisione! Ci feci caso quella volta che fu pro­prio Tiziana a chiamarmi. Aveva una voce più tenera del solito, più intima, profonda... Non che avesse niente di particolare da dirmi, però sentivo che non voleva lasciar­mi... Forse era il tramonto... l'ora che volge il disio...
     Continuava scherzando, dolce e provocante... come se avesse avuto voglia... Mi vergognai subito di questo pen­siero, come se improvvisamente mi fosse venuta voglia... di fare l'amore. Sì, avevo voglia di lei... una voce... una pre­senza lontana... pur sempre qualcosa, qui.
     Qualcuno riusciva anche ad essere esplicito dalla fine­stra. Io no, mi blocco, non riesco neanche a dire cara... Ma quella volta lì... " Sì, Tiziana... anch'io!"

     Oddio, sotto lo stipetto... E' Lui... proprio ora... non è il mo­mento.  " No, no, Tiziana... volevo dire che è un mo­mento bellis­simo... - Intanto Lui è là, lo sento... -  Ma sì, certo che sono solo. Chi vuoi che ci sia? "
     Maledetto, non mi lascia mai in pace. Venire qui anche ora a rubare, a ro­dere, a spiarmi!
     " No, no... dicevo che qualcuno ci potrebbe sentire. Scusa Ti­ziana... la conta... sì, è in anticipo. Ci sentiamo domani. Ciao, ciao..!" 
     E Tiziana poi chissà che ha pen­sato... Non si è fatta sen­tire, non mi ha risposto per due giorni.

     Io però avevo capito che avrei potuto sorprenderlo la sera se­guente... Bastava far finta di parlare alla finestra, control­lare con la coda dell'occhio il cesso, e appena usciva bloc­cargli la via di fuga e colpirlo. Già, ma con che cosa? Con l'ingegno tipico di chi non si fida, soppesai a lungo la scopa e lo spazzolone... ed optai per quest'ultimo. Faggio evapo­rato, credo. Una clava, un'arma primordiale ma di grande efficacia: un micidiale prolungamento del braccio. Se avessi sottomano chi dico io, tutti quelli che dico io...
     Eh, eh, non sono armato, ma sputo ancora lontano..!


( E inizia i suoi stornelli, rivolgendosi al pubblico, quello vicino e quello lontano... )

     Non sono armato
     ma sputo lontano
     non passo la mano...
     il gioco mi va!

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          e senza un rimpianto
          ti mando affancul!

     Tu se' giornalista
     t'ho messo già in lista
     larillallallero
     larillallallà...

          Ti sputo e ti canto
          ti canto e ti sputo
          e senza un saluto
          ti mando affancul!

     Tu ti se' venduto
     e t' han scarcerato
     larillallallero
     larillallallà...

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          ti porto in un canto
          e il culo ti fo!

     Tu ha' governato
     e i soldi ha' rubato
     larillallallero...
     larillallallà!

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          vu' siete un bel branco
          di rotti nel cul!

     E chi se ne frega
     anche della galera
     larillallallera
     larillallallà...

          Vi canto e vi sputo
          vi sputo e vi canto
          e senza un rimpianto
          vi mando affancul!

     Non sono armato
     ma sputo lontano
     non passo la mano...
     il gioco mi va!

          Io son fascista
          e son sempre in pista
          larillallallero
          larillallallà...

     E si gira e si canta
     si canta e si gira
     e pe'  la garganta
     il vino ci va!
     I' vino ha' annacquato
     la grappa è aceto
     larillallallero
     larillallallà...
   
          Ti sputo e ti canto
          ti canto e ti sputo
          ti faccio i' saluto
          e 'un ti pagherò!
        
     Il sigaro 'un tira
     il prezzo è aumentato
     larillallallero
     larillallallà...

          Ti sputo e ti canto
          ti canto e ti sputo
          a' monopoli di stato
          in culo gli vo!

     Con un bello spinello
     l'amore è più bello
     larillallallero
     larillallallà...

          Mia cara biondina
          ti fo una cosina
          larillallallero
          larillallallà...
    
     Ti canto e ti bacio
     ti bacio e ti canto
     ti porto in un campo
     e l'amore si fa!

          Larillallallero
          larillallallero
          larillallallero
          larillallallà...

     Non sono armato
     ma sputo lontano
     non passo la mano...
     i' gioco mi va!

          Io son fascista
          e son sempre in pista
          larillallallero
          larillallallà...

                            ( anche da capo,
                              ad libitum... )


     Ero lì, tesissimo, pronto a scattare. Un occhio alla fi­ne­stra, un occhio al water. Niente, non usciva fuori... le bri­ciole erano lì sotto lo stipetto, invitanti, appetitose... E di Lui neanche l'ombra.
     Ah, ho capito, sei più furbo di quanto pensassi. Aspetti che stia a parlare... Finalmente Tiziana ha risposto...
     Peg­gio che an­dar di notte, parlo quasi a vanvera...
" Sì... no cioè, no... no... non ci sono problemi... aspetta... ssstt! "  Il solito fruscio...
     Questa volta abbocca, è come se lo vedessi: si sporge dal cesso, esce dalla fogna dove vorrebbero relegarlo e prende possesso dell'aperta profusione del mondo, della mia cella... Ormai deve essere sotto lo stipetto, ma non vo­glio ancora girarmi. Farfuglio imbarazzato qualche scusa...
     " Sì, domani... allora ciao..."  e mollo Tiziana.
     Prendo fiato, tra due secondi scatto... speriamo di aver calcolato bene...


( L'interprete ora mima concitato l'azione e le gesta. )

     Sì, eccolo lì... Pam! Una botta tremenda. Mancato! Lui schizza, scarta, fugge. Sono tra lui e il cesso. Bloccato, non può scappare. Tenta di nascondersi sotto la branda... ma la nudità della cella non offre rifugi. Ecco, lo stringo in un angolo. Cerca di scappare. Lo blocco, mi avvicino... ter­rore... più vicino e... Pam! Ihihih!!! Un grido... Niente, si ro­vescia... Ahi! La mano... morde, anche. Vigliacco! Pim! Pum! Pam! Tre colpi di seguito... Ecco, è ferito... sto vin­cendo... sì, ai punti... non mi basta. Ecco... Pum! Col­pito... K.O.!
     Sì, lo finisco... senza pietà. No, si rialza, più veloce di prima. Schizza sotto lo stipetto. Pum! Ahi!!!!! L'occhio... sì, il mio... contro lo spigolo.
     Barcollo. Sto per cadere. E' un attimo. Vedo strano, rosso, confuso. E' un sogno... il sangue... e Lui è sparito sotto il letto... Penso che c'è un buco nel muro, tanto stretto che tu non hai mai potuto passarci, per sfuggire...


( Riprende ora con le sue considerazioni, con la sua filosofia spicciola. )
  
     In infermeria mi medicano il morso alla mano ed una ferita la­cero contusa all'arcata sopracciliare destra... Il me­dico ascolta scettico le mie spiegazioni... il topo... non lo convince, ma non sa cosa pensare... non sono certo "sci­volato" su un pugno od altro... ero solo in cella... Au­tole­sionismo.... forse... delirio paranoico...
     Intanto mi ri­sparmio l'antirabica... Il Nero non mi fa­reb­be mai questo. Le armi biologiche sono vietate dalla con­venzione di Gi­nevra... siamo pur sempre tra gentiluo­mini... Ed io eviterò di ri­correre ai gas.

     Ma... cos'è?!? Mi è sembrato che il suo musicolo astuto spuntasse dal taschino del camice del dottore... coi suoi baffetti, sì, da topo... Il segno di un'inquietante complicità...
     E' la medicina che ha voluto che la vita e il destino del­l'uomo fossero messi tra le zampine del topo: per recu­pe­rare memoria, abbassare la pres­sione arteriosa, go­dere del sonno, perdere l'ansia, rimettere in moto l'inte­stino, ane­stetizzare il dolore o la coscienza. E' il topo che blocca la ghian­dola tiroide ( gozzo / Gozzini / cretinismo: sugge­stiva as­sociazione sul padre della cosid­detta riforma carce­ra­ria...), è lui che riduce la prostata, che evita una gravi­danza, che ci lava i capelli e ci tira la pelle irrugosita... E' sul topo che si sperimentano i condizio­namenti e i com­portamenti sui quali si regge l'economia, la società, il car­cere. Uomini e topi... Premio e punizione.

