giovedì 22 settembre 2016

IL TRATTAMENTO ORTICOLTURALE - scene dall’immaginario del carcere - di Mario Tuti


IL TRATTAMENTO ORTICOLTURALE
scene dall’immaginario del carcere

soggetto e sceneggiatura di Mario Tuti


Il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto.

Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale…
Deve essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attività di osservazione e trattamento.
Art. 13  della Legge 26 luglio 1975, n. 354.

Il  trattamento rieducativo dei condannati e degli internati è diretto a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale
Art. 1, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230.

Il trattamento orticolturale (Horticultural Therapy-HT) viene definito come una
pratica di sostegno per soggetti deboli che usa le piante, l’attività di giardinaggio
e l’innata affinità che noi sentiamo verso la natura,
come mezzo professionale in programmi di terapia, riabilitazione e rieducazione.
(DAVIS, 1995, citato in: Alessandra Chermaz, TERAPIA ORTICOLTURALE).


SCENA 1

Lui è in cella, occupato nelle faccende quotidiane del carcere. E’ un uomo adulto, dal viso forte, corporatura solida: si fa il caffè, riordina l’ambiente, cura con attenzione una piccola pianta di peperoncino in un vasetto sul davanzale, oltre le sbarre. Primo piano sulla pianta, le piccole bacche rosso vivo: il vasetto pieno d’acqua, dove affondano le radici, è ricavato dal fondo di un bottiglia di plastica trasparente.
Alle pareti alcuni poster di nudi femminili.

Il televisore trasmette una scena di “ 9 settimane e mezzo” , quella dove una conturbante

Kim Basinger è impegnata nello spogliarello.
Uno spot pubblicitario interrompe la sequenza: è la rèclame di una hot line.
Al termine del breve inserto pubblicitario riprende la visione tratta da “ 9 settimane e mezzo”.
Il detenuto, continuando a curare la piantina, presta scarsa attenzione alle immagini.
Solo di tanto lancia un’occhiata distratta verso il televisore.
Un richiamo dal corridoio: “Dalla psicologa!“
Rumore di chiavi.

SCENA 2

La psicologa nel suo studio legge le carte e prende appunti.

La sala è scarsamente arredata ( tavolo, sedie, un armadio metallico ), in un angolo un’avvizzita pianta d’appartamento, anche sul tavolo, in un vasetto di vetro, vi sono alcuni fiori ormai appassiti e polverosi, a dare un senso di trascuratezza e abbandono.

Lei ha un’immagine professionale: tailleur, capelli raccolti, occhiali sul naso. Nulla di frivolo traspare dalla persona, se non un bocciolo di rosa bianca appuntato sul bavero.

Bussano alla porta.

Lei si alza, va ad aprire, introduce il detenuto e lo invita a sedere davanti alla scrivania.

Inizia un colloquio impostato su una rigorosa traccia psicodiagnostica.

Lui risponde educatamente, ma con distacco alle domande della psicologa.

Nel progredire del colloquio, lei lancia occhiate incuriosite da dietro gli occhiali verso l’uomo.

Man mano le occhiate si fanno sempre più interessate.

In sottofondo un madrigale di Gesualdo.

 
SCENA 3

Come la Scena 1, con la sola differenza che il televisore trasmette uno sketch da un vecchio film di Totò (e levate ‘a cammisella).

Identiche interruzioni pubblicitarie, questa volta di attrezzature ginniche.

Il detenuto sta facendo ginnastica. E’ interrotto dal portavitto che insieme al pane ed alla frutta gli passa alcune pianticelle di basilico, il detenuto ne aspira il profumo e le dispone amorevolmente in un altro vasetto sul davanzale.

La videocamera indugia su alcuni poster con immagini di paesaggi e animali.

Identica chiamata al colloquio.

SCENA 4


La psicologa sta sistemando alcuni fiori freschi nel vasetto. Accoglie il detenuto più cordialmente rispetto alla volta precedente.

Imposta un colloquio che richiama alcune sensazioni suscitate dal precedente incontro :

“ Allora, ha pensato a quello che mi ha detto? “

…………………….

La traccia delle domande che lei comincia a porre investigano la sfera intima dell’uomo. I suoi desideri, i suoi sogni, ciò che gli manca. Gli parla dei beni fondamentali ( cibo, riparo, sessualità ) e di quelli voluttuari, dei falsi bisogni indotti dall’attuale società e che inducono alla devianza…

L’atteggiamento dell’uomo è ancora una volta educato, ma distaccato.

