sabato 24 settembre 2016

CONFESSIONE PER IL MIO GIUDICE - monologo tragicomico con dotte citazioni d'arte varia e la legge fuori scena - di Mario Tuti



Laboratorio Teatrale
del carcere di Voghera




C O N F E S S I O N E

P E R   I L   M I O

G I U D I C E



monologo tragicomico
con dotte citazioni d'arte varia
e la legge fuori scena



 di:
    Mario Tuti, prigioniero - la confessione
    Rinaldo Merani, magistrato - l'ordinanza




Mario Tuti di fronte ai giudici

 
edizioni di TEATRO / CARCERE



8


CONFESSIONE PER IL MIO GIUDICE


di Mario Tuti




Dal  gulag  Italia,

una  voce  di  libertà


" Se le potenze divine guardano
( come fanno ) le nostre azioni,
non dubito che l'innocenza
farà arrossire la falsa accusa,
e tremare la tirannia
di fronte alla sofferenza . "

Shakespeare, Il racconto d'inverno, III, 2



          E' il 24 gennaio 1975, di sera, ora di cena. Poliziotti armati si presentano nella casa di Mario Tuti, un tecnico del comune di Empoli, paese "rosso" alla periferia di Firenze.
     Sono questi gli anni delle "stragi di Stato", con attentati nelle banche, sui treni, fino a quello del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, con 85 morti e decine di feriti. Stragi nelle quali il ruolo dei "servizi" sta lentamente venendo alla luce solo ora. Una strategia della tensione che le forze politiche e i servizi segreti legati all'imperialismo ameri­cano e alla NATO alimentarono - e alimentano - anche per tener viva la contrapposizione tra destra e sinistra, tra il "rosso" e il "nero".
     Scontrandosi tra loro, le forze nazional-rivoluzionarie patriottiche e quelle comuniste finiscono sempre per favo­rire il regime filo-americano e distruggersi a vicenda. Col solo scopo di stabilizzare il potere dominante im­posto dagli USA, rivolgendolo alla guerra fredda contro l'Est, il Patto di Varsavia e l'URSS, ancora unita e potente.
     Questo però verrà a galla pian piano, negli anni a veni­re; mentre a tutt'oggi, in Italia, gli autori delle stragi di Stato e i loro mandanti restano sconosciuti e impuniti.

     Mario Tuti viene sospettato di essere a capo di un'or­ganizzazione denominata Fronte Nazional Rivoluzionario.
     Con la scusa di una perquisizione la polizia di regime penetra in casa sua. Si cerca forse un capro espiatorio? Una vittima sacrificale a cui attribuire i recenti attentati, per i quali già stavano emergendo le responsabilità di agenti del Sid, il famigerato servizio segreto militare? Non sapremo mai forse cosa veramente accadde in quei minuti; ma dopo un violento conflitto a fuoco sono proprio i  poliziotti ad avere la peggio. Due morti e un ferito tra le forze dell'ordine sono il tragico bilancio, tante volte ricor­dato nelle cronache processuali degli anni a venire.
     Inizia così per Tuti - nel frattempo anche lui ferito durante un tentativo di attacco alla base USA di Camp Derby e con una taglia sulla sua testa - una latitanza di qualche mese che si concluderà in Francia dove, a Cannes, i servizi speciali italiani, messi sulle sue tracce da un tradi­tore, cercheranno di assassinarlo come un cane, a sangue freddo e in spregio alle stesse leggi internazionali. Una pallottola lo colpisce al petto, un'altra alla gola. Solo la sua forte tempra e l'intervento di una donna magistrato france­se lo salveranno dalla morte.
     Estradato in Italia con una condanna all'ergastolo, inizia per lui il lungo calva­rio delle carceri "democratiche", il gulag all'italiana.
     Pestaggi, torture fisiche e psicologiche, reclusione per anni e anni nei famigerati "braccetti della morte" per op­positori irriducibili. Sono infatti quelli anche i bui "anni di piombo" della repressione di Stato, per stroncare ogni forma di opposizione, e sociale e patriottica.

     E intanto fioccano i mandati di cattura per le varie stragi, a cominciare da quella sul treno "Italicus". Una trafila di processi con accuse infami ed infamanti costruite grazie alle menzogne dei "pentiti" e alle montature di gior­nalisti prezzolati e magistrati. Processi dai quali Tuti uscirà sempre a testa alta, e dove anzi verranno messe in luce proprio le gravissime colpe e responsabilità, anche nelle stragi, dei servizi segreti e di apparati dello stato.
     Allora il regime, che non riesce a piegare gente come lui, organizza provocazioni su provocazioni e tentativi di infiltrare confidenti tra i prigio­nieri politici. Tuti, vecchio cacciatore, fiuta le trappole e ri­esce sempre a smascherare le trame e a castigare delatori  e infami. Mentre il piombo rivoluzionario sarà il compenso per chi aveva venduto Tuti e per i killer di stato... La risposta rabbiosa del regime sono altre condan­ne ed anni ed anni d'isolamento assoluto nei famigerati "braccetti", che non bastano però a piegarlo.
     Nel 1987 Tuti è a capo della rivolta di Porto Azzurro, che le autorità non riescono a domare nemmeno con l'im­piego delle forze speciali, della Marina e degli elicotteri... L'evasione fallisce per il mancato appoggio esterno, ma il governo, dopo una settimana di assedio, deve scendere a patti coi rivoltosi, promettendo con la garanzia di Amnesty International e del Vaticano la concessione di quei "benefici" previsti dalla legge per i detenuti comuni, e che a Tuti, con dodici anni di galera già fatti, consentireb­bero la scarcerazione. Tuti accon­sente, pensando soprat­tutto alla sorte dei suoi compagni, ma nonostante gli im­pegni uffi-ciali e le garanzie interna­zionali è solo un altro inganno, altre persecuzioni, altro isolamento, altre angherie...

