mercoledì 21 settembre 2016

MARATONA E ALTRE PROVE - di Mario Tuti



LABORATORIO
TEATRO/CARCERE
stesura del 25.7.90                                                                   

MARATONA E ALTRE PROVE





rappresentazione del 9.6.1990
carcere di Voghera



 
 



















  
 
  interventi di Mario Tuti

 per  il " PROGETTO MARATONETA "
      





P R E M E S S A

     Presentare noi, qui ed ora, un testo come questo può sembra­re forse una provocazione e una sfida... ed in un certo senso lo è, volendo richiamare l'attenzione e far uscire fuori dalle mura del carcere una verità scomoda ma essenziale, non solo per noi ma per tutti. La galera infatti assurge qui ad un valore quasi sim­bolico entro una ben più vasta prigionia che rinserra uomini, co­scienze, istituzioni... allora passione, sudore, rabbia nelle parole e nei gesti, perché l'uomo pur nel carcere, vuole vivere, impe­gnarsi, sperare... anche a costo di soffrire, di pagare duramente per questo.

     La struttura stessa del lavoro è ridotta alla presenza es­senziale ed emblematica dell'interprete solo davanti al pubblico, solo con le parole - e questo è davvero essere soli - in una cor­sa che, come superamento del limite, come impegno e sacrificio, accenna ad una sorta di viaggio iniziatico. Un rito di passaggio oltre i territori delle illusioni e delle disperazioni di un mon­do carcerario che si sperde nei labirinti della corruzione, dell’ ipocrisia, della viltà... Per raggiungere l'impervia interiorità della propria coscienza fuggiasca, per dare forma e significato ai materiali dell'esperienza e liberare l'uomo da tutto ciò che gli impedisce di essere se stesso. Vincendo quindi prima e so­prattutto in sé le forze oscure ed incapacitanti del pregiudizio, della disperazione, dei comodi compromessi di chi non ha più nul­la dentro per cui impegnarsi e lottare.
     Il tempo delle grandi illusioni, degli scontri, delle utopie è ormai passato, perduto... L'autore/personaggio si pone allora la domanda se quel tempo sia stato effettivamente tutto positivo, e la risposta che trova non è solo problematica, è spesso negati­va. E tuttavia quel tempo, anche coi suoi risvolti negativi, era forse superiore a questo, coi suoi egoismi, le sue viltà, le sue solitudini che costringono a vendersi per un'illusione di libertà da cui non si è certo elevati, cui ci si sente piuttosto senza scampo e senza colpa condannati...
     E allora la salvezza è forse nell'abbandonarsi alla corsa, al magico gioco della rappresentazione, come cercando la via di un ritorno... Perché tutto non è stato invano, e resta pur sempre la traccia di un cammino seguito con cuore saldo e generoso!

   













     Du liefst zu rasch:
                           Jetzt erst, wo du müde bist
                           Holt deine Hoffnung,
                           Deine Freiheit dich ein.
  
                                             Nietzsche



  

         

  p r i m o   i n t e r v e n t o             



     Correre... pensare... raccontare, forse... Un uomo che corre vede fuggire velocemente tutte le cose intorno a sé, vede mutare tutte le prospettive... Con la fatica e il sudore mi libero da ciò che mi circonda, la galera, sfidandola e provocandola... correndo, andando oltre, toccando i limiti estremi delle mie prestazioni, e perfino superandoli!

     Da mesi qui a V... non si parlava d'altro che della grande gara di maratona organizzata per l'inaugurazione del campo sportivo... Ed è bastato che provassi a correre, tanto per riprendere l'abitudine all'erba, alla terra, all'aria aperta dopo anni ed anni di cortili di cemento, perché mi rendessi conto che potevo anche farcela a vincere la gara... In fondo da giovane ero stato un buon atleta, veloce e con una bella falcata... Eh, eh, e ho anche fatto correre parecchia gente!

     Com'è che è cominciato tutto..? Le immagini s'affollano e svaniscono nel ricordo: le prime domande a cui la società non rispondeva, e ancora le macerie dei bombardamenti... un bambino piangente, ferito e mutilato da un ordigno dei "liberatori"... e vivere la rabbia di una sconfitta di cui non avevo avuto parte o colpa... Crescendo cresceva la mia consapevolezza, mi scoprivo fascista così, come scoprivo la vita, il mondo, le passioni... E mi doleva quello stato da cui venivo escluso solo per le mie idee..!
     Sono trascorsi più di trent'anni da allora: anni difficili ma anche pieni d'entusiasmo, un cammino in salita, sempre più  aspro, sostenuto solo dalla volontà... e l'ansia di spezzare dogmi e catene di borghesi... Anni di passioni ardenti ed ingenue speranze: un passato di esempi esaltanti e un presente d'impegno generoso e tragiche disillusioni... e sempre quell'anelito di libertà, di verità... e l'amore amaro per questo paese, per questo popolo.

     Poi la lotta armata, che vissi forse come un gioco, ma non era la posta in gioco... Volli farmi carico del destino di tutti... io stesso come un destino, inesorabile... E poi il tradimento, due colpi nel petto e nella gola... l'ombra della nera sorella che mi sfiorava... E mi ritrovo solo, qui, a parlare. Come tutto diventa più chiaro guardando dal buio di una cella, nei lunghi anni d'isolamento, anche la coscienza è in gioco, ma non ha ancora trovato la giusta direzione... del raccontare.