     Non voleva rapporti, l'uomo, col topo: il rattus, l'abita­tore delle fogne e delle discariche, il deturpatore dei cada­veri, l'im­brattatore delle cucine, l'incubo dei pozzi e delle prigioni, il segno fallico, il portatore di peste... Redento ora dalla scienza grazie al connubio che avviene per via di gocce e di compresse, di dati e di cosmetici, di clisteri e di pomate, per via paren­terale, retta­le, endovena...
     Il corpo del piccolo masticatore di carta viva e morta è quello che oggi aiuta a prendere le decisioni storiche, che vince e distri­buisce i Nobel, che si assume la responsabi­lità della pace e dell'ordine sociale, che fornisce i famosi input e i protocolli senza i quali non marciano più né il sa­pere né le cause - cause processuali e cause dei santi - e provvede all' intrappola­mento scientifico e teologico del mondo, irri­me­diabile, de­so­latore, scandaloso.
     Sì, una trappola... C'è qualcosa di più forte che nelle pandemie, e di analogo, in cui dal topo alla pulce all'uomo si stabiliva un circolo che deter­minava la storia e la ci­viltà: ora l'influenza del topo, via test farmaco­logico o pa­vlo­viano, introduce nell'esistenza umana modificazioni psichi­che e in­tel­lettuali ignote alle pesti manzoniane... Oggi il to­po ci rosicchia dal fondo del suo innaturale sof­frire, dai suoi lazzaretti minimi di scientifica prigionia e morte stra­ziante, ed è più dentro alle nostre vite di quando i suoi antenati si precipitavano dai moli e seguivano le carovane...
     E la parte, il guadagno dell'uomo in tutto questo? L'uomo, come sempre, viene abbandonato, tra i rifiuti... o in un carcere... E forse verrà davvero il giorno in cui, per ventura e insegnamento agli uo­mini, la peste risveglierà ancora i suoi topi per mandarli a giocare la loro parte nel­l'or­rore di queste città felici!


( L'attore s'improvvisa una vistosa fasciatura sull'occhio e la fronte. )

     I punti fanno un po' male... ma non mi lamento... è co­me un'ovattata costipazione dentro la testa e negli occhi... Una specie di sorda costipazione dell'anima.
     Mi accendo un mezzo toscano, e presto nella cella aleg­gia una nebbiolina azzurra, che rende tutto più sfu­mato, e an­che i pensieri si sperdono dietro al fumo... Bacco, tabac­co e Venere... Magari...
     Qui, dove il sospetto, il ricatto, l'infamia s'insinuano ovun­que, pensieri e sentimenti restano racchiusi nell'in­ti­mo, e bisogna rinunciare anche al vi­no, per­­ché suscita la verità... Resta giusto il tabacco... e per sciuparti anche que­sto piacere, ci scrivono che "Nuoce gravemente alla salute". Già, si preoccupano che si rubi qualche minuto di relax alla galera... o qualche anno al­l'ergastolo!

     Forse abbandono la lotta. Che senso ha? Tutto quello che ac­cade, in fondo, mi lascia indifferente, apatico. Sento di essere come svuotato, privo di ogni energia vitale. Però respiro. Dev'es­sere un istinto ritmico, involontario. Tutto è involontario! Anche la morale, forse, è come... incorpo­rata, un optional... Come per tutti quegli amici e camerati che si perdono appena varcato il cancello del carcere... manco un cartolina... e poi ce li ritroviamo addosso tutti i giorni dalla televisione, i libri, i rotocalchi: a raccontare di loro, della rivoluzione, della carcerazione, della reden­zione... Loro, i duri e puri, sì, un po' a piatire, a tradire, ma questo non conta - era solo per farsi scarcerare...

     Allora mi rode, mi rode den­tro. E mi dice che non posso abbando­nare. Non si può vivere in questa costipa­zione del­l'a­nima, del cuore, del fe­gato, delle palle... Un tempo i medici parlavano di fleg­ma, di bile atra, di me­lan­conia, di umori da sfogare... E' per questo che si ha biso­gno di un nemico... sì, anche in­ventato!
    E si ha bisogno di qualcuno con cui confrontarsi, di uno spettatore in cui rispecchiarsi... uno spettatore sedu­to in sa­la, fisso sulla scena... da moltiplicare per dieci, per mille... da aggredire, da costringere alla difen­siva, alla re­azione.
     Quello che ho davanti è quel pubblico che credo indi­spensabi­le al mio gioco, alla rappresentazione... oppure è un semplice to­po..? Si rappresenta per tanti o per ciascuno?
     E allora come rappresentare me stesso..?



 * *


( Sera; l'interprete percorre la cella in lungo e in largo, sempre più agitato, e poi riprende il suo racconto, il racconto della sua ossessione. )


    Dice il tuttologo che Lui è un es­sere perfettissimo, con sensi e sen­sori capaci di cap­tare ostilità e peri­coli in qual­siasi ambiente.
     Lui è in grado di registrare vi­brazioni e fre­quenze che l’orec­chio umano non può per­cepire. Il suo corpo è rico­perto di pelo nero, con la coda nuda e sottile munita di piccole squame... Che schifo!

     Lui è socievole e prolifico... Lui è un essere audace e battagliero, calato in orde dal set­tentrione, come i barbari, e capace di adattarsi a qualsiasi cibo e qualsiasi am­biente... compresa la galera. Lui c'ingrassa, e noi ci consumiamo...
     Quando si dice che l'uomo sarà distrutto dall'esau­ri­mento delle risorse, dall'inquinamento o dalla guerra ato­mica si commette un errore stupido ed irreparabile. E' Lui il nemico. Perché Lui è come l'uomo. Intelligente, onni­voro, adattabile. E' contro di Lui che avverrà lo scontro fi­nale. Gli allibratori lo danno vincen­te, questo essere pesti­fero. Io, no!

     " Ah, sono orgoglioso, eh..! Mostro! Il mio orgoglio però non è amore di me stesso, altrimenti non mi prende­rei a calci come faccio. Il mio orgoglio è... è per come si dovrebbe essere. Il mio orgoglio è lo schifo di tutto e di tutti. Di te, ma anche di me... un po' meno... "
     Gli parlavo, ma in realtà Lui non era presente. Chissà dove ha la sua tana..?
     In questo schifo di prigione Lui c' ha fatto la sua co­moda tana, la sua casa... E ormai anche questa cella mi è divenuta familiare, mi ci sono affezionato come a una tana... Un buco dove nascon­dermi dalla volgarità, dalla coat­teria, dall'indifferenza della socie­tà, del carcere... di me stesso. In un certo senso la prigione aiuta... a soppor­tare le proprie colpe. Quando è dura, quando è ingiusta, prende su di sé una parte del fardello..!
     " Perché mi guardi come se fossi impazzito ? "

     Per trovare sollievo da quel che mi rodeva dentro, de­cisi di passare di nuovo all'offensiva. E' quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare!
     Mi ricordai di un'impresa che mi aveva raccontato il tuttologo, a suo tempo stratega politico-militare, ideologo e gran cantiniere della Lega del Gallo Nero... Durante un assedio della loro sede, invece che le consuete pietre e molotov il tuttologo aveva pensato di far piovere sui mani­festanti una mezza dozzina di gatti randagi che aveva rac­colto la sera prima e tenuto tutta la notte chiusi in un sacco, a digiuno e ogni tanto con una bella scrollata. E nel rie­vocare la cronaca di quella giornata - il brontolio sem­pre più cu­po e minaccioso che proveniva dal sacco, i balzi delle fiere lan­ciate dall'alto di una finestra a artigliare ora una fac­cia ora una gamba ora una bandiera, la rovinosa fuga dei malcapitati compa­gni, impreparati ad affrontare un simile attacco - nel raccontare, dicevo, il tuttologo aveva assunto un tono epico, per finire poi con le solite spiegazioni, i ri­fe­rimenti storici ai molossi da guerra degli antichi e i mo­der­ni missili a ricerca automatica del ber­sa­glio: i Wild Cat!
     Qui poi, finita l'infausta stagione degli opposti estre­mi­smi e riconosciuto nel carcere il vero nemico, si è creata una sorta di fratellanza d'armi tra i reduci delle battaglie di al­lora, e il tuttologo, forte dei suoi studi di veterinaria, si pro­di­ga ora con l'omeopatia a lenire an­che ai compagni i ma­lan­ni del tempo e della galera: con ri­sul­tati ben più mi­ci­­diali di quando li affrontava a spran­gate e gatti...