     Anche perché, nel frattempo, Mario Tuti ha deciso di dedicarsi in galera a una nuova attività, senza aver perso la sua verve e senza aver rinunciato al suo impegno politico: il teatro!
     Dopo aver contribuito con i suoi articoli su Quex all'avventura dello "spontaneismo armato" ed aver com­posto durante l'isolamento, e fatto uscire clandestinamen­te, quei quaderni di "Idee per la Rivoluzione" che hanno circolato come samizdat, ora scrive pièces teatrali e orga­nizza i compagni di detenzione per le sue rappresentazioni. Sul palcoscenico, dietro le sbarre del carcere, destra e sinistra, patrioti e comunisti, italiani e stranieri, politici e comuni, ri-scoprono quello spazio d'incontro e di con­fronto che non seppero trovare fuori, nella lotta quotidiana al regime stragista e liberticida.
     Nell'arte, nella rappresentazione drammatica della vita e della lotta in carcere, superati i vuoti steccati ideologici creati artificiosamente dal sistema di potere mondialista che oggi imprigiona i popoli e le coscienze, uomini tanto diversi s'incontrano e scoprono somiglianze, "affinità elet­tive", solidarietà fino ad ieri impensabili e improponibili.

     Allora il Teatro, l'Arte, la scena, divengono arma di lotta, terreno ideale e reale dove prosegue lo scontro con le forze della repressione, del tradimento, dell'asservimento allo straniero occupante ed ai suoi scherani in Italia.
     Nascono così le opere come Il Maratoneta, recitata correndo su un tapis roulant, Il Nero, burlesque sul car­cere, Fiaba, Amore Sbarrato, Riflessi del Labirinto, e appunto Confessione per il mio Giudice, che qui presen­tiamo, una pasquinata dove si mescolano stornelli satirici e articoli del codice, nata dallo sberleffo all'ennesima an­ghe­ria di un giudice di sorveglianza, e che si apre con la se­guente citazione: « Al divino marchese toccò la Bastiglia per non aver rispettato il culo di una puttana. Chissà quale puttana in toga s'è sentita mancar di rispetto per chiedere ancora censure e divieti e carcere...». E spingendo la beffa fino a presentare il suo scritto come formale impugnazione presso la Suprema Corte di Cassazione.   E poi i saggi sulle più prestigiose riviste di teatro, gli interventi per i convegni, le cronache teatrali pubblicate sulla grande stampa...  E' più di quanto il democratico (?!?) regime qui al potere, sempre disponibile a parole al "recupero e reinseri­mento" dei detenuti nella società civile, possa sopportare.

     Le esperienze teatrali in carcere, in Italia, sono state in­fatti numerose e con tanto di imprimatur e benedizione delle autorità politiche e giudiziarie e dei soliti intellettuali legati al potere. Ma si tratta di lavori addomesticati, una sorta di "teatro di corte", da cortigiani: spettacoli attuati senza ta­lento e vocazione da pentiti e dissociati per guada­gnarsi benemerenze agli occhi "delli superiori" e un bi­glietto d'uscita dalle patrie galere, avallando le tante misti­ficazioni del garantismo - o peggio, strumentalizzando gli stessi de­tenuti per le rappresentazioni ufficiali del potere.
     L'esatto contrario per Mario Tuti!
     Il teatro per lui è proseguimento, sotto altra forma, della lotta politica e culturale,  una forma d'impegno sociale, ci-vile, politico, umano. Egli - già alpinista, paracadutista sportivo, pilota di aliante e ufficiale della cavalleria coraz­zata, ma anche musicista, pittore e dotato di un'apprezzata voce baritonale - è e resta un militante che uni­sce a un ca­rattere duro come l'acciaio una sensibilità arti­stica e una profondità interiore unica. Il tutto confortato da una in­credibile cultura, tanto enciclopedica nella sua va­stità quanto interiorizzata nel suo reale valore etimologico: « Correre allora, sì, correre anche il rischio, raccontare le follie di un uomo, i suoi sogni e le sue verità. E ve ne fac­cio dono...». Il pugno di ferro nel guanto di velluto!
     Scatta allora la censura e la repressione. L'opera che doveva inaugurare, in video, il Festival di Santarcangelo di Romagna - uno dei luoghi storici dell'Avanguardia teatrale italiana - un lavoro costruito partendo da uno dei testi fon­damentali dell'Espressionismo ( quell' Assassino, Speran­za delle Donne di Kokoschka, che anche nel titolo rivela l'irrisione di ogni penitenzialismo e omologazione ) e rea­lizzato da Tuti nel carcere di Livorno con la collaborazione della Scuola Teatrale PRAVDA, non può essere presen­tato alla manifestazione perché il Ministero all'ultimo mo­mento ne vieta la ripresa televisiva.
     Resta un'esperienza indimen­ticabile per coloro che vi hanno partecipato e per i pochi fortunati che hanno potuto assistere allo spettacolo e che ne parlano all'esterno, rom­pendo il muro del silenzio vo­luto dall'establishment politi­co-culturale. Si stabiliscono nuovi contatti, si creano nuove solidarietà, si cercano oc­casioni per nuove realizza­zioni, come Il Sortilegio della Farfalla, che Tuti era stato invitato a mettere in scena coi suoi compagni per la rasse­gna estiva di Festambiente...
     Per il Ministero e per la direzione del carcere è troppo. Gli attori-detenuti vengono trasferiti, dispersi nei vari re­clusori della penisola. E Tuti si ritrova di nuovo nella se­zione speciale di un supercarcere, con in più le nuove re­strizioni di un articolo di legge applicato solo agli apparte­nenti... alla Mafia! Proprio lui..! Già, perché solo per lui i magistrati ed il Ministero fanno un'eccezione...
     Eppure Tuti se la ride di loro chiedendosi « se sono gli studi giuridici a rendere scema la gente o se non siano proprio gli scemi a essere per natura attratti dagli studi giuridici ».   