Nel progredire dell’incontro lei comincia a civettare, si toglie gli occhiali, gli sorride, si attorciglia i capelli sull’indice.

Sposta la sedia, si mette più comoda.

La gonna del tailleur è tirata sulle ginocchia accavallate.

Da un paio di bottoni slacciati della camicetta si intravede il pizzo del reggiseno.

In sottofondo musica dalla Carmen di Bizet..

SCENA 5

Come la Scena 1, con la sola differenza che il televisore trasmette scene dal Gattopardo di Visconti (il ballo della Cardinale). Identici spot pubblicitari, di strumenti per il giardinaggio.

Il detenuto sta curando le piantine. Un altro detenuto si affaccia al cancello della cella e gli chiede un po’ di basilico per condire la pasta, a malincuore stacca alcune foglie dalla pianta sul davanzale della finestra, e gliele dà.

Alle pareti della cella riproduzioni di quadri degli impressionisti ( le ninfee di Monet, i girasoli di Van Gogh).

Identica chiamata al colloquio.

SCENA 6

Lei aspetta seduta alla scrivania, giocando nervosamente con una penna. Al posto del vasetto coi fiori, a mo’ di fermacarte, una noce di cocco di mare. Primo piano sulle forme della noce, che evocano l’anatomia femminile.

Il suo abbigliamento è decisamente provocante, la gonna più corta delle volte precedenti

Mette in mostra il reggicalze.

Una camicetta senza reggiseno disegna i profili del corpo.

Nell’angolo della stanza la pianta d’appartamento appare rigogliosa, turgida, eretta.

Appena bussano alla porta la psicologa si aggiusta i capelli, toglie gli occhiali, velocemente, ancheggiando sui tacchi alti, va ad aprire la porta.

Accoglie il detenuto con un calore che lo confonde.

Lo fa sedere, sposta la sua sedia da dietro la scrivania e la colloca all’angolo.

“ E’ per essere meno formali… ormai ci conosciamo “. Si giustifica.

Si siede e comincia a far domande allusivamente orientate all’investigazione della sfera sessuale dell’uomo. Gli propone il test dell’albero, commentando la derivazione vegetale dei nomi popolari degli organi sessuali maschili e femminili…

Prende appunti su una cartelletta, tenuta in mano.

L’incalzare delle domande la scompone, si muove, è accaldata, lascia intravedere

generose porzioni di sé.

Anche in questo caso il detenuto mantiene il suo atteggiamento educato, ma distaccato.

Musica dai Carmina Burana.

 
SCENA 7

Identica alla Scena 1, con la sola differenza che il televisore trasmette un documentario sulla natura. Identici spot pubblicitari, con trailer di programmi sul verde e l’agricoltura.

Il detenuto sta leggendo un libro: “Il Giardiniere Appassionato”. Alle pareti della cella un poster con immagini dagli erbari figurati medievali.

Identica chiamata al colloquio.

Si alza e stacca in fretta un rametto con alcuni peperoncini dalla pianta, si porta le dita sulla punta della lingua a sentirne il sapore, mentre un’espressione ironica gli si disegna sul volto. Primo piano sugli occhi del detenuto.
SCENA 8

Lei apre la porta. E’ di spalle.

Indossa un elegante impermeabile in pelle, sul bavero è appuntato il rametto di peperoncino.

Lui entra. Lo fa accomodare.

Lui, sullo sfondo, è seduto sulla sedia. Lei in primo piano si volta, si dirige verso l’attaccapanni.

Apre l’impermeabile. E’ vestita in pelle, microgonna, top scollatissimo, calze a rete, scarpe altissime..

Sguardo malizioso lanciato nella telecamera.

Musica dalla Cavalcata delle Valchirie.

SCENA 9

Come la Scena 1.
Il detenuto è di nuovo occupato nelle faccende quotidiane e nella cura delle piante sul davanzale. Unica differenza, manca il peperoncino, al suo posto una pianticella di margherita raccolta al passeggio…

Il televisore trasmette immagini dal film Metropolis (l’androide femminile).

Identica interruzione pubblicitaria.

Alle pareti un enorme poster con la raffigurazione dell’Albero della Fecondità ( quello di Massa Marittima ).

Si affaccia al cancello della cella un altro detenuto, che si rivolge ammiccando all’uomo:

“Allora, come vanno i tuoi colloqui con la psicologa?

Ti ha trattato bene?!?”