     Con un trucco riuscii a sostituire l'addetto alla com­mis­sione cucina ed in un paio di giorni mi feci amico Rufo, un gattone sel­vatico e sempre affamato che regnava sugli avanzi e i rifiuti della cucina. Fu un gioco da ragazzi por­tarlo fino in cella nascosto in un sacchetto dell'immondi­zia... Quando ti perquisiscono col cerca-metalli si aspet­­tano di trovare un coltello o magari un seghetto, non certo un gatto.
     " Quando il gatto è fuori i topi ballano "...  Ma ora sono io a condurre le danze!
     Appena in cella con Rufo, anche dentro non mi rode più... Mi misi al lavoro cantichiando un motivetto.


( E ancora con degli allegri stornelli. )

E c'è Marione che fa il terrorista
lui è nicciano e nichilista...
Ma si dà arie d'intellettuale
di grande autore teatrale...

          E siccome è un gran fascistone
          nell' osterie la fa da padrone...
          Suona il trombone e la fisarmonica
          e ruba un bacio alla bella Veronica!

E all'oste che arriva incazzato
perché il vino non gl'ha pagato
a calci in culo gli regola il conto
e tra le donne è beato e contento...

          Ora ch'è uscito già di galera
          nell'osterie ci passa ogni sera
          e per godersi davvero la vita
          si tien tra le braccia la Margherita...

Tra brindisi e canti e degli stornelli
son questi per lui i momenti più belli
e per festeggiare vino e libertà
non ce n'è una che non gliela dà...

          E non si pente d'esser fascista
          per le balere è sempre in pista
          lui balla polke, valzer, mazurke
          e se le fa tutte, le belle e le brutte...

Stretta nel tango lui tien la più bella
la più carina, la Raffaella
questa per lui è la meglio fuga
e speriamo che non gli vada buca...    

          E lo stornello che v'ho cantato
          è un omaggio riservato
          ai signori del ministero...
          E speriamo gli pigli un canchèro!

     Tra poco inizia il combattimento. E questa volta sono spettatore, anzi regista. Mirando dritto allo scopo, ma senza trascurare il lato spettacolare, col solito secchio, un cartone ed un cordino ricavato annodando i lacci delle scarpe da ginnastica, costruii una specie di sipario solle­vabile a di­stanza. Ho meno mezzi di Strehler, ma me la cavo sempre. Il teatro di guerra è già apprestato... Teatro... Giusto!

     " Lo spettacolo è l'erede di tutta la debolezza del pro­getto filo­sofico occidentale " aveva detto una volta il tut­tologo... chissà che intendeva dire. Il mio progetto non ha punti deboli! Piazzai il fe­lino dentro il secchio, dietro al sipario. Il forte odore delle sardine della cena, strofinate sul secchio, lo teneva inchiodato sul posto.
     Ecco, è tutto pronto. Non resta che aspettare Lui. A quest'ora viene sempre. Sto vicino alla finestra col cordino in mano e il cuore in gola... Che succede..? Ritarda..? Di solito è puntuale. No, eccolo... Si ferma, annusa... Che ab­bia sentito..? No, prose­gue. Si avvicina al cartone... Su il sipario!


(Quasi gridando, in una sorta di esaltazione guerresca. )

     Il gatto sgrana gli occhi. Si gonfia. Rizza il pelo. Una matassa di pelo rosso e maculato. E' un leone! Lui... Lui non scappa, per ora. Abbassa il pelo nero, sembra acciaio brunito, freddo e in­quietante come un'arma... Non l'avevo mai visto così... Ora il felino, pregustando il ghiotto pasto, sta per scagliarsi sulla vittima. Per una frazione di secondo i due restano immobili. Il Rosso e il Nero...

     La vittima impietrita guarda negli occhi il suo carnefice ed emette solo uno stranissimo, flebile suono: Quex!
     E il gatto... Via! Scappa come una lepre. S'arrampica sulle pareti, sbatte sullo sgabello, lo rovescia. Fa due volte il giro della stanza, velocissimo. Se la fa addosso, anche... Ecco, salta sul ta­volo, sul letto, si slancia verso lo spion­cino aperto, e lo manca clamorosamente, il felino. Pum! Sul pavimento. Miaooo! Un urlo tremendo. Niente, riparte come un razzo. Letto, tavolo... certo, più rincorsa... Ecco, ce la fa. Bravo Rufo. E' fuori, è salvo. Corre an­cora come un pazzo, nel corridoio, tra le gambe delle guardie... corre a cercare un rifugio da loro. Quel vigliacco, quel­l'infame, quel matassone di merda! Rosso, sì, di vergogna...  Il Nero muove e vince!

    Dopo ogni battaglia, come sempre accade, c'è uno strano si­lenzio, quasi sacrale. L'esito dello scontro, coi re­sti sparsi qua e là sul pavimento, appare già con l'alone del ricordo agli occhi eroici e pietosi del vincitore. Lui non si è mosso di un centimetro. Ora alza la testa verso di me. Mi guarda come se pensasse...  " Mi di­spiace, ma era ine­vitabile..."
     Mi fa: " Quex! "


( L'interprete riprende a scrivere sul diario, spesso interrompendosi e commentando tra sé e sé... )

     Ormai era guerra. Ma la guerra che voglio fare viene dalla guerra che Lui fa a me. La mia guerra si nutre di una guerra... Questo dicevo nei giorni scorsi... risultato: ho an­cora un topo in cella. Questo forse si era capito. Una be­stia coraggiosa, intelli­gente, e con gli ultrasuoni. Non un demone o un fantasma... Forse un fantasma sarebbe stato più alla mia portata. Purtroppo, è un topo. Basta saperlo. Basta fare ordine nelle proprie cose...

     Non parlo dello stato di caos in cui ormai vivo. Sì, la cella è diventata un disastro... E quando vengono le guar­die a battere i ferri quasi mi vergogno... eh, eh, ma loro forse hanno anche un po' di paura!
     D'altronde è noto che non è l'ordine esterno che mette in ordi­ne le coscienze... E nulla suona così sinistro ed in­quie­tante come l'annuncio che l'ordine è stato ristabilito... in un carcere, o a Pechino...
     Una cella, un tavolo, uno stipetto sempre puliti e per­fetti ten­dono forse a celare una sottile forma di sporcizia del proprietario. L'importante è l'ordine interiore. L'im­portante è fare chiarezza nelle proprie cose, dico... quelle della vita, del presente e del pas­sato. E io lo faccio, l'ho fatto, con lei, con mia moglie, con la co­siddetta giustizia, con chi mi ha fatto finire qui... Con Dio... c'è chi dice le preghiere e chi fa il bilancio... E ora dormo bene. E' chiaro. Mai stare in bilico. Bisogna vivere sempre come... come in trincea, dove non si sa cosa porterà il domani, se ci saremo an­cora domani, e allora devi aver messo a posto tutte le tue cose.
      Spazzata via dalla scena tutta quell'affettazione con cui ci sciacquiamo continuamente la bocca per evitare di fare i con­ti con la nostra pochezza, i nostri errori, l'inevitabile scac­co cui siamo votati, e da cui disperatamente cer­chiamo di distogliere lo sguardo. Il continuo chiacchierio multime­­dia­­le dei soliti funaripannellacurciomaioloelafa­randa...

     E là c'è il Nero, che mi fa stare in allarme, in guerra, in trin­cea... Cosa mi aspetto da questo scontro..? Semplice, mi aspetto tutto... Perché al punto in cui sono questa guerra è tutto, e tutto quello che posso fare... Non ci sono più utopie o miracoli, ma solo istruzioni per l'uso, ad uso delle masse: di gente sazia, compiaciuta e cinica, soddi­sfatta solo del proprio tornaconto...
     E il mondo d'oggi è in decaden­za proprio perché ha perduto da una parte il senso del tragico, dall'altra il senso del ridicolo... perché ha rotto con questa realtà disperata ma non seria, con l'efficacia immediata ed ineludibile del ridi­colo... e del pericolo. Nessuno è libe­ro, e il cielo può sem­pre cadere sulla nostra testa...
     Questo, forse, vuol dirci il Nero... in questa epoca e in questi luoghi, dove il sistema si presenta così abile nel­l'adattarsi a tutto, a tutto omologare e fagocitare, che ci la­scia perfino senza nemici con cui poterci confrontare e misurare... per conoscere noi stessi, gli altri, la società..!