     Raccontare... che cosa... e a chi..? Parlare di questi quindici anni di prigionia, grevi, pesanti, vuoti, che mi hanno rubato la giovinezza... Anni che io in fondo non ho neanche vissuto, mi sono scivolati addosso... Gli amici? Gli amori? Più nulla, neanche un segno, un nome inciso... sì, tatuato sul corpo o sull'anima! Non una sola cosa che sia diventata parte di me...
     Mai disposto a scendere a patti con le regole e le imposizioni della galera: isolato, altero, scontroso, questo è stato il prezzo pagato per resistere alla corruzione, alle infamie, alle coatterie, alle segrete, feroci violenze del carcere... Qui, dove il sospetto ed il ricatto s'insinuano dovunque, occorre non lasciar trapelare alcun segno di sé verso l'esterno: pensieri e sentimenti restano racchiusi nell'intimo, si evita perfino il riso perché risveglia la verità...
     Ma neanche dalla galera, mi dicevo, si può rinunciare a ciò per cui si è sacrificato tutto... Per quanto lo facciano pagar caro, non si possono rinnegare l'esperienze, le scelte di vita a cui ci siamo dati con passione: la grazia strappata agli dei di essere gli artefici del proprio destino!
     Molti lo hanno pagato con la vita, io sto pagando con la mia libertà... Molti hanno forse fallito, e certo neanch'io avrò più  fortuna... Ma c'è una continuità da assicurare, c'è sempre un anello da aggiungere alla catena del sacrificio... Ma non chiedetemi perché, non saprei rispondere altro che perché bisogna, perché questa è pur sempre la parte migliore che ho immaginato per me!





          s e c o n d o   i n t e r v e n t o



     Nell'ansimare profondo del respiro anche i pensieri ed i ricordi turbinano nella mente... Pensare, ricordare... raccontare, forse... Mettere in scena la propria vita, qui, sulla pista... Riflettendo ad alta voce posso dire liberamente ciò che molti, anche in questo ambiente, non vogliono sentire: tutte quelle verità, scomode forse ma essenziali, dell'ethos e del pathos del mondo carcerario...
     
     Come ieri quando il direttore è venuto a vedere l’allenamento al campo sportivo. Si è accorto subito che sono quello più capace di tirare la corsa, e così mi ha chiamato poi nel suo ufficio per spiegarmi l’importanza di una vittoria - di una vittoria, diceva lui, del carcere di fronte a tutte queste autorità, e che sicuramente ne avrebbero poi tenuto conto… E noi vogliamo che tu faccia questo, e noi vogliamo che tu faccia quello - diceva con la sua faccia grassa e su­data come quella di un maiale... Ma cosa vuoi saperne tu - avrei voluto gri­dargli - di ciò che sono io, di ciò che voglio o non voglio fare, di quelli che sono i miei sogni, l­e mie speranze, i miei rimpianti..! Ti credi un dio per questi due gradi, e sei solo carne venduta, e un magaz­zi­niere di carne umana... l'una e l'altra manco della migliore...
     Solo banalità, e la volgarità delle facce, dei gesti, dei falsi sorrisi di chi ti osserva, ti spia, ti giu­di­ca, e non gli im­porta niente... di te. E la bana­lità, la volgarità dei po­li­tici, dei giudici, degli intellettuali, dei giornalisti, dei fun­zio­­­na­ri... e la televisione. La volgarità del mondo intero: tut­­to è effimero, futile, caduco... è me­schi­nità, merce, grigiore, di­­pen­denza, alienazione...
     Ma forse non era il caso di cominciare subito con uno scon­tro... Meno male che ho un trucco: e mi sono messo a recitare la parte di quello che è in imbarazzo. Sì, è un ottimo trucco. Ho as­sunto un'espressione assente, stupida... Perché è semplicissimo, se uno riconosce di essere uno sce­motto ha la simpatia di tutti, anche dei "superiori", che smettono di giudicarlo... male… 
     Una strada da seguire, qui in galera, peccato che non mi riesca sempre!

     Intanto il primo traguardo l’ho già superato passando dalla platea a questa specie di palcoscenico, esponendomi al rischio della gara, degli altri... alla avventura della parola, l'ultima prova da vincere prima dell'avventura della libertà!
     Vagli a spiegare com'è che è cominciato tutto... Gli autori eretici che allora riscoprivo, i canti nella notte al fuoco dei bivacchi, il darmi all'alpinismo, l'altezza e il precipizio, fiero che sopra gli altri uomini mi ero levato un poco... Stagioni di speranza davanti a me... e giornate di rivolta con una bandiera in mano... Una rivolta che non fa ancora parte del mio passato, che è sempre nel mio presente!
    E poi l'amore, i figli... La nostra casa era in riva al fiume, e intorno la vite ed il grano... I giorni di luce serena, le notti di ardente passione... La vita scorreva facile e felice come tra sicuri argini, e dolce mi sembrò allora il destino fuggitivo al fascino di lontani miraggi...
     Eppure tutto questo no, non mi bastava: qualcosa ancora mancava alla pienezza della vita, lo spirito inquieto era come fuoco che arde nella forgia, che brucia nel cuore... Fuoco a cui ho sacrificato gli stessi affetti, la felicità di mia moglie, dei figli... E ora sento tutta l'amarezza del ricordo... e greve l'ombra di un dolore...
     Mi trovai impreparato contro le forze che reggono questa società... e mi trovai egualmente indifeso di fronte alle passioni ed ai sogni... Fui travolto dalla realtà, lottai contro la mia rovina e nella rovina anch'io divenni una belva feroce!
     Ma non ebbi rimpianti, se non per le occasioni perdute, per le possibilità non sapute cogliere... e per lei, la mia donna... Ora non so che farai, se crederai a qualcuno... se ci sarà un altro insieme a te... o forse nessuno...
     E anche i miei figli... Chissà se è perso per sempre il meglio che pure potevamo avere insieme..?