Primo piano del viso di lui che si apre in un sorriso beffardo.

Esplode la musica di Wagner.

IMMAGINE DI CHIUSURA:

Panoramica della stanza della psicologa, la telecamera indugia sul poster alla parete (quello col volto di Freud “costruito” con un corpo femminile nudo), sul cocco di mare posato sulla scrivania, riprendendolo dai vari lati, sulla pianta in un angolo, sempre più rigogliosa e ostentante frutti dall’evidente forma fallica.
Dissolvenza sulla faccia protagonista che, in una dissacrante citazione di Petrolini, rivela che:

“Mario Tuti è quella cosa che ti sfotte in modo garbato,

poi ti dice: ti è piaciato?”

Buio
 
 
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Brevi Note per un Video

Continuando l'ininterrotto discorso sul carcere e attraverso il carcere, questo video ha forse un posto a sé, giocando in un certo senso a rimpiattino con l’immaginario cinematografico che, “mediato” dalla televisione, ci circonda e ci avvolge ininterrottamente per 20 ore su 24.
Con momenti minimi di una quotidianità coatta, una sorta di Nave dei Folli dove vengono satireggiati i vizi e le debolezze, le convinzioni e i virtuosi compiacimenti di questo "univers concentrationnaire" che ci comprende tutti, attori e spettatori, carcerati e carcerieri.
Con un video che nel gioco dell'invenzione e della citazione mira a tradurre la solitudine, l'inutilità e l'oppressione del carcere nella liberazione emotiva della risata... In quella sorta di stoica riconciliazione con la vita e con la società che è possibile grazie all'ironia di una scena e una rappresentazione, la nostra qui, comunque più indocile e inquieta.

Sotto l'aspetto comico, satirico di questa sceneggiatura ho cercato allora di esprimere la soffocante atmosfera di alienazione e di esilio in cui oggi viviamo, noi tutti, dentro e fuori dal carcere - e dove all’uomo non resta che l’inquietante sensazione di essere osservato dall’alto ( si pensi all’osservazione trattamentale ), soggetto alle fin troppo facili e scontate tecniche di manipolazione e controllo...
Un lavoro immaginato come ri-creazione e divertente evasione, reinventando direttamente sulla scena, nelle prove, le situazioni e i personaggi, i paradossi e gli assurdi del carcere e del regolamento. Perché il protagonista non è altro che una libertà presa in trappola, e la rappresentazione diviene allora la scelta di una via di scampo… Nello schermo, in un video dove proprio dallo scandalo della ragione, dal gioco, dalla beffa, in questo grido della rivolta calpestata, dell'angoscia e della rivendicazione emergono quel desiderio d’amore e quella voglia di vivere che consentono forse ancora una riconciliazione e una prova.

La stessa condizione umana è ridotta così, come una caricatura, ad una prigione in cui l'attore e lo spettatore occupano la stessa cella, incapaci di sfuggire l'uno alla compagnia dell'altro e, forse, incapaci perfino di comunicare, in una sorta di limbo o purgatorio da cui è beckettianamente impossibile uscire... in attesa del finale. Accumulando allora domande su domande che sono atti d'accusa che indagano sempre più a fondo man mano che le domande restano senza smentita, o addirittura senza risposta.
                 Denunciando, irridendo come precarie tutte le realtà contingenti, alla ricerca di un senso dell'esistenza, di un senso a questa prigionia... e, non trovandone, qualcosa dentro continua a scavare con l'implacabilità della notte che segue il giorno che segue la notte...
Per affondare sempre più giù, nella pena quotidiana, nel turbinante gorgo delle metafore, fra i simboli sempre più atroci dell'incomprensione e della segregazione, alla ricerca, non meno paradossale che salvifica, di un incontro, uno scontro, un corpo a corpo... Fino a raggiungere quel dionisiaco cuore di tenebra della vita stessa. Nel carcere, che è il regno del regolamento, del legalismo, dell'ordine, e che sottomette gli uomini con la passività e la paura proprio per nascondere il suo assurdo, il suo disordine, la sua illegalità. Cui si oppone il gesto catartico e liberatore dello sberleffo, l'irriverenza della risata: vetriolo scagliato sulla maschera inerte di ogni pruderie e conformismo...
Una maschera guittesca ed essenziale, ricavata dalla scorza dura del nichilismo, per continuare ad aggirarsi indenni in questi luoghi, di questi tempi.

Livorno, novembre 2002