     Ogni tanto mi spiava. Chissà cosa pensa di me? Quelli che mi conoscono un po', mi apprezzano... Ma fuori dal mio ambiente, lontano dall'azione probabilmente sembro un personaggio ano­nimo, grigio... no, non grigio... nero?!?
     A volte di notte camminava adagio sulla spalliera della branda... Ma ora sono un paio di giorni che non si fa sen­tire. E' maggio, probabilmente Lui... l'essere notturno e misterioso, si aggira pieno di palpiti giovanili nei suoi bu­chi malfamati e allet­tanti. Lui, il vincitore, conquista fa­cilmente una topa stupenda, si accoppia con lei in am­plessi lascivi. Anzi, forse con due, con tre... sì, l'orgia... E se la fa anche alla sezione femminile, si insinua, spia le ragazze, fiuta eccitato il loro odore tra la biancheria in­tima, e le sfio­ra, le tocca... Gridano... fremono spaven­tate... eccitate... puttane..!
     Lussurioso, libertino, depravato! Però se la gode, eh! Certo, se non mi viene a trovare è perché se la gode. E' sempre così... Quando c' hanno qualcosa di meglio..!
     E io ho solo Tiziana, la sua voce, il suo volto lontano tra le sbarre... La sua foto sul muro... non è una donna però... ci fai l'amore per abitudine.


( Agitandosi sulla branda, disfatta. )

     Purtroppo sto attraversando un periodo in cui mi ven­gono fuori, senza che lo voglia, tutti i dubbi della mia esi­stenza... Tutte quelle preoccupazioni che puzzano inve­ro­similmente di uomo, di uomo provvisorio e materiale, di carogna... I giorni sono come degli incubi... e le notti. Sento cadere il tempo...
     Possibile che sia Lui la causa di tutto? Certo la sua pre­senza non è casuale. Sì, lo incolpavo, e glielo dicevo, an­che. Ma Lui non se la prendeva affatto... Non è certo con le parole che si mi­gliorano le cose... E poi gli urlavo, gli tiravo degli oggetti... piatti, libri. Lui si scansava appena. Lo rincorrevo... forse Lui, forse la sua ombra. Debbo an­che avergli scritto una lettera, mi pare...

     Ho provato ad accennare di Lui col cappellano... ma ha fatto finta di non capire... Dürer ha raffigurato il diavolo con un ghigno quasi badiale e una coda incon­fondibil­mente da to­po... Ci sarà da fidarsi?
     Al punto in cui ero, avrei provato anche con qualche esorcismo..! Ma niente da fare, e nel congedarmi il cap­pel­la­no mi ha dato un santino col patrono dei carcerati... Però deve essersi confuso, è S. Antonio, il patrono degli anima­li... Lui ha anche i santi in paradi­so, e di certo è protetto  dal W.W.F.... E io..? Manco Amne­sty Internatio­nal, che si in­te­ressa solo dei neri... anche lei, appunto. E finisce che ci rimedio pure un "santantonio col bastone", dalle guardie...
     
     Basta, non ne posso più. Basta! Devo eliminarlo. Guerra totale!
     La colla allora, la pania, l'arma micidiale, segreta, a cui il tut­tologo aveva accennato con un tono misterioso, da cospiratore, da bracconiere... Uno stratagemma degno del pifferaio di Hameln: " Operazione Carta Moschicida ". Me ne frego del decoro, della lealtà. Lo debbo distruggere!


( L'interprete ora balza dal letto e comincia a mimare le azioni che va raccontando, la rappresentazione della sua impresa, e l'inevitabile scacco... )

     La guardia della spesa mi ha guardato perplesso quando ho ordinato un barattolo di mastice da due chili con la scusa del mo­dellismo... Ma non ha fatto obbie­zioni... Eh, eh, vedo che mi danno quasi sempre ragione, e nessuno mi contraddice più.

     All'opera allora, inizia la campagna di sterminio, la soluzione finale! Prendo il barattolo e il pennello. Cerco di scal­zare il tappo, ec­co, ce l'ho fatta. Ho il pennello nella mano destra e nella sini­stra... Niente, nella sinistra mi si è attaccato il tappo. Maledi­zione. Queste operazioni sono più difficili di come te le raccon­tano. O forse gli altri sono più bravi..?
     Tento di liberarmi del tappo scrollando la mano. Niente. Cerco di aiutarmi con l'altra mano. Dal pennello cola una pozza di mastice. Accidenti! Ora il tappo si è at­taccato alla mano de­stra. Ci vorrebbe una terza mano. Sto per avvi­cinarmi con la bocca. No, per carità. Mi fermo in tempo... Meno male, altrimenti mi sarei incollato anche le labbra, e addio racconto... Che impresa!
     In qualche modo riesco a dare un po' di pennellate. Il mastice è appiccicoso al massimo, impiastricciante, schi­fo­so. Lo stendo dove so che lui passerà. Dopo un po' il pennello non scivola più, anzi... si attacca al pavimento... Lo tiro con forza... a destra, a si­nistra. Alla fine si stacca, di colpo. Perdo l'equilibrio, sto per ca­dere! Istintivamente mi appoggio con una mano... Squacchh! In­collato... in­collato al pavimento. Non Lui, io... Maledizione!

     Dopo ore di ingegnoso lavoro e con l'aiuto di un bel po' di sol­vente tutto era pronto e mi appostai per attendere la sua venuta...
     Ma come...? E' già qui?!? Da dove è passato? Il male­detto deve aver utilizzato un altro percorso. Bene! Ora t'in­segno io a vivere! Ho capito. Vuoi la guerra sporca? E al­lora debbo imbrattare tutto. Sì, colla da tutte le parti!
     Per la mia difesa usai dei fogli di giornale... una specie di pas­serella per potermi muovere sul pavimento ormai impraticabile. La cella sembrava l'interno di un manico­mio abbandonato. Pezzi di formaggio sparsi, mozziconi di sigaro, tavernelli vuoti, gior­nali, cacche di topo, di gatto, ba­rattoli, tappi, pennelli...
     I resti di un naufragio che galleggiano tra le onde dopo la tempesta. Ma è una falsa quiete: quella che si ha nel­l'occhio del ciclone. Ora sudo, e grosse gocce mi cadono sugli occhi, mi ap­pannano gli occhiali. Ecco, come in una immagine un po' alluci­nata, vedo... Lui che cammina tran­quillo usufruendo dei miei per­corsi... sì, i giornali.
     Diabolico! Lo sa che passando dove passo io è tran­quillo! Carogna! Infame!

     Furibondo mi getto su di Lui, mi scaglio sul nemico per in­gaggiare una lotta primordiale. Lui si ripara appena, die­tro il ba­rattolo. Lancio un urlo, digrigno i denti, gli balzo addosso e in­gaggio una lotta bestiale, tremenda e primi­tiva, coi pugni, i calci, morsi, sputi, graffi...
     Tutto inutile. Lui non c'era più. Forse non c'era mai stato.



* * *


( Mattino; l'interprete, disfatto, quasi allucinato, continua il suo racconto, il suo soliloquio. )

     Ora io, o meglio quello che ri­mane di me, con la bar­ba un po' lunga e addosso l'accappatoio sporco e appic­cicoso, mi siedo adagio sul water...
     Bella maniera per iniziare la giornata. Non ho più la forza di tentare di vincere... La generosa rinuncia di vincere alla rovescia...         
     Sono in balia degli eventi.
     Non so più da quanti giorni non vado neanche a farmi quell'ora d'aria nel cortile... Mangio un po' di miele, per­ché no..? Il miele mi cola sul tavolo, sulle mani, sull'ac­cap­patoio... Sarà carenza d'affetto... Allora tutto questo miele, questo affetto sparso, sprecato... Ce n'è un po' anche per il Nero... Certo, anche Tiziana la sento sempre più di­stante...
     Con l'acuto intuito della femmina capisce che c'è qual­cosa d'altro che mi occupa la mente, non c'è solo lei nei miei pensieri... E' forse gelosa, ma non capisce...