     Se ora guardo indietro a tutti i miei passati giorni, mi accorgo che oltre a sbarre e cemento, dietro al muro che circonda il mio passato, c'è un giardino dove ancora fioriscono i sogni e le illusioni di un tempo... Lo sorveglia, triste e muto, il bimbo che anch'io sono stato: che mantenga quelle promesse egli attende forse ancora, ma il mio sguardo non regge il suo sguardo...
     E le favole di un tempo non me le ricordo più... C'era una volta... e la corsa torna a smarrirsi nell'infanzia, cercando il premio di un istante di felicità...
   







            t e r z o   i n t e r v e n t o


     Per trovare il Giardino sette paia di scarpe ho consumato...
     Oltre il deserto, era là che si stendeva il Giardino, il mitico rifugio dei sogni giovanili.
     Il fanciullo un giorno vi giunse e si trovò davanti ad un Albero sui cui rami sembravano posare, come frutti, il Sole e la Luna. L' osservò meravigliato e chiese:
 -  Che Albero è questo, che pare reggere il Cielo?
     Il Sole sembrò ridere in risposta coi suoi raggi dorati, e la Luna timida sorrise, e dall' Albero lentamente si lasciò scivolare giù il Serpente, sciogliendo le sue spire di scaglie metalliche, e disse:
 -   Questo è l' Albero della Vita. To xylon tes zoès... E il Bene e il Male sono i frutti che ne coglie chi ha perso la capacità di riconoscere il Mondo sotto la trama delle Apparenze.

     Tutto intorno c' erano Fiori selvatici, parevano avere volti umani e ammiccarono al fanciullo, come per farsi guardare.
     Certuni ridevano nel sole mentre altri si dondolavano allegramente al vento, e ve ne erano poi che apparivano cupi e chiusi in se stessi, come ebbri del loro stesso profumo...
     Il fanciullo pensò: "Sembrano persone... Chissà che incantesimo è questo?"
     Alcuni Fiori cantarono al fanciullo, e uno intonò la sua Canzone di rosa selvaggia, rosa rossa di più rosso amore...
     Il Fiore aveva occhi di liquido giaietto e allungò il pistillo, come una lingua, verso di lui, era una lingua piccola e rosata e il fanciullo si chinò e protese le sue labbra. Sentì un dolce gusto selvatico di vino e di miele: il bacio di una Donna. E nell' alitare del vento le Foglie lo sfioravano dolcemente, come acerbe Fanciulle seminude: le oscure tenerezze e da sempre l’ ebrezza di membra ammaliate...

     Solo nel Giardino, il fanciullo era sopraffatto da nostalgia e desiderio, il suo cuore batteva rapido, come ansioso di rispondere ai magici Ritmi ed ai Richiami di quel luogo meraviglioso, e nella Materia sottile dei Sogni si fondevano insieme pensieri e forme, aneliti e timori...
     Il fanciullo vide allora un Uccello posarsi sull' erba, aveva piume come quelle del pavone e riflettevano tutti i colori dello arcobaleno. Attratto dalla sua bellezza, si avvicinò e gli chiese:
 -   Qual' è la tua vita, il tuo segreto?
 -   La Vita, rispose l' Uccello, è Divenire. E scosse le piume variopinte.

     Il fanciullo ascoltò le parole e tentò di trattenerle nel suo cuore, ma in un certo senso già sapeva che le avrebbe dimenticate: erano come una Rivelazione, che si ode, ci si rallegra e poi subito svanisce, come un lontano profumo di Paradiso...
     E vide che l' Uccello si era trasformato in un Fiore, le penne erano diventate petali e foglie, e gli artigli radici. Una sorta di fogliame Minerale, più antico e più vero dell' acanto, dell' edera e della vite.
     Le Forme si smarrivano e si univano, evocando la perduta affinità tra animato e inanimato, oscurità e luce, corpo e anima, come Visioni reciproche di una stessa filogenesi... Colori e suoni si confondevano in mistiche, segrete vibrazioni, a costituire parole di un Logos primigenio con cui ancora nominare il Mondo e le Cose.
     Il fanciullo indugiò a guardare, attonito, e intanto il Fiore prese a muovere i suoi petali. Si era già stancato di essere un fiore e cominciò a fluttuare languidamente nell' aria: si era trasformato in una Farfalla ed era un bagliore di puro, tremolante colore che si posò a terra, lieve come un Fiocco di Neve. E d' improvviso si mutò in Pietra splendente. Il fanciullo la raccolse meravigliato e inquieto: aveva l' aspetto di un Talismano...
     In quel momento il Serpente, che sempre gli era stato accanto, gli sussurrò all' orecchio:
 -   Questa Gemma può trasformarti in qualunque cosa tu voglia, ma devi dirgli in fretta il tuo desiderio, prima che il suo splendore svanisca.