    A paragone di centinaia e centinaia di oppositori ridotti al silenzio o piegati a umilianti autocritiche, questa volta il regime deve riconoscere la propria sconfitta.
    Quello che non seppe fare la "critica delle armi", Tuti oggi l'ottiene con "le armi della critica" nella rappresenta­zione scenica in cui mette alla berlina la stupida ferocia di un sistema in agonia, travolto dagli scandali fino ai vertici del potere. E' questa la forza dell'arte vera, che per fiorire ha ne­cessità assoluta di Libertà; una libertà qui necessa­riamente tutta interiore e interiorizzata, quella libertà che non cono­sce sbarre, muri, porte chiuse, angoli oscuri, menzogne, infamie, ostacoli di sorta.
     L'isterica, scomposta reazione delle autorità carcerarie  e politiche che infieriscono contro il prigioniero ribelle, sono la palese dimostrazione della sconfitta del sistema di re­pressione-punizione; la sconfitta della menzogna del pote­re di fronte alla forza di un singolo uomo armato della Verità, voce solitaria di un popolo oppresso e costretto al silenzio.
     I veri prigionieri allora sono fuori, non dentro le mura. Quelle mura sulle quali abbiamo spesso trovato la scritta:

Quando la canaglia impera,
la patria degli onesti è la gale­ra!

     Una cosa è certa: il regime in agonia, la bestia immon­da che ruba e uccide da mezzo secolo, sente avvicinarsi la fine e la resa dei conti. I suoi colpi di coda si scatenano su prigionieri inermi e cittadini onesti: e se le ingiustizie im­poste con la forza conservano almeno un margine di digni­tà, quelle perpetrate dai vili, dai corrotti, dagli impotenti grazie al tradimento, alla tortura e a inconfessabili com­plicità, sono immerse in un mefitico e meschino squallore da dove non basta a farle uscire neppure l'eventuale suc-cesso o la grandezza delle vittime. Come quando lo stesso giudice di sorveglianza Merani, e il suo superiore, il presidente Margara, uno dei firmatari delle famose promesse di Porto Azzurro, hanno avuto la sfrontatezza e l'impudenza di proporre a Tuti di andare a visitare in ospedale la madre morente, con i ferri ai polsi e tenuto alla catena come un cane da quattro carabinieri... Tuti di questo non ne parla nella sua Confessione, ma certo «il conto è ancora da fare!».

     Perché Mario Tuti, nonostante tutto e tutti, prosegue imper­territo sulla via che si è scelta e che gli è stata impo­sta; ri­spondendo colpo su colpo a sofferenze e patimenti, men­zogne e disillusioni - comprese quelle di un ambiente ormai in balia di sedicenti rivoluzionari capaci solo di chiacchiere vane, e incapaci di farsi temere dai nemici e di essere di aiuto agli amici... Uno dei pochi esempi viventi ri­masti in Italia della resistenza all'oppressione in nome di un Onore e di una Fedeltà che affondano le radici salde nella terra dei Valori antichi ed eterni.
     A quarantasette anni ( è nato nel giorno del Solstizio d'Inverno, il 21 dicembre 1946 ), di cui quasi venti passati dietro le sbarre, egli resta un uomo tanto prestante nel fisi­co quanto forte nella volontà e di lucidissimo ingegno. Oltre ai lavori teatrali, di una qualità artistica che possiamo definire geniali, senza piaggeria alcuna ma in piena cono­scenza di causa, Tuti è ora impegnato in un progetto di tesi di laurea ( è iscritto alla Facoltà di Agraria e Forestale dell'Università di Firenze ) su: L'Immagine e l'Immagina­rio della Foresta nel Teatro Espressionista Tedesco presso l'Istituto di Storia del Teatro e dello Spettacolo della Fa­coltà di Lettere e Filosofia. Egli, per inciso, è buon cono­scitore della lingua e della cultura tedesche, oltre a parlare il francese e lo spagnolo ed aver studiato il russo in tempi lontani.
    E' uno scritto il suo che, per spessore culturale e stile espressivo si preannuncia come un piccolo capolavoro di saggistica interdisciplinare sull'argomento, pressoché ine­splorato. E che spazia dalle comuni­cazioni di massa alla storia dell'arte, dalla letteratura tede­sca alla psicologia, dall'estetica all'etnobotanica... Mettendo in luce i fla­granti punti di contatto tra le avanguardie artistiche e rivo­luzionarie della Germania, della Russia e dell'Italia in quei primi decenni del secolo. E il tutto, si pensi, nelle condi­zioni carcerarie estreme in cui è tenuto!

     Sensibile e attento, e potremmo dire partecipe, ai cam­biamenti sempre più rapidi della Storia di questi ultimi anni, che in un certo senso ha anticipato e interpretato in un suo lavoro: inTOLLERabile ( una cronaca teatrale im­maginaria su Ernst Toller, questo poeta e drammaturgo passato dal nazionalismo al bolscevismo e che, ministro nella Repubblica dei Consigli di Monaco nel 1919, riuscì a salvare la vita a Dietrich Eckart, il maestro riconosciuto di Hitler ), oggi Mario Tuti volge la sua attenzione a Est: a Mosca, alla nuova Russia in gestazione, che soffre e lotta contro lo stesso nemico che incarcera lui, l'Italia, l'Europa, il mondo intero.
     E' la Russia futura ed eterna, quella che, nonostante la strage d'ottobre e la repressione seguente, si riconosce nel Fronte di Salvezza Nazionale, un Fronte Nazionale e Ri­voluzionario che Tuti cercò di creare due decenni or sono nel nostro paese. Egli è partecipe di quella corrente sto­rico-culturale "nazional-bolscevica" che, per certi aspetti, ha visto proprio in lui un anticipatore ideologico e politico in Italia.
    E ancora: il mondo islamico e rivoluzionario con alla avanguardia la Repubblica Islamica dell'Iran, i cui diri­genti spirituali e politici portano avanti il progetto di libe­razione mondiale dei "diseredati della terra", eredità della figura dell'Iman Khomeini. E non dimentichiamo che anche lo Iman Khomeini fu poeta di squisita sensibilità, nella linea della grande tradizione culturale persiana.
     E proprio ora Tuti - dal suo ultimo soggiorno alle celle di punizione, "guadagnatosi" rispondendo per le rime alle prevaricazioni e all'autoritarismo del direttore del carcere - sta la­vo­rando ad un dramma suggestivo e profetico: l' Estremo Polo. Un lungo e allucinato monologo di un prigioniero che, stretto dalla camicia di forza, dà voce e corpo insieme ad Alessandro Magno mentre dalla Persia pre­para la sua spedizione verso Est, e con lui ad un moderno alpinista impegnato in una sanguinosa sfida sull'Everest.
     Evocando con le parole cari­che di forza visionaria l'estremo Est, la Montagna di Luce, il Polo at­torno a cui gravita il continente Eurasiatico, e che nel suo significato simbolico e insieme geopolitico diviene il fulcro di destini incrociati ed eterni, dove anche il delitto è squar­cio risolu­tore, l'abisso da cui ancora vedere le stelle...