     " Nero!!! Dove sei? So a cosa stai pensando. Sì, ormai lo so. E vorrei anche dire a chi non vuole vederti o preferi­sce ignorarti, che in quanto ad astuzia e malvagità tu su­peri qualsiasi immagi­nazione... Pestifero! Crudele! E infe­dele, anche! Ora che sai che non riesco a non pensare a te, che non posso più fare a meno di te... mi lasci solo... Solo con le mie parole... E questo è davvero essere soli!
     Mi manchi, lo sai, vero, che mi manchi..? Traditore! Prima mi hai mangiato l'ombra. Poi hai cominciato a ro­dermi dentro. Ma non credere che io sia finito. Tu hai da­vanti a te un mostro ancora vivo, e più cattivo di prima. Un mostro di cui sono lieto tu possa scorgere solo il viso, sicuramente meno orribile dell'anima che tu non vedi! "
     E questo grazie alla galera... Altro che rieducazione, reinseri­mento.... E poi, loro... rieducare, me..? Tanto hanno proprio una bella educazione, loro..! E reinserirmi... dove..?
     La vediamo tutti i giorni questa gente per bene, queste eccel­lenze, queste autorità...
    Li vediamo questi giudici, direttori, edu­catori, confes­sori... con i loro libri, i loro codici, i loro manuali, le loro teorie e le loro ideologie - ma sempre pronti a riclicarsi da un padrone all'altro - gelosi del loro potere sulla vita e la libertà degli altri uomini... E che dicono di volerti aiu­tare, capire, correg­gere, rieducare, rendere come loro... 
     Ma di quello che sono, così come sono, non debbo certo renderne conto a loro, ad altri uomini!
     Loro, i buoni, i giusti, gli onesti... con la loro aria di superio­rità, la loro falsa benevolenza, i loro complessi, le loro frustra­zioni, le loro facce, le ghigne, i musi... da topo..!
     Loro,  gli ideologi del  "pensa solo a te stesso", del  "non ne vale la pena", dell' "infischiatene degli altri", del "tira a campare"... per in­trappolarti meglio, e ammonirti ancora che l'unica saggezza rimasta è arrendersi, rinun­ciare, rin­nega­re... questi infidi untori della prevaricazione e della mistificazione..!
     E questi altri, qui, questi ex terroristi e criminali in fase di rinculo, a far scena e atteggiarsi a "duri e puri" tra gia­cu­latorie e penitenzialismi. Davvero una bella fauna, ora in galera, altro che il Nero... Ma loro poi escono...



( L'attore intona sulla chitarra la canzone del Boia -  le luci creano lentamente l'effetto notte. )

Cammina cammina
son giunto alla fine
di questo viaggio
nella teatralità...
Il mondo ho girato
in cerca dell'uomo
modello d'ingegno e di dignità
modello d'ingegno e di dignità..!

     Tre pulci ho nel sacco
     una vipera al collo
     un topo ho trovato
     lungo la via...
     Mi seguon trottando
     un'oca ed un pollo
     è quel che ho raccolto dell'umanità
     è quel che ho raccolto dell'umanità..!

Un cane ho lasciato
lungo la via
che troppo fedele
sembrava e sincero...
Così differente
dall'uomo vero
da render palese la bestialità
da render palese la bestialità..!

     Vivendo al di dentro
     di queste celle
     di brutte e di belle
     ne vedo ogni dì...
     Il coatto che piange
     lo sbirro che impazza
     il vile che ammazza
     l'attor che non c'è...

E cerca e ricerca
per speciali e transiti
tra i tanti veduti
distingui, setaccia...
Finché finalmente
si trova una faccia
in tutto e per tutto di uomo dabben
in tutto e per tutto di uomo dabben..!

     E' un tipo davvero
     di poche parole
     sul capo infilato
     ha un nero cappuccio...
     E ben affilata
     dentro l'astuccio
     la scure che usa pel proprio mestier
     la scure che usa pel proprio mestier..!

Mi ha detto ridendo
davvero di gusto          
d'infami e coatti
ti libero tosto...
Io dentro la cella
gli ho fatto del posto
siam stretti ma in fondo stiam bene così
siam stretti ma in fondo stiam bene così..!

     A ognun la sua parte
     si può andare in scena
     che di questa pena
     non me ne va più...
     Giustizia è ormai fatta
     nessun più s'appella
     di brutta o di bella
     qualcun pagherà..!

Trovato è già il tipo
che al momento giusto
con tanto di gusto
farà il suo dover...
Trovato è già il tipo
che al momento giusto
con tanto di gusto
farà il suo mestier..!

     Un lampo... lontano. Un altro, più vicino. Bello il tem­porale. A me piacciono i lampi. Vastissimi e brevissimi. Enormità istantanee. Tutto... e presto. In un lampo c'è tutta la vita... Una luce nel buio...
     Ma gli uomini hanno perduto la luce, i mattini, le spe­ranze, i sogni... la santa innocenza di chi perdona a se stesso!
    

( E inizia una sorta di patetica confessione, mettendosi ancora a fare della filosofia sulla vita, sulla galera, sul Nero... )

     Dio! Dio! Dio! Me l'hai mandato tu quel lurido topo che rime­scola tutta la melma della mia vita! Sì, la mia vita... un campio­nario di errori che non ho mai avuto il co­raggio di riconoscere... nemmeno con me stesso. Ma tu li vedi, dall'alto, eh..? Non te ne importa...
     Te la racconto io la mia vita. Perché ora lo so come sono. Mi ero costruito un'apparenza per sembrare intelli­gente, sensibile, affettuoso, quasi perfetto... quasi una per­sona! E c' ho creduto an­ch'io... Ma è bastata la galera, il Nero... incontrato qui, nella gale­ra, perché mi rendessi conto di essere solo e abbrutito... che tutti siamo soli e abbrutiti.
     Perché è vero, io ho sbagliato... con l'amore, con le donne, con la vita, con le cose serie e durature. Sì, sono diventato arido, avaro... anche con gli affetti. Mi sono riti­rato da tutto. Timoroso di spendere i miei sentimenti, i miei sogni, le speranze..! Mica per potermi concentrare... Per frustrazione... sì, per la paura di non essere all'al­tezza... per la paura di deludermi! Paura, sempre paura... certo!
     E anche ora, con Tiziana... finisce che ho paura, paura di aprirmi, paura di darmi... e di averla... Chi me lo dà il coraggio di ricominciare qualcosa d'impegnativo..?
     Il carcere ruba anche il dono dell'amore, dell'amicizia, dello stare insieme... Perché l'amore, gli altri, la vita, la so­cietà perfino, vogliono un po' di avvenire... e per noi non ci sono più che degli istanti... senza futuro. E senza nean­che la speranza di un futuro... perché qui la speranza non è che un inganno... che ci rende vili...
     E allora, Dio, lascia che sfoghi i miei sentimenti al­meno qui, da solo... con te... e col mio nero demone. Ne ho anco­ra abba­stanza da provocarti fino alla morte! Io ti colpirò così forte da farti uscire tutto quel Bene che non ci hai voluto dare! Sì, quell'Amore a noi sconosciuto che tu ci hai sempre nascosto, astuto imbroglione, perché l'uomo restas­se quell'essere miserabile che tu hai voluto...


( Camminando intorno alla cella, come a inventarsi una fuga tra le parole, un girotondo forse, o una preghiera...)

     E' vero, non sono riuscito ad essere niente... Ma se il mondo è quello che vedo, se il mondo sono questi altri, allora io non mi pento affatto dei miei fallimenti. Perché tu volevi che facessi come tutti, che mi accontentassi di una con­vivenza tranquilla e pacifica, soddisfatta solo del pro­prio benessere...
     Ma se la vita deve essere questa, io ti dico che tutta questa fauna in delirio, di larve, di scoppiati, di droga, di delinquenza - che non è solo qui, non è solo la nostra - tutto questo è l'unica ri­sposta alla schifezza del mondo che hai creato...
     Ho consumato gli anni migliori in questa carcera­zione... e an­cora non so perché, ancora non so nulla... Ma una cosa ho capito, che coscientemente o no, ciò che in fondo tutti cercano nell'amore, nel delitto, nella droga, nell'arte, nella fede, nella ri­voluzione, nella peste... è un'espe­rienza vitale, uno stato poetico... la sola morale an­cora possibile!