     Timoroso di perdere tale meravigliosa occasione, il fanciullo sussurrò la parola segreta del suo cuore alla Pietra, e subito fu mutato in quercia.
     Aveva sempre desiderato essere albero perché ammirava la loro forza e saldezza. Rapidamente sentì le sue radici affondare nella Terra ed i suoi rami innalzarsi verso il Cielo. Lottò contro le tempeste, e quando il fulmine lo colpì non riuscì a schiantarlo.
        Tutto era il fanciullo, ed il fanciullo era tutto. L' Acqua circolava nella sua linfa, la Terra nutriva le sue radici, la Aria respirava nelle sue foglie e il Fuoco si sprigionava dal legno dei rami disseccati.    

     Nel Giardino, il fanciullo che era divenuto albero osservava la perpetua Metamorfosi intorno a lui. Vedeva i Fiori diventare Pietre preziose, o trasformarsi in Lucciole e splendidi Scarabei. E vide un Albero lì accanto assumere repentinamente la forma di un Ruscello e poi sollevarsi in cielo come una iridescente cascata: l' Arcobaleno.
     Dolce gli sembrò allora il destino fuggitivo al fascino di lontani miraggi:
 -   Cosa sognate o voi miti Fanciulle, cosa sgorga nei vostri pensieri e desideri?
 -   Sentite il calore inquieto e il tremore dell' aria tiepida?
 -   Ho seguito le vostre orme, ho sentito le scure parole dell’ Amore nei vostri sogni di Fanciulle... e sono fuggito!

      Tutta la Natura partecipava al Gioco della Trasformazione, di quella Libertà di desiderare, di sentire, di effondersi che è come la Divinità dispiegata... e dove ognuno si ritrova partecipe all' armonia del Tutto, non ha attorno a sé più nulla di estraneo...
     Tutto era Realtà e tutto era Magia.
     Nel mezzo di tutto questo mutamento, l' albero che era stato fanciullo rimaneva solo se stesso, prigioniero di se stesso con i sogni e le cose fatte fuggitive nel ricordo.
     Poco a poco svanì la sua felicità, cominciò ad invecchiare dentro ed i suoi giorni erano ormai tristezza e solitudine. Le sue fronde non bisbigliavano più auspici che nessuno ascoltava, né più le Driadi intrecciavano mistici cerchi di danze intorno al suo tronco...
 -   Vento che soffia tempo dopo tempo: solitudine, immobilità e brama mi smarriscono. Sole e Luna, Mondi che passano ruotando... si fa lunga sera.

     Molto tempo dopo, era un autunno, una Bimba dai capelli con riflessi di rame si smarrì mentre danzava nel Giardino, aveva una veste bianca e cantava di gioia. Un canto, una nenia primordiale scandita dai battiti del cuore... e del tempo fu ripreso il corso.
     Quando il fanciullo che era diventato albero la guardò, si sentì colpito da un profondo sentimento di nostalgia e da un immenso desiderio di cogliere quella felicità prima che passasse.
     Ricordò la sua vita passata, quando era fanciullo e tutto era ancora possibile...
 -   La linfa pulsa come sangue, le notti senza nome rubano l’ Amore, e dalla mia intimità confusa non vi è tentare verso estranee dita protese che sia senza ricordi.
 -   E tu da quel ritmo sacro a me ritorni, ardente di brame ed ebrezze, facendo aleggiare un soffio di grazia selvaggia…
 -   Lei, dicevano i precordi, gli occhi di Notte e di Stelle e le labbra rosse per chissà quali baci...
 -   Lei, una visione, un desiderio, un sogno nel chiaro mattino..!

      La Bambina avvertì l' incessante movimento delle foglie e dei rami dell' albero, guardò su, si sentì prendere da un grande struggimento. Sedette allora alla base del tronco e mentre le foglie dell'autunno, rosse di più rosso amore, le cadevano come tenere carezze sui capelli e sulla veste, cominciò a comprendere che l'albero era solo e triste, ma c' era anche molto di nobile nel suo isolamento, nella ruvidezza della sua scorza.
    Abbracciando il tronco segnato dalle folgori, ella sentì qualcosa di tumultuoso che si agitava nel cuore dell' albero che era stato il fanciullo, e anche lei prese a tremare in una inesplicabile passione.
     Cominciò a piangere, e mentre le Lacrime della Bimba cadevano come Perle di rugiada sulle radici inaridite, il fanciullo comprese quanto fosse stato mostruoso l'inganno del Serpente, e come egli avesse agito pazzamente a volersi fermare per sempre.
 -  Allora il tempo era divenire, corpo fluido dei giorni, adesso è lo stagnare del presente, un sempre adesso sempre ineludibile, e io sto al centro del cieco laccio di aneliti computando passato e presente con le stesse stagioni, anni, eoni...
 -   Lei, di carne e di sogno, dicevano i precordi, un' eco, un gesto, un desiderio, un corpo: attimi di uno sguardo sopra di me levato...