     Ancora una volta proprio l'arte e il teatro, così vicini al cuore del popolo russo come di quello iraniano, possono rappresentare il punto d'incontro e di comprensione, non­ché di collaborazione tra uomini e popoli così lontani, tanto differenti eppur affini e vicini nella sensibilità arti­stica, nei moti dell'anima come nell'appartenenza alla grande Unità Eurasia­tica.
     Del fronte eurasiatico di liberazione, Mario Tuti, mili­tante rivoluzionario e artista, artista-militante, è oggi una avanguardia; avanguardia italiana di una nuova cultura eurasiatica.
    Non la vuota, retorica cultura degli intellettuali omolo­gati al sistema mondialista, bensì una Cultura viva, popo­lare, "Tradizionale" che, forgiata alla dura scuola della vita e della lotta, passa attraverso il fuoco depuratore e terribile, l'oscura caligine del mondo moderno, per arrivare alla luce del Nord, della Terra degli Avi, per Russi, Persiani e... persino Italiani!
     Qui essa riscopre la Verità e i Valori eterni della vita, della morte, del sacrificio, della resurrezione, i Valori più autentici perché immortali della nostra comunità di desti­no: l'Eurasia unita.

Carlo Terracciano
articolo per Sovietskaja Rossja, organo del Partito Comunista Sovietico

Presentazione



Una confessione, sì, perché oggi, tra pentitismo, leggi premiali, scuse, dissociazioni, complicità e chiamate di correo, questa è ormai l'unica maniera con cui è ammesso chiedere giustizia.
Una confessione allora per motivare questa mia impugnazione contro un'ordinanza del giudice di Livorno - che è riportata integralmente - e anche una rivendicazione. La rivendicazione di chi ha pagato con le condanne in base a leggi speciali, con gli anni di segregazione ed i "braccetti", il diritto di chiamarsi combattente e rivoluzionario invece che criminale; e che ora si sta facendo il carcere di punizione per non fare, neanche dal palcoscenico,
la riverenza ai tanti potenti e prepotenti...

Ma una confessione in forma scenica appunto, in quella dimensione da tragicommedia in cui proprio la disincantata percezione dei simulacri della giustizia, dei suoi vuoti riti e delle sue oscure formule, l'hybris povera e meschina di toghe e codici, s'impone qui come grottesco surrogato del "tragico".
Una scenetta satirica costruita con gli stessi atti giudiziari, quando anche la fuga nella fantasia è vietata, condannata, censurata. Un lavoro didattico, didascalico -  un Leherstück - dove la verità non può più essere nascosta nel segreto degli archivi e delle camere di consiglio...
La verità di una giustizia degradata dalla "Gozzini"
a compravendita della vita di un uomo, a squallida contabilità carceraria in base a giaculatorie e penitenzialismi; una giustizia come proiezione della stessa intima abiezione di una società soffocata dal mito del tornaconto personale e del successo ad ogni costo, e che finisce per costituirsi come l'esatta rappresentazione di questo "univers concentrationaire" che ci comprende tutti,  giudici e prigionieri, attori e spettatori.


Una confessione, e una professione di fede forse, stravolta nelle implicazioni assurde di una disperazione ineludibile, come la galera e la condanna, e che si rovescia in speranza assoluta.
Come un'eco alla rovescia delle parole in sentenza, che suona come uno scoppio di riso sinistro:
in realtà una rettifica.

Ed ecco allora il teatro, non solo come provocazione ma per innescare la carica di una cosciente (de)mistificazione che, dalla manipolazione dei topoi drammatici trasferiti nei moduli kitsch del linguaggio aulico dei legulei, perviene alla contraffattura parodistica, al potenziale dirompente di una dissacrazione sarcastica troppo inquietante per esaurirsi in se stessa, nella semplice messa in scena.
Perché proprio la trivializzazione comico-satirica dei temi irrisolti della giustizia, della colpa, della remissione, della libertà, della pena, il loro banalizzarsi nello spazio (scenico?) di una commedia/ordinanza, il gioco di questa clownerie processuale, denunciano allora lo strato forse più profondo del nichilismo, quello confinante con la banalità del quotidiano e il suo irrimediabile non sense, il suo assurdo - cui si sono richiamate le stesse procedure di dissoluzione e destrutturazione fatte proprie dall'avanguardia.

E sotto la cifra del grottesco vengono così smascherati gli stessi limiti di un universo teatrale ormai istituzionalizzato e dove nessuna innocenza, nessuna verità, nessuna libertà e nessuna arte è più possibile, se non quella del buffone, che paga come un criminale per i suoi sberleffi al potere. 


                                                                                                                                                          m. t.                                                                          
                                     


Laboratorio Teatrale del carcere di Voghera

Confessione

per il mio giudice


monologo tragicomico
con dotte citazioni d'arte varia
e la legge fuori scena





Al divino marchese toccò la Bastiglia
"per non aver rispettato il culo di una puttana".
Chissà quale puttana in toga s'è sentita
mancar di rispetto per chiedere ancora
 censure e divieti e carcere...

 
Una scena spoglia: in un angolo, su un cavalletto da pittore, un grosso tabellone con una gigantografia dell'Ordinanza, a terra un televisore che trasmette immagini mute e in bianco e nero da "Un Giorno in Pretura"; sull'altro lato una massa polverosa di vecchi fascicoli.
Solo un attore, vestito di nero, che si agita e declama con toni cabarettistici.


Buio; una canzone a tutto volume,
che poi si spenge in una sorta di mormorio fuori scena, solenne e incomprensibile:


Signor giudice le stelle sono chiare
per chi le può vedere
magari stando al mare...

Immaginiamo che avrà
cose più grandi di noi
forse una moglie troppo giovane...

E ci scusiamo con lei
d'importunarla così
ma ci capisca in fondo siamo uomini...