    Ma tu, distaccato, freddo e asettico come un chirurgo, ti sei di­vertito a farci un cervello e un cuore... perfetti... e senza neanche un sentimento dentro! Forse un po' di senti­mentalismo, quello sì. E' la nostra poesia... sudaticcia e piena di languore. Sensibilità astuta per nascondere l'ari­dità... Meno male che poi le carognate tornano fuori sotto forma di bubboni che scoppiano... sì, nel sonno. Illu­mina­zioni che tirano fuori qualcosa... brandelli di vi­ta... ag­ghiaccianti. Ciò che ci faceva vivere non regge più, siamo tutti pazzi, disperati, vulnerati. Bubboni di peste! Ma nella peste, come nel teatro, c'è qualcosa di vittorioso e insieme di vendica­tore... di rivelatore.
     Solo che mentre il teatro svela i conflitti e le zone oscure dell'individuo nel suo riflettere la società, nel riflet­tere sulla società... ora, tra televisione, karaoke, elezioni, giochi a premio,  schedature, sondaggi di opinione, si offre a tutti la possibilità di mo­strarsi, di apparire, di credersi prota­go­nisti... tutti uguali, tutti buoni, tutti d'accordo: omologati, o­mogeneizzati, vaccinati... Ma dentro, qual­cosa è incrinato...
     Allora lo specchio si rompe e ciascuno ne afferra un pezzetto, tutti cominciano a mostrarsi, a riflettersi in que­sti frammenti sparsi e dispersi, tutti finiscono col veder impri­gionata la loro immagine, la loro anima in queste minusco­le schegge, dove anche il vero appare solo come un riflesso distorto e allucinato del falso: la so­cietà dello spettacolo, come un enorme specchietto per allodole, come una enorme trappola, celebra così i suoi trionfi.

     Solo il mostrarsi, l'esibirsi ha trovato terreno fertile nel narcisismo di questa epoca postmoderna, postpolitica, po­stuma... Come questi infami e pentiti che imperversano in televisione e nei tribunali, per i quali la loro miserevole vi­ta, la loro meschina comodità e vanità rappresenta tutto. Senza più amici, valori, compagni, senza più onore e di­gni­tà, si muovono come monatti facendo codazzo a guar­die, giudici, direttori, giornalisti, conduttori, attenti a cosa po­treb­bero anco­ra strappare, dopo la libertà, agli altri pri­gio­nieri, cosa po­trebbero ancora guadagnare nella corru­zione che diffon­dono intorno a sé...

     Certo, si sta bene con le nostre comodità, le nostre in­venzioni, il nostro progresso. Così, si dimentica un po' la vita. Quella vera. La sola. Quella che dovrebbe essere den­tro ogni uomo. Nel cuore. Non nella demenza del cervello, di questa ragione insonne che genera solo incubi e mostri, calcoli e interessi. Mi fa schifo que­sta sicurezza, questa idiozia, questa superficialità, questa finzio­ne, questa spor­cizia. La detesto. Ma non me ne posso liberare...
     Mi scopro allora più schifoso di quel topo di fogna che mi hai mandato. Sì, è proprio come me... Sono io... siamo la stessa co­sa... Nera e inquietante... Tutte creature di Dio! Creature di ansia e di febbre... Appestati... ma che rivelano alla società la loro oscura potenza, la loro forza nascosta!
     Perché a forza di cacciare lupi ed orsi, si diventa lupi mannari ed orsi nella notte... E forse anch'io sto diven­tando come Lui, sì, nero! Come gli animali da preda che emer­gono dal corpo della notte con i loro artigli dilanianti...

     Come quando ci si trova improvvisamente con una can­dela in mano in una camera buia davanti a uno specchio che per tutto il giorno è stato digiuno di luce e, risuc­chiando avidamente, tiene di fronte a te il tuo stesso viso... Fino a quell'istante il nostro vero volto c'era ignoto: l'oc­chio interiore guarda ora se stesso e trova e riflette la cru­deltà degli animali da preda partoriti dalla notte e feroce­mente annidati dentro di noi, attirati dall'incantesimo di uno spec­chio che non è più un riflesso estraneo, ma il tra­mite di un riconoscimento che ci fa cogliere l'impraticabi­lità e l'incom­prensibilità di un mondo non più familiare... E spro­fon­diamo nel nostro stesso abisso.

     Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina da­vanti a voi, per strada o nel cortile di un carcere..? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione di sgomento. C'è tutta la banalità umana... Il presentimento che tutto continui a sprofondare, a sprofondare, diventando più buono, più prudente, più agevole, più normale, più indifferente, più cristiano, più bor­ghese, piu progressista: l'uomo - non c'è alcun dubbio - si fa sempre "migliore". E il grigiore quotidiano, i piaceri di cui è fatta la sua esistenza senza scampo: senza più bi­so­gno di utopie, di eroi, di delitti, di pesti, di miracoli...

     Sì, certo... tutto su quelle spalle. E io lo odio quel­l'uomo. E provo uno schifo fisico, immediato, senza ideologie, giu­stifica­zioni o pretesti: l'intolleranza e il di­sprezzo che do­vrebbe avere un Dio che guarda... con un occhio solo!
     Certo che lo odio, perché attraverso quest'uomo li puoi vedere tutti... e colui che li ha fatti a sua immagine e somi­glianza. E' lo stesso niente, la stessa insensatezza e inco­scienza... come bestie... Intelligenti, stupidi... che vuoi che conti..? Vecchi, giovani... certo, è lo stesso. Uomini, donne... è eguale, che vuoi che importi... Gente da basto, da bastone e da galera... Residui di per­sone che non esi­stono...

    Il prete al catechismo ce li definiva "il nostro pros­simo", anche troppo prossimo, vicino... qui! E hanno tutti le stesse facce, indifferenti, compassionevoli, orribili! E par­lano e parlano senza smettere mai, e quando chiedi loro soltanto un sì, allora ammutoliscono e diventano stupidi come... sì, esat­tamente come gli uomini - liberi peggio che rinchiusi!.

( E ancora una canzone sul carcere, sui carcerati. )

Basta prendere una chitarra
farci sopra quattro accordi
attaccarci due parole
cominciare a cantar storie...

     Il segreto per riuscire
     per piazzarsi sul mercato
     è cantare le ingiustizie
     del povero e del diseredato...

E la gente si commuove
e la gente ha il cuore in mano
compra il disco e si risente
il pietoso caso umano...


     C'è chi canta il disgraziato
     ch'è finito a San Vittore
     perché un giorno là al mercato
     rubò per fame un cavolfiore...

C'è chi canta quel vecchietto
ch'è finito a San Vittore
perché un fiasco di buon Chianti
gli mise in gola troppo buon umore...

     C'è chi canta quella signora
     ch'è finita a San Vittore
     perché per sfamare i figli
     vendeva a tutti un pò d'amore...

E la gente si diverte
ed ognun si sente buono
compra il disco e si commuove
sul pietoso caso umano...


     Ma io invece canto gente
     che non fa pietà a nessuno
     perché questa è la mia gente
     li conosco ad uno ad uno...

Ed io canto i disperati
che li tengon sempre dentro    
perché il paese senza paure
possa vivere contento...

     Ed io canto le carcerate
     che stasera sono sole
     perché dentro queste mura
     hanno insieme il nostro cuore...

Ed io canto quegl'incazzati
che son dentro senz'accusa
se non quella di esser vivi
senz'averne chiesto scusa...


     Non gli piace che qualcuno
     non si pieghi come tutti
     meglio allor tenerli dentro
     asociali e farabutti...


E la gente ora s'indigna
vuol censure e repressioni
noi siam peggio della gramigna
anche con le nostre canzoni...

     E la gente ora s'indigna
     ma censure e repressioni
     non ci fan piegar la testa
     la canzone è sempre questa..!
     La canzone è sempre questa!


     Come si fa dire che siamo liberi? Se tu sai già che siamo con­dannati, perché ci parli allora della salvezza? Sai bene che dalla nostra condizione, dalla condizione umana, non c'è riscatto... solo la rieducazione, per il car­cere... per il mondo. Una vita grigia... ma può ben sem­brare sopportabi­le, allettante perfino, per chi davanti a sé... dentro di sé... vede solo il buio di una tenebra asso­luta. Nero come di notte...
     Ma tu certo mi perdoni per queste parole blasfeme. E mi ami. E mi benedici... Sì, nel profondo della tua miseri­cordia onnivora hai compassione di me, di tutti... con le nostre astuzie da ciarlatani e quel clownesco ingannare la mor­te... E invece di riscattare l'insensa­tezza della crea­zione, ti di­verti a guar­dare nella fogna, nel carcere... Ma lì c'è anche il Nero... la tua ombra... e ci sono io... l'ombra, forse, di una altra ombra.
     Guardami, sono la tua sporcizia... sono un essere inu­tile, debole, calpestato, imprigionato, incattivito, appe­stato... ma con la presunzione di lasciare un segno!