     E proprio tra le radici dell' albero la Bimba, che la passione cominciava a trasformare in Donna, fu attratta da qualcosa di brillante e luminoso bagnato dalle sue Lacrime. Lo raccolse e vide che era un prezioso Cristallo che pareva ardere di un suo fuoco interiore, riflettendo e fondendo sulle sue facce un caleidoscopio d' Immagini: Fanciulla, Fiore, Perla, Albero, Amore...
     Aveva appena preso la Pietra, che i confusi pensieri da cui era turbata svanirono e la Fanciulla fu vinta da un unico desiderio, desiderò il fanciullo e il desiderio del fanciullo. Si sciolse dalle vesti e in un momento di estasi strinse il suo giovane corpo  all' albero, si sentì penetrare da un' inebriante sensazione di piacere e dolore e divenne una sola cosa con l' Albero, col Fanciullo...
     E tutto nel Giardino fu Amore universo.

       Adesso tutto era perfetto, le due metà separate erano ora unite, il Paradiso era stato ritrovato, tutto era di nuovo possibile, il Mondo, la Vita, la Libertà, l' Amore avevano ancora senso e scopo.
     Tutto tornò nel tempo, tutto arse, lontano... Oltre il deserto, era là che si stendeva il Giardino... Come a uno che ha trovato la via del ritorno, è là che vanno i tuoi pensieri e i desideri?
     Là dove non c' erano muri, sbarre, catene, né colpa e pena... e nemmeno il Tu e l' Io
solo Lei... una visione, un desiderio, un sogno nel chiaro mattino..!

            q u a r t o   i n t e r v e n t o


     Ma alle favole di un tempo ora non ci credo più... Qui, un volto di donna, un fiore, un bacio,  uno sguardo di bimba sarebbe già troppo... già troppo soffrire !

     Parlare allora... ma di cosa... e a chi? Qui solo chi non teme la prigionia, i pestaggi, l'isolamento può ancora avere il coraggio della verità, della libertà... Correre allora, sì, correre anche il rischio, raccontare le follie di un uomo, i suoi sogni... e le sue verità. E ve ne faccio dono...
     Nella fatica di resistere fino al traguardo, ancora cerco la traccia cancellata nel cammino della memoria, della verità...

     Vagli a spiegare a questi benpensanti, così progressisti e contenti di sé e che si sentono anche tanto buoni per essere venuti a veder correre noi, i "poveri carcerati", e provare magari un brivido d'emozione, che la mia storia non s'inserisce nei loro comodi e rassicuranti schemi di una sociologia d'accatto... Vagli a spiegare che la mia storia avrebbe potuto essere la loro storia, che io in fondo non sono diverso da loro... Ma ciò li obbligherebbe a riflettere, a rimettere in discussione, a repentaglio se stessi e la loro società...
     E questo gli fa forse paura, ma non si deve avere paura dell'uomo... Ed il loro errore è proprio credere, ed aver preteso, che l'uomo diventi un altro, diverso, migliore a sentir loro, con la galera... rinnegando il valore dell'uomo così com'è, e mettendolo nelle mani dei troppo facili dominatori e manipolatori degli spiriti e dei corpi... Ma di quello che sono, così come sono, non debbo certo renderne conto a loro, ad alti uomini!

     Sì, ti offrono parole, il dialogo... Un'occasione preziosa, un'arma brillante, sicura per confrontarti col carcere, con la società... ma prima te ne hanno misurato la lama, spezzato la punta, ottuso il filo... Parlare allora è difficile... l'ansia di un fiato che si spezza, il gesto di ritirare, trattenere la parola già detta... Per loro non conta!
     Uscito dal rifugio sicuro della tua solitudine, della tua cella, con gli occhi a cercare altri sguardi, i riflettori puntati sul volto, ti vedono barcollare, ebbro e fiducioso, mentre cerchi di sfuggire al destino scontato, a girare impazzito nel cerchio, a volte forzandolo e sparire verso un mondo diverso, che poco alla volta rimanda dei suoni, colori, profumi... sogni di vita barattati con le lunghe ombre di un ieri che è duro a morire... Ed ecco che ti colpiscono: c'è sempre chi ha capito, studiato, stabilito, dettato a sentenza!
     Ammantati nel lutto di quelle nere toghe vogliono imporre la loro volontà anche al tempo: fine pena, mai! Vogliono negare anche la speranza con la parola disperata e disperante: ergastolo...
     Certo, ci danno la possibilità di partecipare a gare sportive, di fare del teatro... Ma solo per fare una bella figura coi pezzi grossi di Roma e sulla stampa... per dimostrare come riescono a rieducare anche noi, i più cattivi, i più ribelli... e far dimenticare tutte le brutte storie di questo carcere, e di quando era un vero e proprio lager femminile...