Così così
abbiamo donne abbiamo amanti
così così
leggiamo poco leggiamo libri
così così
e nelle foto veniamo sempre
così così...


Signor giudice lei faccia quel vuole
più ci farà aspettare
più sarà bello uscire...

Noi siamo tanti siam qua
già la chiamiamo papà
di quei papà che non si conoscono...

Quel giorno quando verrà
giudichi senza pietà
ci vergogniamo tanto di essere uomini...


Così così
sogniamo poco sogniamo sogni
così così
abbiamo tutti le stesse facce
così così
ed ogni sera ci ritroviamo
così così...


" Uff. Sorveglianza di Livorno,
 nr. 58/91 reg. gen. remiss. debito nr. 1245/93 ord.
Il Magistrato di sorv. vist. l'istanza rem. debito pres. da Tuti Mario, nat. a Empoli il etc.etc., già det. Casa Circ. Livorno ed att. det. Casa Circ. etc.etc., in relazione a nr. 35355/61 Campione penale Cort. Appell. Firenze, giusta sentenza del 5.12.1988 Cort. App. Fir.."


Luce sull'attore:

  -  Confesso, sì confesso che ho dubitato della Sua Magistrale Sorveglianza!
     Leggendo il decreto con cui mi ha proclama­to non meritevole di remissione, ho dubitato... Ho dubitato che fosse tutto uno scherzo, una sorta di pesce d'aprile, o un pezzo di teatro dell'assurdo! 


Voce fuori scena, severa:

" Rilevato. che l'istante non presenta i requisiti di meritevolezza posti dall'art. 56 Ord. Pen. alla base del beneficio invocato, in quanto egli ha sempre mantenuto nei confronti dell'istituzione penitenziaria atteggiamenti di rivalsa, con­flit­tualità, sorda o palese, e contrasto...  omissis "


L'attore, discorsivo, brillante:

  -  Come... Vostra Eccellenza che mi sta in ca­gnesco perché non mi fac­cio volentieri la gale­ra: va bene, lo confesso, può essere grave di­sconoscere i meriti educativi di questa istitu­zione... Ma allora perché considerare addirit­tura una tragedia che anch'io abbia voluto far provare qualche giorno di carcere a guardie, psicologi, educatori e direttore a Porto Azzurro? Non l' ha visto quel film, Brubaker?  E non si  ricorda che facevano quei "detenuti affidabili"  che Vi piacciono tanto..? 
     Da come stanno andando le cose, è facile che presto li vedremo anche qui a far la guardia sul muro imbracciando il "pompa"... E col plauso di tutti i garantisti e i progressisti, Pan­nella in testa, visto il "testimonial" che ora si è scelto per i suoi spot! 


Prende un documento dai fascicoli e comincia a leggerlo, con tono autoritario e ampi gesti solenni;
sullo sfondo delle immagini televisive, pallidi fantasmi di una giustizia azzerabile con un tocco di telecomando:

"...che in particolare le spese di cui ora chiede la remissione, fanno riferimento ai tragici fatti di Porto Azzurro... omissis... e rispetto ai quali il Tuti fu protagonista principale - certo, sempre protagonista - e gestore in prima persona, di talché soltanto questi fatti sarebbero sufficienti a determinare una valutazione negativa della sua carcerazione..."


Appallottola e getta via il foglio, e poi, come parlasse al suo giudice, a cercare forse delle attenuanti:
  - Provare di persona un po' di quel "Trattamento intramurario" che ci riserva la "Gozzini" poteva essere un'esperienza prezio­sa... E in effetti si adeguarono subito tutti: coi pen­timenti, le chiamate di correo, le confes­sio­ni, e il caso Cirillo, i servizi... E chi sputava sui gradi e l'uniforme, chi sul Ministero... E Pertini che si offriva in cambio dei prigionieri... salvo  non farsi più sentire quando gli dissi che ma­­gari avremmo potuto parlare un po' di Dongo!
     E poi, via, dimenticare così tutte le promes­se del nostro  bene-Amato megadirettore, ora passato a fare il difensore di fiducia di politi­canti ladroni e corrotti; e ancora, gli impegni di Amnes(t)y International per conto del governo, e le assicurazioni alla Margar(in)a del Suo stes­so untuoso presidente - per cercare certo di met­tercelo in c... E tutti quegli appelli alla nostra correttezza, alla nostra responsabili­tà... E tutti che andavano in televisione ad ac­campare meriti, dai procuratori agli aspiranti santi agli eletti del popolo, tutti a far scena e a dare spettacolo...

  -  Eh, eh, malgrado i vostri imponenti mezzi ossidionali, gli elicotteri, i blindati, le corvette, la Digos, i Nocs, le teste di cuoio e le teste di cazzo, vi eravate proprio calati tutti le brache!
     Forse per timidezza ora negano, e magari se la presero anche un po' a male quando gli dissi che tra tante puttane di politicanti e d'intellet­tuali, se dovevo trattare preferivo l'onorevole Cicciolina... E per fortuna ci sono le registra­zioni telefoniche e gli atti processuali ad affer­mare la verità... e a ricordare quanto valgono le Vostre parole! Ma il conto è ancora da fare!
     E, francamente, confesso anche che non ho ben capito se mi si rimprovera per aver dato fin troppo bene da mangiare alle guardie in quella settimana, visto le spese che dovrei pagare - più di quaranta milioni... e che pensate che abbia fatto anch'io i soldi con la politica e le tangenti?
  -  Le spese, dicevo, che sono dovute essenzial­mente al conto del ristorante. La prossima volta vuol dire che le guardie le tratterò a pane ed acqua, va bene?


Ma l'accusa, implacabile, continua:

"...e che di fatto egli non ha mai espletato alcuna revisione critica del suo vissuto e delle ragioni che lo hanno condotto in carcere, né tantomeno dei reati che in carcere ha commesso..."