* * * *


( Effetto alba; l'interprete, già in piedi, appare molto più lucido, come liberato dalla sua ossessione. )



     Generalmente si ha la ten­denza a credere che quando un uomo è al massimo della propria degrada­zione... sì, quando il dolore... non ti ri­sponde più, e non sei nean­che più capace di piangere... dicevo, si ha la ten­denza a credere che solo una grossa rivoluzione... sì, che un cambia­mento totale sia l'unica pos­sibilità di uscire dalla crisi.

     In realtà la natura umana è forse meno esigente. A volte basta un piccolo segno, un suono, una parola, un pre­sagio... a ridarti un barlume di vita... Perché si ha soprat­tutto bisogno di vivere, e di credere in ciò che ci fa vive­re, e che qualcosa ci fa vivere... vendetta per vendetta, delitto per delitto!
     Quando ci crediamo minacciati, braccati, perduti... e quando siamo pronti a compiangerci come vittime, qual­cosa, fosse pure un ratto, il Nero, ci rende ancora in grado di restituire al destino minaccia a minaccia, colpo a colpo.


     Potrà sembrare superficialità, ma in un'alba... non so se vera o inventata, dato che non uscivo di cella da giorni... sì, nel silenzio di un'alba credo di aver sentito il canto di un gallo. Anzi, ne sono sicuro.
     Ma è mai possibile che il canto di quel gallo mi abbia dato la forza di riprendermi da quell'interminabile, assurdo delirio..? Certo, basta poco per ricordarsi che esistono le ore, i giorni, la gente. Spalancai la finestra... e... non solo era una bellissima al­ba, ma un nuovo gallo, più giovane e squillante, annunciava l'inizio di un giorno finalmente di­ver­so... Come si dice...   " Spunta il sole e canta il gallo!"


( Trasformazione in effetto giorno; l'interprete riprende il suo racconto, sempre come rivivendo gli avvenimenti, mimandoli sulla scena: il luogo, qui, di tutte le  rappresentazioni possibili, di tutte le possibilità... )

     Ecco, con un'euforica ebrezza da naufrago mi libero di tutta la sporcizia accumulata sul pavimento. L'acqua gelata del lavandino mi dà una sferzata di energia. Mi faccio la barba... Sono un'altra persona, e finalmente ricono­sco il mio volto dimenticato in quello dello specchio. Non so an­cora perché faccia tutto que­sto, ma sono certo che è da qui che bisogna cominciare... E qual­cosa ho già in mente.
     Mi rifaccio vedere in teatro, è quasi abbandonato, ora che quelli del collettivo hanno ottenuto la loro area omo­genea... Meglio così, quando i topi abbandonano la nave può anche essere un buon segno... Finalmente non ci sono più miasmi ad appestare l'aria.
     Chissà cosa farà ora il Nero nella cella vuota..? Forse pensa che l'ho abbandonato. E questo non mi dispiace. Gli psicologi hanno scritto volumi sull'abbandono. Pare che gran parte del do­lore sia provocato non tanto dall'assenza quanto dall'amor proprio ferito. Sicuramente Lui è alle prese con questo dilemma. Il che è già un sintomo di una inversione di tendenza. Ma quella non era che una piccola gioia in più, nel mio grande progetto di vendetta.

     Dopo aver parlato un po' dei nuovi programmi teatrali e alma­naccato messe in scena da far invidia a Ronconi, con la scusa di voler studiare dei particolari in cella, riuscii a farmi dare il video­tape, una maschera ed una parrucca. Rientrai in cella cercando di avere un'aria disinvolta... e infatti Lui mi stava aspettando.
      Eccolo, è lì, sul tavolo, immobile come una sta­tua... un nero convitato di pietra... a fare i suoi bisogni sul mio piatto! Bel galateo!
     Anch'io mi blocco. Siamo uno davanti all'altro, da uomo a uomo! Immobili, gli occhi negli occhi. Sì, l'ap­puntamento finale: è in gioco la nostra vita... e il senso della vita qui, dietro le quinte della società, nella galera. La tensione è al culmine. I muscoli sono tesi, pronti a scattare.
     Alzo lentamente la telecamera e lo inquadro nel mi­rino: l'avidità dell'obiettivo è quella della nostra immagine inte­riore, un'avidità spietata come quella degli animali da pre­da che gher­miscono coi loro artigli e straziano...
     E' questione di attimi. Ecco, è il momento!

     No, purtroppo non era ancora il momento... Il mio piano era elaborato, sottile, diabolico... ma non di imme­diata spettacolarità, purtroppo.
     Per non insospettirlo feci finta di niente. Mi pare anche di aver fischiato un motivetto. Ero sicuro che questo lo avrebbe inner­vosito. Infatti dopo poco se ne andò. Debbo approfittare della sua assenza. Non deve vedermi.
     Recupero un po' di fogli di giornale e li sistemo lungo i nostri consueti percorsi fino alla branda. E' lì che lo aspetto. Attorno alla branda i giornali sono ricoperti di collante mortale, traspa­rente per mia fortuna.
     Accendo la lampada e mi metto all'opera... in una mez­z'ora è pronto, eseguo gli ultimi veristici ritocchi alla par­rucca e mi al­lontano... Prima di scendere all'aria piazzo il videotape e dò un ultimo sguardo al mio capolavoro. Una composizione iperreali­sta. Sulla branda, vera, illuminata dalla lampada, vera, con in­dosso il pigiama, vero, con i miei occhiali, veri, ci sono io... finto!
     Mi spiego meglio: una copia perfetta della mia persona realizzata con i cuscini, una maschera, la parrucca e qual­che coperta... Un mio doppio in gommapiuma e carta­pe­sta... una marionetta che ri­copre il mio ruolo... un attore!
     Nella sua complessità, il piano era elementare. Lui, che rassicurato dalla mia presenza e dai miei passaggi mi se­guiva ormai dovunque, mi avrebbe certamente raggiunto nei pressi della branda, ingannato dalla sua esperienza vi­siva... e sarebbe caduto nella trappola, impaniato dal ma­sti­ce nella falsa sicurezza dei giornali... Un'altra vittima inno­cen­te della stampa! In fondo... era solo un animale...

     " Si racconta che il principe di Condé dormì pro­fon­da­mente la notte avanti la giornata di Rocroi ".  Io no... non tanto perché pen­sassi che se una guardia scopriva il mani­chino, sei mesi per tentata evasione non me li levava nes­suno... E se poi avessi cercato di spiegare come stavano le cose, sarei di certo finito con la camicia di forza a Mon­telupo... E' che ancora dubitavo del mio piano, forse troppo geniale... e la posta in gioco ero io stesso, la mia umanità... o la bestialità...
     Rientrando dal passeggio, mentre la guardia apriva il blindato mi precipitai quasi attraverso la porta, sia per co­prirgli la vista della branda che per l'ansia di sapere...
     E ai miei piedi... il Nero! Eccolo lì! Inchiodato, immo­bile, stecchito... il mio nemico. Kaputt!
     " Iiiuuuuuhhhh! Vittoria, vittoria! Ce l'ho fatta! Sono libero, sono libero! "
     Saltavo per la stanza. Ero felice. L'incubo era finito. Avevo vinto. Improvvisai una specie di danza. Yuhuuh!  Poi tornai a Lui, o meglio... al caro estinto. E con un tono quasi amichevole, che nascondeva una certa sufficienza:  " Non te la prendere, ab­biamo vinto ben altri nemici! "
     Anche se non ho mai dato grande importanza alle tradi­zioni, all'inizio ho pensato di allestire un bel rogo funebre per onorare il guerriero sfortunato... Poi più prosaicamente l'ho avvolto nel giornale dove era rimasto in trappola e l'ho gettato nel water, ti­rando lo sciacquone... " Ricordati topo, dal­la fogna vieni ed alle fogne ritornerai!" Memento ho­mo... E così imparava anche a venirmi a pisciare nel piatto!
     La cella è tornata finalmente ad essere quell'oasi di tranquilli­tà che avevo tanto desiderato. Finalmente potrò leggere in pace il giornale, suonare la chitarra, scrivere a Tiziana, cantarle una canzone dalla finestra...


( L'interprete canta la sua Serenata accompagnandosi con la chitarra . )

          Stavolta parto davvero
          con un vento leggero
          che mi soffia alle spalle...
          Tessi bene il tuo inganno
          dove vado lo sanno
          solo le stelle...