     Non l'ho mai potuta sopportare questa gente che dice di volerti capire... di volerti aiutare... disinteressatamente, certo... per il tuo bene, certo... E ci vuole poco anche a capire quello che si aspettano da noi... Pentimenti, rinnegamenti, dissociazioni... e soprattutto che ci si lasci "rieducare" da loro, che si voglia diventare come loro... Con le loro facce furbe e soddisfatte, con gli occhi sfuggenti e la loro espressione da voyer, nelle tribune o nei tribunali...
     Certo, potrei anche provare a fare il furbo, a fargli credere che sono disposto a fare, ad essere come vogliono loro... E intanto per farli contenti potrei vincere la loro gara... Ma dopo, per quanto provassi poi a correre, non riuscirei più a staccarmi da loro, sarei come loro, il carcere l'avrei ormai dentro di me...
     No, la mia corsa non è per questo, non è per loro! Sono io in pista, e sono io che decido come fare la corsa... e anche il carcere voglio farlo a modo mio, portando con orgoglio le loro catene, come un tempo ho portato con orgoglio, e anche con ragione, le armi contro di loro!
     
     E la vediamo poi questa "gente per bene", questi politici, questi giudici, queste eccellenze, se capita che per una volta si sia noi ad avere dalla nostra anche la forza, fare pubblicamente appello al nostro senso dell'onore, alla nostra correttezza, alla nostra bontà perfino - ma non eravamo i cattivi, i reprobi, i criminali? - E con questo riescono  anche a fregarci... Ma mi sta bene anche così!


         q u i n t o   i n t e r v e n t o

      Ormai ho deciso, mi fermerò davanti al traguardo: non voglio vincere, voglio invece suscitare dei dubbi, voglio che gli spettatori e gli altri concorrenti non riposino tranquilli sui loro comodi allori, voglio che si sentano sorpresi, inquieti, presi alla sprovvista... come se anche loro fossero catturati improvvisamente per strada e sbattuti in galera!
     Mi sto giocando la libertà con questa corsa, lo so bene, ma voglio risvegliare la loro cattiva coscienza, perché anche loro si sentano chiamati in causa, chiamati a farsi carico di una soluzione del dramma carcerario...
     Il mio traguardo ora è un altro, quella sottile linea d'ombra oltre la quale ben pochi osano andare... Una linea di pregiudizi, di convenzioni, d'interessi, di viltà...
     Ebbene, è questa la linea che voglio oltrepassare, il traguardo che ora voglio raggiungere. Voglio smascherare i feticci, rovesciare i falsi idoli, spezzare le vecchie tavole della legge...
     Mi fermerò, sì, ma per prendere meglio lo slancio, per gettare il cuore oltre l'ostacolo, oltre ogni muro, per staccarmi dalla mia stessa ombra!

     Cosa mi aspetto dal mio gesto? Mi aspetto tutto... e nulla. Perché al punto in cui siamo, al punto in cui si è ridotto il carcere, questo gesto è tutto... ed è tutto quello che posso fare!
     Chi era contro di loro è caduto... e quando si rialza è ormai dalla loro parte... E tutto per il proprio tornaconto, per le relazioni favorevoli, i benefici, le licenze, la condizionale... Ma qualcuno, anche se solo ed inascoltato, deve pur continuare a dire la verità... qualcuno deve pur mantenersi in piedi anche in mezzo alle rovine!
    Perché non si offre mica tanto spesso l'opportunità di far capire come vanno le cose qui... Allora in un istante accade quello che non è avvenuto in tanti anni... Ci s'infiamma... si urla... si osa parlare in pubblico...
     Ma sono certo che i più non capiranno... Per essi, che cercano il successo, la vittoria, la salvezza in una specie di fuga in avanti, per essi sarò solo uno stupido ed un asociale e di certo non me la perdoneranno... Perché questa gente non vuole campioni, non vuole uomini liberi, sinceri, responsabili... vuole solo uomini piegati, spezzati, avviliti... atletici forse, ma pur sempre corrotti dalla peggiore specie di doping...
     Liberati dalla responsabilità di essere se stessi, di essere liberi, s'irretiscono in una ragnatela di egoismi, sotterfugi, viltà... a cui s'oppone la rabbia festosa di chi vuol essere soltanto se stesso, ed agli altri offre a misura ed a pegno la propria autenticità, la propria sincerità! E allora anche se crepo in galera avrò vissuto la mia vita più di quanto possano mai sperare di fare loro con quelle esistenze senza scampo...
    
     Contratta dalla fatica, la mia faccia è ormai una maschera, dietro cui nascondo il pudore di raccontare, di parlare liberamente... E anche se possono soffocare i battiti del cuore, spezzare le corde della mia voce, non possono però comandare che l'allodola non canti nella libera luce di questo mattino!


           s e s t o   i n t e r v e n t o  


     Quegli anni d'isolamento nel "braccetto", quando neanche mia madre o l'avvocato potevano sapere dove fossi finito... Hanno fatto di me un "desaparecido" per impedirmi di replicare alle loro infami accuse: comodo capro espiatorio, isolato e costretto al silenzio, dei misfatti del regime!
     E la fame, il freddo, i pestaggi... il sangue che scorreva sotto i colpi delle guardie... Ne porto ancora le cicatrici sul corpo a ricordarmelo... e più profonde sono le ferite nell'anima... E dov'erano allora tutti questi politici, questi giornalisti, questi intellettuali, questi garantisti, seduti là in tribuna..? Cosa facevano..?
     Ma neanche col braccetto e la tortura sono riusciti a piegarmi... o ad incattivirmi, a privarmi della mia umanità, e della fede stessa nell'umanità... Come gli ho dimostrato perfino a Porto Azzurro, anche se forse non gli fa piacere ricordarselo... ed hanno fatto il possibile poi per farmene pentire...