Il prigioniero si difende, e con ironia rovescia sul suo immaginario giudice l'imputazione:

  -  Ma, soprattutto, confesso che ho dubitato di ben intendere quando la Sua Sorvergliante Magistralità mi ha accusato di non aver mai voluto fare autocritica...
     Mea culpa, mea culpa: è vero, non mi sono mai piegato ai ricatti ed alle infamie della legi­slazione premiale, come non mi sono mai penti­to di aver cercato di oppormi a questo re­gime di mafiosi, piduisti, camorristi, stragisti e corrotti vari...
     E qui nulla forse è più imperdonabile di aver avuto ragione!

  -  Ma la Sua insonne Autorità cosa faceva in tutti quegli anni d'impunità e illegalità di partiti e governanti? Dormiva? No, come tanti Suoi Colleghi, rigidi custodi della Legge e dell'Or­dine, sorvegliava...
     Faceva il palo insomma, perché nessuno di­sturbasse?!?
     Ed ecco che forse si spiegano anche quelle infami ed infamanti accuse montate contro di noi dai Magistrati, i killer di stato mandati a spararmi in Francia, i pestaggi durante gli in­terrogatori per cercare di farmi confessare quello che volevano loro, gli anni d'illegale se­gregazione nei famigerati "braccetti", comodo capro espiatorio, isolato e costretto al silenzio, dei misfatti del regime...
     Tutto questo non gli interessava, vero, alla Sua alta Magistralità, e ai soliti garantisti a giornata, Gozzini in testa..? 


Sul televisore appare per qualche secondo, come un'interferenza, l'ultimo video-clip di Vasco Rossi: "Gli spari sopra", a tutto volume:

  -  Di tutto questo non se ne è mai accorto? O che fa il nesci, Eccellenza? Ma non li legge i giornali, ma non li sente i discorsi della gente? Eppure qualche segno che le cose stanno un po' cambiando dovrebbe arrivare anche nel Pa­lazzo, nelle Vostre aule sorde e grigie...
     E quest'ultima mia ingenua pretesa, di veni­re a chiedere giustizia e, come previsto dalla legge, la remissione del debito, proprio a Voi... Già, altro che l'evangelico "beati quelli che hanno fame e sete di giustizia", con Voi ci si può aspettare solo di essere giustiziati! E con la benedizione dei tanti baciapile di regime messi qui giusto per sciacquarsi il culo e la co­scienza... tanto per Voi sono la stessa cosa!
     Meglio allora pregare gli dei, come gli anti­chi Spartiati, per avere la forza di sopportare l'ingiustizia... "Super aspidem ambulabis."


E ancora accuse ad inchiodare il reprobo, anche se sempre più incerte e confuse:

"... visti i numerosi rapporti che sono stati redatti a suo carico nonché le segnalazioni ed i problemi che ha sempre crato (sic)..."
L'attore, ironico e amaro:

  -  Ma come... Secondo la Vostra legge, dopo due anni da qualsiasi reato si possono avere li­cenze, permessi, benefici... E con me va a ri­vangare storie vecchie di sei o sette anni e si attacca a quei pretesti ridicoli e di nessuna rile­vanza giuridica... E per quella che in fondo è una cazzata, perché al massimo potreste se­questrarmi un po' di migliaia di lire sul libretto, al­tro che quaranta milioni - e in altri tempi a­vrei pagato a piombo: gratis e senza tessera... o ordinanze!    
     Ma veramente, Eccellenza, non aveva niente di meglio da fare che questa ordinanza..? Co­s'è..? Voyerismo... a voler spulciare in tutti quei vecchi fascicoli..? O forse c'è altro... Forse ho profanato le sacre reliquie della Vostra perduta inno­cen­za..? Forse anche la verità e l'ironia so­no diventate sovver­sive, da quando avete fatto leggi e imbrogli per chiuderci la bocca..?

  -  Per il resto, sì, lo confesso, so bene di aver creato spesso problemi e conflitti: quando chie­devo di studiare, di fare teatro, d'impegnarmi per i più bisognosi... e malgrado le precise di­sposizioni del Vostro Ordinamento Penitenzia­rio mi sono dovuto scontrare con divieti, censu­re, puni­zioni, trasferimenti!
     Ho dubitato allora, lo confesso, ho dubitato perfino che la Sua Sorvegliante Magistralità servisse a coprire gli abusi e le violazioni di legge...
     Ma ci sono appunto i rapporti, è tutto scritto  e segnalato a fascicolo... Non provo neppure a negare: che ho preso le difese dei più deboli contro i cosiddetti "boss", che ho chiesto di po­ter donare il sangue, che ho cercato di mandare qualche piccola somma in bolli ai lebbrosi ed ai bambini abbandonati... E non Vi piaceva per­ché non ho mai voluto strumentalizzare, e squalificare, questi semplici gesti di solidarietà con le mistifica­zioni della rieducazione, del pen­timento, della riparazione... E poi le ipotesi di reato, certo, come la stampa clandestina, per aver cercato di far conoscere fuori dal carcere le nostre scomode verità... E i permessi per il tea­tro, e poi le censure all'ultimo minuto, appena qualche ex-partigiano in crisi di astinenza eti­lica o resistenziale s'è messo a starnazzare, of­frendo a Lei e al Ministero il pretesto che anda­vate appunto cercando...

  -  Tutto vietato, già, e io ad insistere, a creare problemi, a disturbare la Sua tranquillità, con la pretesa di stravolgere i ruoli e le parti che avevate già stabilito per me, per tutti noi qui!
     Storie di ordinaria (in)giustizia insomma...


Ma ecco la colpa, orrenda, terribile:

"...un terrorista della destra eversiva quale egli si proclama ancora apertamente senza aver mai dato segni di ripensamento..."


L'attore, accalorandosi, ma anche divertito:

  -  Sì, e senza neanche segni di interpun­zione... ma non lo deve mai prendere il fiato questo qui? Altro che ripensamenti... Lo confesso, ho pensato addirittura che le Sue pa­role, le Sue frasi tradissero inconfessate fru­strazioni, o il desiderio di guadagnarsi qualche inattuale be­nemerenza antifascista, che pure avrebbe potu­to provare a conquistarsi molto più sportiva­mente esternando il Suo livore durante qualcu­no dei nostri radi incontri, invece di quel sorri­setto accattivante...
     Temeva forse che avrei potuto cantargliene quattro? Eh, eh, o dargliene un sacco?!?