          Amore amore selvaggio
          amore del quinto raggio
          e ballerina...
          Sei solo un'ombra sul cuore
          se ti penso di sera
          ti avrò vicina...

          Amore dietro le sbarre
          amore parli d'amore...
          Il giorno che mi hai sorriso
          nessun altro ricordo...
          Il giorno che mi hai deluso
          ma mi abituerò...

          Amore troppo vicino
          amore che sei lontano
          solo un anno e un giorno...
          Sei come un'ombra sul cuore
          silenziosa e leggera...
          Ma non ritorno...

          Amore senza rimorsi
          amore dei giorni trascorsi
          e ballerina...
          Mi giuri forse domani
          se diventi lontana
          ti avrò vicina...

          Amore se lo volessi
          amore amore a due passi
          mi sento solo...
          Dal giorno che mi hai sorriso
          al giorno che mi hai deluso...
          Non ti scorderò...

          Stavolta parto davvero
          quanto vento stasera
          che mi soffia alle spalle...
          C'è solo un'ombra sul cuore
          silenziosa e leggera
          ma mi abituerò...

    
     Ogni tanto, quasi istintivamente, dò un'occhiata al wa­ter. Non riesco ancora a definire con esattezza il mio stato d'animo. Certo, mi sento liberato... ma in qualche modo... Niente, mi rimetto a scrivere a Tiziana... Diavolo, il vi­deotape! Voglio proprio vedere com'è andata.
     Questa volta l'immagine è nitidissima. Dopo un po' Lui, il ratto, entra in campo, adagio come sempre. Cammina fino al bordo del collante. Poi si ferma e torna indietro. Per un po' più niente...
     Maledizione! Schiaccio il bottone dell' "avanti veloce". Bene, ora Lui appare vicino al cesso, cammina adagio ada­gio all'indie­tro. All'indietro..? Perché? Sta trascinando coi denti qualcosa... Oh mamma! E' un topo, morto. E' la sua copia, il suo doppio di carne e di sangue contrapposto al mio, di gommapiuma e carta­pesta... Doppio non di questa realtà quotidiana che a poco a poco è diventata solo una copia inerte, vana quanto edulcorata... dop­pio allora di una realtà rischiosa e tipica... archetipica! Un simulacro!
     E me lo scarica lì..!

      " O Nero..! Beh..? Cosa credi di aver fatto col tuo coup de théâtre? Mascalzone! Roditore d'anime! Sei stato bravo, geniale... una bella mossa, non lo posso negare.
     L'inganno si è richiuso su se stesso... ogni teatro ha il suo doppio... Ma non credere che sia finita qui! "
    
     Mi accorsi subito che il mio tono era molto cambiato. Lo in­sultavo, ma dietro le mie parole c'era... come il pia­cere che Lui ci fosse ancora. No, non il piacere, la neces­sità.
     Sì, la necessità di qualcuno o qualcosa che non faccia addormentare i tuoi dubbi, che non ti faccia riposare tran­quillo sulle tue comode poltrone, sui tuoi presunti allo­ri. Una sorta di nero convitato di pezza, no, di carne e di san­gue, continuamente risorgente dalla propria morte e che oppone con vigore la sua presenza alle tante seduzioni e soggezioni che c' intrappolano...
     Sentivo che accettarlo e conviverci era come convivere con la vita. Una presenza amica che ti aiuta a non lasciarti andare, a non rassegnarti a muri e catene, ad egoi­smi e pregiudizi...
     E bisogna pur essere giunti al termine del proprio cammino nel nero della notte, per poter sperare nelle luci dell'alba...


( E in una nuova consapevolezza si conclude ora il suo discorso, la sua ossessione, la sua passione...)

     Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina da­vanti a voi, per strada o nel cortile di un carcere..? Io le ho viste... e mi ci rispecchio. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla te­nerezza. C'è tutta la normalità umana. La fatica quoti­diana, i piaceri di cui è fatta la nostra pre­caria esistenza, e le nostre speranze... le passioni... e le colpe...

     Sì, certo... tutto su quelle spalle... sempre un po' curve... per un carico sempre troppo grande...
     Quello che io ora provo per quell'uomo è una com­pren­sione diretta, immediata, senza ideologia o precetti mo­rali. Attraverso quell'uomo li posso vedere tutti... E ho ritrovato anche me stesso, conosco ormai le mia forza, e quello che più di tutto mi manca... La nostra umanità... negata: dal carcere, dalla società... e da noi stessi!
     Gli uomini... Intelligenti, stupidi... che differenza c'è..? Vec­chi, giovani... è lo stesso... Uomini, donne... che vuoi che conti... Bianchi, rossi, gialli, neri... sempre uomini... Innocenti, colpevoli... chi lo sa..? Tentativi di persone che forse... esistono..!

     Questi uomini, tutti gli uomini, che possono sembrare me­schini, trascurabili, cattivi, sempre alla deriva in una tor­bida corrente... e vivono forse proprio perché riescono ad aggrapparsi, nel segreto della mente e del cuore, a fra­gili fantasie... follie forse.
     Con cui sono poi capaci di affrontare le crudezze del destino e della società, magari anche il carcere, la colpa e la pena...
     Sì, quell'uomo è tutto.
     E bisognerebbe essere capaci di trovare... l'indulgenza e l'amore di un Dio che guarda!




 ( Buio: explicit Burlesque )


 PERCHE' L'ATTORE NEL TEMPO DELLA PENA

     Malgrado tutte le devastazioni che incontra e con cui si confronta, il teatro, pur nel carcere, non è però il segno di un vuoto, di un'assenza... dell'incapacità ad affrontare la vita e la realtà, e la galera stessa.
E' invece l'affermazione di un'ineludibile necessità, la necessità di riprendere la parola e liberarci da questi  luoghi e questi ruoli e questi anni, dati come scontati:
per esprimere altre inquietudini ed altre speranze, per spezzare finalmente quelle maschere tragiche con cui la società ci rappresenta, con cui crea i suoi personaggi...

     E se qui il sogno rimane l'unica realtà che l'uomo possiede ancora per se stesso, dentro se stesso, si è attori in carcere perché non ci si abitua a vivere in modo imposto, nel corpo imposto da testi, cronache, sentenze e regolamenti... Nella spettacolarità soddisfatta di un  conformismo e un perbenismo in cui si sperde l'accusa e la denuncia, la pena e la passione.
     L'attore è così il partner ideale del prigioniero, purché entrambi giochino la loro parte fino in fondo, senza pentimenti e senza rinnegamenti: con l'unica innocenza, l'unica verità e l'unica libertà ancora possibile qui - quella del desiderio, e il nostro stesso desiderio di teatro, di essere attori anche senza poterlo essere fino in fondo, perché prigionieri...
     Perché ogni attore è sempre sentito come una minaccia da parte dell'ordine costituito, e dall'ordinamento penitenziario: ed ecco allora le censure, i divieti, i ricatti, le imposizioni da parte delle autorità carcerarie - che sono spesso il solo pubblico che qui ci è consentito.
     Ma se un giorno noi e loro si finisce ancora a tea­tro - e a fare teatro - è perché c'è qualcosa che non si può più sopportare, che non si può più tenere dentro...
     E si decide allora di avventurarsi nelle zone rischiose della parola e della scena con l'irriducibilità di alcune scelte di fondo, l'ironia e l'autoironia che massacra ad uno ad uno i clichés, i luoghi comuni, i comodi cedimenti e le tante corruzioni di questi tempi e di questi luoghi.

     Fra i tranelli della finzione e giochi del disincanto resta così solo l'attore / prigioniero a cui è concessa la libertà e la follia di smascherare l'ipocrita, feroce violenza del sistema - sistema teatrale e sistema carcerario - e  provare a istillare nel pubblico succhi sovversivi: in una spietata e beffarda chiamata di correo per sferzare e coprire di vergogna tutto quanto qui attenta alla dignità dell'uomo.
     Ma nella parodia della rappresentazione l'humor stesso non deve trarre in inganno.
     Ha diritto all' humor e al riso soltanto chi partecipa alla vergogna di questi luoghi come ospite, e ospite involontario. La società, la gente perbene, i garantisti, i progressisti, gli intellettuali, le autorità che hanno voluto tutto questo, che hanno voluto il carcere e la pena, e a cui ora andiamo a dare spettacolo, pongano il diritto di ridere dietro il dovere di piangere, o almeno di vergognarsi un po'...

Voghera, dicembre '94

Il Laboratorio Teatrale
                                                    


        ­