     E' strano, ma ora correndo qui sulla pista mi pare quasi di rivivere la stessa esaltante sensazione di sfida e di libertà di allora...
     Il traguardo ormai è vicino, e sono sempre in testa,da solo... Chissà cosa fanno gli altri concorrenti... cosa pensano...? Ma anche allora non mi sono mai volto indietro a vedere chi mi seguiva... Mi sono limitato a battere sul tamburo e a marciare contro il nemico... dentro e fuori di me. Tum... Tum... Tum... E il cuore batte come allora...
     E mi rifugio ancora nell'ebrezza della corsa, allungo la falcata, il cuore martella e anche la fatica la sento amica, piacevole... E' il segno che sono vivo, libero...
     Fossi davvero solo in questo attimo che sembra dilatarsi all'infinito, potessi davvero non pensare, non ricordare... Ma mi ricordo, mi ricordo tutto, anche se in una prospettiva strana, come se non l'avessi vissuto io e mi fosse stato raccontato da un altro, storie di un altro me stesso...

     E mi ricordo fin troppo bene, e lo rivedo a volte anche di notte, quando mi hanno portato a vedere mio padre morente... Mi hanno portato coi polsi imprigionati dai ferri e tenuto alla catena da quattro carabinieri, oscenamente esposto alla curiosità di tutti... Ed in un certo senso è stato un bene che quel povero vecchio, così consunto e rattrappito che quasi spariva nel letto d'ospedale, fosse ormai incosciente negli spasimi dell'agonia... Almeno gli è stata risparmiata quell'ultima vergogna di vedere il figlio in catene...Lui che non si era mai fatto una ragione delle mie scelte, lui che era stato perfino nelle brigate Garibaldi in Yugoslavia... ma che proprio nella disgrazia mi aveva dimostrato tutto il gran bene che mi voleva...
     E mia madre, piegata sulla sedia, senza dire parole, piangeva, non so se per me o per lui...

     Questa è la loro tanto decantata riforma penitenziaria... Ma chi può fargli capire che altra è la giustizia, altra è l'umanità, altra è perfino la pena..?


            s e t t i m o   i n t e r v e n t o


     Non sono più forse quello che ero un tempo... ma nemmeno quello che sarebbe comodo e "ragionevole" essere ora, quello che vorrebbero farmi essere qui... Comunque non ho niente da rinnegare... da mercanteggiare..!
     Certo, anch'io ho fatto molti errori, ho delle colpe... Avete sentito bene..! Ma è una confessione fatta per altro giudice... e le mie colpe non sono sempre punite dai vostri codici: la presunzione forse di voler vivere i miei sogni, l'incapacità forse di guardare lontano... e dentro di me...
     Ma non voglio andare alla ricerca di comode scuse o di colpevoli a cui addossare le mie responsabilità... Perché tutto non è stato invano... e resta pur sempre la traccia di un cammino seguito con piede sicuro e cuore generoso!

     E ora, solo con me stesso, solo di fronte a me stesso qui sulla pista, ora che vecchi muri e preclusioni stanno forse cadendo, sono già caduti, ora che nuovi orizzonti e prospettive si stanno forse aprendo, per indicare il nuovo traguardo, questo superamento dei limiti del passato, questo slancio verso il futuro, occorre un gesto che sia insieme sfida e sacrificio...
     Sfida alle abitudini, ai pregiudizi, alle chiusure del carcere e della società... e sacrificio di quello che è il proprio egoistico tornaconto, la propria vanità, in favore di un comune cammino d'impegno e solidarietà che indichi la via di un ritorno... non un ritorno ai tempi trascorsi ed ai loro errori, ma un ritorno alla società, alla libertà, all'uomo...
     E allora, sperando che anche altri, dentro e fuori dal carcere, siano disposti ad accettare questa sfida e questo sacrificio, invece che sulla corsa, su questa vittoria, voglio puntare sulla società, sugli amici che si stanno impegnando per noi, insieme a noi... Voglio puntare sulla mia volontà di riscatto contro pregiudizi e ricatti!

     Glielo faccio vedere io cosa significa essere un uomo... Anche se fosse l'ultima cosa che faccio... Ma nemmeno li vedo più, il direttore, questi politici, queste eccellenze, ammassati e confusi sulla tribuna, ombre di persone che non esistono... Sono solo io nell'aperta profusione del mondo... e tutto è di nuovo possibile!
     La mia gara, la mia rappresentazione finisce qui: oggi forse avete vinto voi... Ma almeno non siete riusciti a rendermi un vostro complice... Ed è da domani che la mia vittoria comincia, insieme agli altri... a quelli come me..! A quelli che il carcere non ha potuto corrompere, domare..! Agli amici dello "speciale" a cui oggi non hanno nemmeno consentito di venire qui!

     Ecco, mi sono fermato, la linea del traguardo è a pochi passi da me… e mentre  mi lascio scendere lentamente in ginocchio, le mani appoggiate al terreno come a prendere ancora lo slancio, avverto un passo alle mie spalle... Sento in bocca il sapore acre del sudore e delle lacrime, e mi accorgo di piangere... Piango, sì, di gioia, perché finalmente li ho battuti!