  -  Per il resto, ripensandoci bene, mi consenta di citare ancora il divino marchese, e di dire con lui:
     " Prendetemi come sono, o ammazzatemi, per­ché io non cambierò mai! "
     Perché non riuscirete a farmi cambiare, a farmi diventare come Voi, come volete Voi...
     Non ti vendi, non fai l'infame, non piangi, non supplichi... Allora non Vi sentite più tanto superiori, vero..? Non vi sentite più tanto sicu­ri... e allora ecco ancora condanne, isolamento, censure, divieti, ordinanze, e trattamenti "speciali"... per quello che in fondo è un reato d'opinione, per essersi rifiutati ad abiure e gia­culatorie. Ma mi sta bene anche così!
     E poi perché, con accuse così gravi, non so­no stato tradotto all'udienza, di fronte a Lei, al mio Giudice? A inchiodarmi alle mie respon­sabilità, ai miei misfatti, al mio passato!
     Confesso che mi sarebbe davvero piaciuto di potermi difendere di persona... Ma, certo, la Sua alta Magistralità non può reggere il con­traddittorio, non può abbassarsi a uno come me. Tribunali Segreti insomma... come quelli della Mafia!

  -  Confesso che ho pensato tutto questo, e an­che di più e di peggio, e mi sono detto che aveva proprio ragione il buon vecchio "zio Foffo" quando, nelle sue Conversazioni a Ta­vola, osservava di non riuscire a comprendere se erano gli studi giuridici a rendere scema la gente, oppure se non fossero proprio gli scemi ad essere per natura attratti da quegli studi...
     E confesso che ho riso con gli amici delle Sue farneticazioni, che ci ricordavano quell'al­tro film, bellissimo: Scemo di Guerra. L'ha vi­sto? Colouche era geniale, non trova anche Lei? E un po' Le somiglia...
     Anche se, a ripensarci ora, debbo ammettere che non è stato molto bello divertirsi con le mi­serie altrui, con le Sue turbe e i Suoi problemi esistenziali: ma forse è colpa della galera, che finisce coll'abbrutirci e renderci insensibili...


Riprende la canzone:

Signor giudice noi siamo quel che siamo
ma l'ala di un gabbiano
può far volar lontano...

Signor giudice qui il tempo scorre piano
ma noi che l'adoriamo
col tempo ci giochiamo...

Quel giorno quando verrà
giudichi senza pietà
ci vergogniamo tanto di essere uomini...
Così così
abbiamo tutti le stesse facce
così così
e non confessiamo per ché noi siamo
così così
e grazie a Lei in galera ci rimaniamo
così così...
così così...


  -  Confiteor! Confiteor!
     Confesso allora che ho riso e dubitato di Lei, del paladino dei detenuti di Livorno. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa!


Come un disco rotto, ancora l'accusa, ineludibile, e la condanna:

"...che egli pertanto non appare in alcun modo meritevole del beneficio avendo nel corso degli anni creato problemi e conflitti permanenti..."


Il prigioniero, ammettendo finalmente la sua colpa, mentre sullo schermo televisivo appaiono le immagini dell' interrogatorio del ministro Martelli al processo per le tangenti Montedison:

  -  Sì, confesso! Mea culpa, mea culpa!
     Perché finalmente credo di aver capito... Il Suo decreto del 5 aprile scorso, nel fatidico anniversario di quelle elezioni che hanno se­gnato la fine di tante impunità e complicità, questo decreto dicevo, è forse una sorta di di­ploma d'onore, e come tale lo voglio far incor­niciare e lo mostrerò con legittimo orgoglio.
     Un diploma d'onore per noi " politici " di vecchio stampo, che abbiamo messo in gioco la vita e la libertà per degli ideali, non certo come questi ultimi arrivati, questi ladroni e corrotti vari - tra cui, lo sa, vero, la classe Magistrale è degnamente rappresentata - che non fanno in tempo a venire in galera e subito si pentono e confessano e vendono i loro amici, i loro complici, i loro compagni, i loro stessi partiti, per una sollecita scarcerazione...
     E tutti che si preoccupano, e i garantisti che protestano e scrivono, se gli fanno fare un po' d'isolamento, se le celle sono un po' sporche, se li fanno stare perfino con gentaglia come noi, manco capace di fare soldi a spese degli amma­lati e dei vecchi, manco capace di speculare su terremoti e disgrazie e stragi... Via, ricono­sciamo i meriti e manteniamo le distanze! 


Raccoglie da terra il decreto e cerca di lisciarlo, e intanto nel televisore c'è di nuovo, a tutto volume, l'interferenza di Vasco Rossi.
Poi, continuando:

  -  In questo paese di tradimenti, rese, corru­zioni e complicità, e che si avvia finalmente alla resa dei conti, Lei, caro Rinaldo - mi per­metta, La pre­go, questa familiarità - Lei, sen­tendo incombente la crisi e il giudizio, ma non sentendosela ancora di scendere direttamente in campo - come si dice: nomen omen - ha voluto comunque, con la Sua Ma­gistrale sottigliezza, provare a pararsi il culo e la coscienza dandomi questo segreto ricono­scimento... Una sorta di alibi allora... E l'esor­tazione, forse, a regolare finalmente tutti i conti, senza remissione.
     E vedrò di accontentarLa... non foss'altro che con quel poco che posso, con gli scritti e il teatro. Perché la farsa è più antica e universale della tragedia: specie qui, nel carcere, con le sue sceneggiate e i suoi tragicatori!


Accenna ora degli stornelli alla fisarmonica, dopo essersi appeso al collo un cartello con scritto:
" Non sono armato ma sputo lontano!"

     Non sono armato
     ma sputo lontano
     non passo la mano...
     i' gioco mi va!

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          e senza un rimpianto
          ti mando affancul!
    
     Io son fascista
     e son sempre in pista
     larillallalero
     larillallallà...

          Ti sputo e ti canto
          ti canto e ti sputo
          e senza un saluto
          ti mando affancul!         


     Tu ti se' venduto
     e t' han scarcerato
     larillallalero
     larillallallà...

          Ti sputo e ti canto
          ti canto e ti sputo
          co' i' gesto di' dito
          ti mando affancul!     