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BREVI NOTE SUL TESTO E LA MESSA IN SCENA


Quando nella primavera scorsa gli amici del Mago Povero, che stavano tenendo qui un breve seminario sul teatro patrocinato dal comune di Voghera, ci hanno parlato della loro partecipazione al festival di Asti con un loro lavoro sul carcere, La Solitudine del Maratoneta, tratto dall'omonimo racconto di Allan Sillitoe, è stato
come un ritornare alle letture dell'adolescenza.
E prendendo lo spunto proprio dal loro incoraggiamento ad attualizzare e personalizzare il testo stesso, in vista del progetto di una nuova messa in scena qui nel carcere - che si sta concretizzando grazie  al loro impegno ed a quello di Alessandra Genola, operatrice culturale del Comune - ho pensato di scrivere come dei frammenti della mia parte - della mia storia - mantenendo del lavoro originario quell'idea centrale del rifiuto del protagonista a vincere la gara come una rivendicazione di libertà di fronte ai cedimenti ed ai compromessi che stanno condizionando l'attività del nostro stesso Laboratorio.
Ho voluto così attribuire un diverso spessore e significato al protagonista, vedendolo pur nel carcere come il simbolo della libertà, di tutto ciò che la libertà minaccia e di tutto ciò che minaccia la libertà. Con la riappropriazione di temi personali e introducendo le tematiche, attuali e qui ovviamente molto sentite, della cosiddetta riforma penitenziaria, dei suoi limiti e della sua mancata applicazione in questi tempi di rinnovate emergenze e inquietanti normalizzazioni.

Per la messa in scena ho pensato di seguire l'idea originale dell'interprete che recita il suo monologo correndo sul posto - o meglio su un tapis roulant - di fronte al pubblico, avvalorando il suo dire col poderoso aiuto di tutto il corpo, in modo che il percorso podistico si faccia storia e poetica personale, in una sorta di contrappunto drammatico tra ricordi, rabbie e propositi, tra rimpianti struggenti e tenui speranze, attraversando il teatro in tutta la sua valenza, toccando parola, gesto, immagine, suono... La corporeità della corsa non solo impone il suo ritmo alla voce, ma con la fatica e il sudore evoca quell'idea della sfida e del sacrificio che sola può permettere di recuperare l'efficacia rituale della performance, di questo avanzare nel deserto del carcere alla ricerca di nuove fonti. Un'impegnativa ricerca artistica ed espressiva, ed una prova anche fisica nella lotta aperta con i limiti della nostra condizione, per far emergere il senso di una scelta...

Difficile correre e recitare per un'ora, solo con se stesso, solo con le parole. Ma il primo traguardo è già stato superato passando dalla platea a questa specie di palcoscenico sulla pagina, esponendosi al rischio della gara, al rischio della scena, al rischio degli altri, e delle loro frettolose letture... Perché nella parole del prigioniero c'è sempre l'eco di un'altra realtà, di un'altra corsa, una corsa alla vita e alla morte. E se c'è una caduta non è soltanto fisica, ma significa altro: sfiducia, dubbio, inutilità dell'azione... E di questa azione scenica che si va a tentare.
Immaginando alle spalle dell'interprete un maxi schermo su cui proiettare le immagini di un altro podista che corre in un vero campo sportivo o in campagna (magari le immagini del film Gioventù Amore e Rabbia, pure ispirato al racconto di Sillitoe) come inseguendo l'autore/personaggio e i suoi sogni e ricordi...  
E puntando ad evidenziare soprattutto gli aspetti panoramici di questo percorso, che dovrà pero apparire come leggermente sfuocato, velato di nebbia oppure in controluce, in modo che questo " doppio " televisivo evochi pur nel chiuso del carcere il sogno di libertà del protagonista, quel disperato bisogno di libertà che pervade tutto il lavoro. E insieme le immagini vuote, metafisiche, di uno stadio - lo Stadio dei marmi, l'antico Foro Mussolini... segno forse di tante vittorie perdute - dove un solitario atleta corre e si smarrisce dietro a chissà quali irraggiungibili traguardi... E ancora un altro stadio, quello di Santiago del Cile con le immagini di Missing, che diviene anche un'arena di morte, il simbolo chiuso di quell'universo concentrazionario in cui tutti, attori e spettatori, non possono più muoversi, come nelle immagini televisive dello stadio di Bari, con la sua umanità disperata di profughi e prigionieri... Un richiamo ad una realtà in cui nessun rifugio è più concesso, da cui non si può più sfuggire.
E una base musicale scarna e frammentaria tratta da " Le Sacre du Printemps " di Strawinsky, con le sue sfrenatezze ritmiche, le suggestioni liriche, le selvagge combinazioni timbriche dei fiati a suggerire sì l'idea di una crisi, di un disagio, ma anche poi della catarsi... superamento della tonalità e possibile superamento del carcere. Ed è proprio la musica, la lingua con cui parlano le cose mute, i sentimenti, i ricordi, le passioni, che può meglio rimandare al duplice piano, esterno ed interno, su cui si svolge la gara - la pista e la coscienza dell'autore/personaggio - ed a cui si rivolge la rappresentazione - il carcere e la società esterna.

 Voghera, dicembre 1989                   

                                                                                                                      Mario Tuti