     Tu se' giornalista
     t'ho messo già in lista
     larillallalero
     larillallallà...

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          e senza un rimpianto
          ti mando affancul!


    'Un fo più i' terrorista
     ma i' cabarettista
     e ancor più paura
     per questo vi fo!

          Vi canto e vi sputo
          vi sputo e vi canto
          e senza un rimpianto
          vi mando affancul!

     Le stragi ha' coperto
     i servizi l' hai assolti
     ministro Scotti
     larillallallà...

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          prima o poi i' conto
          lo devi pagar!

     Tu ha' governato
     i soldi ha' rubato
     mio caro Martelli
    'un son più i tempi belli...

          Ti canto e ti sputo
          ti sputo e ti canto
          ti porto in un canto
          e i' culo ti fo!

     Tu m'ha' censurato
     e m'hai trasferito
     larillallalero
     larillallallà...

          Ti sputo e ti canto
          ti canto e ti sputo
          e senza un saluto
          ti mando affancul!


    Non sono armato
    ma sputo lontano
    non passo la mano
    il gioco mi va!

          Se 'un sono armato
          gli sputi van lontani
          mio caro Merani
          ti mando affancul!

     Tra canti e gli sputi
     se t'incontri co' i' Tuti
     di calci ni' culo
     ne pigli un bel po'!

          Ora faccio l'artista
          e son sempre in pista
          censori e critici
          li mando affancul!


     E chi se ne frega
     anche della galera
     larillallalera
     larillallallà...

          Vi canto e vi sputo
          vi sputo e vi canto
          vu' siete un be' branco
          di rotti nel cul!

     E qui i' quarantuno
     'un fa paura a nessuno
     larillallallero
     larillallallà...

          Sarà forse tra un mese
          sarà anche tra un anno
          e tutti 'sti conti
          si regoleranno...

     Non sono armato
     ma sputo lontano
     non passo la mano
     il gioco mi va!

          Larillallallero
          larillallallero
          larillallallero
          larillallallà...

( anche da capo, ad libitum )


  -  Cos'è, Vostra Eccellenza mi sta in cagnesco anche per questi due stornellucci? Ma sono solo canzonette! E con tutto il fiele che sputa Lei nelle Sue ordinanze...
     Solo, mi permetta un consiglio: attento a non sputare contro vento!

Fuori scena lo spettacolo continua, la giustizia segue il suo corso, incomprensibile, mentre l'attore ne sottolinea e commenta beffardamente alcuni termini:

" Rilevat. che l'istante - sì, l'attimo fuggente! - non pres. quei req. di meritevolezza...
P.Q.M.
Vist. il parere del P.M., vist. gli artt. 56 L. 354/75 e 96 D.P.R. 431/76; sent. il Dif. Uff.;
a sciogl. della riserv. espress. all'ud. del 5.4.93
RIGETTA
-
l'ist. remiss. del deb. avanzata da Tuti Mario
in rel. a Nr. 35355/61 Campione penale
- penale? si, del cazzo! -
 giusta - giusta?!? - sentenza
 5.12.1988 Cort. Appell. Firenze: Manda
 - affanculo! -
 a Canc. per com. di rito..."


L'attore raccoglie tra le carte una maschera da Arlecchino, e comincia come a provare una scena, mentre irrompono sul palcoscenico altri prigionieri, gettando all'aria i fascicoli, i fogli e i codici, in una sorta di pantomima giudiziaria:
     
  -  E anche Lei, caro Rinaldo, con la Sua Ma­gistrale Ordinanza ha forse voluto convocare di fronte al Tribunale Supremo della Rappresenta­zione questa italica Giustizia sempre pronta a dare spettacolo.
     Ecco! Questa è la spiegazione... come nei grandi poeti tragici, una messa in causa di tutte le norme..!
     E ha voluto così darmi una lezione di teatro degna del genio di un Dürrenmatt, che dico, di un Kafka, con questa sorta di ordinanza, di atto spurio, tra le trame della "Gozzini" e le sce­neggiate dell'emergenza...
     Dove ogni movimento scenico, ogni frase diventa a doppio senso: la trivializzazione co­mico-satirica (quaranta milioni, sempre que­stione di soldi insomma!) e la dissacrazione sarcastica dei meccanismi giudiziari smasche­rano, con l'effetto straniante del linguaggio giuridico e del suo macabro, involontario umo­rismo, quella colpa condivisa su cui si è retto il sistema: è la corruzione, è la galera, è la strage...
     E poi quelle congiunzioni, nel Suo scritto, quel " talché" che dice tutto... Qui si fa della prosa, della letteratura! Altro che il Suo confra­tello Ugo Betti e quella, in fondo banale, Cor­ruzione a Palazzo di Giustizia...
     - A proposito... Lei ne sa niente..? Eh, eh, circolano molte voci, specie sul Suo presi­dente... Meno male, vero, che malgrado la "Gozzini" qui c'è ancora un po' d'omertà..? -

  -  Ma torniamo al teatro!
     Nelle Sue opere Magistrali c'è di tutto: grand guignol, nascosta satira politica, psico­dramma, rivista, allegoria barocca, mistero medioevale... Solo l'umanità, quella resta fuori scena, come sempre!
     E la contraffazione burlesca, il gioco dissa­crante della caricatura agnostica delle Leggi e della Giustizia, tradiscono così una sostanziale autoaccusa  in cui le Sue stesse contraddizioni e miserie vengono come trasposte e rimosse nella cornice cabarettistica di questa vuota ri­tualità amministrativa.
     Che maschera il fondo abilmente dissimu­lato dei Suoi moventi, di questo tentare la pro­fessione di una Virtù ormai perduta nella rap­presentazione tragico-nichilista del grottesco, con le Ordinanze e le Sentenze segnate da quella cupio dissolvi di chi conosce bene i propri limiti e la propria colpa!


I corpi dei prigionieri sono ora immobilizzati da una luce annichilente:

  -  Confesso! Confesso la mia inadeguatezza a rappresentarLa come merita... Ma, anche se relegato in qualche "braccetto", Le assicuro che, come tanti altri detenuti di Livorno, non mi scorderò delle Sue performances! Der Richter und sein Henker... Una vocazione inquietante e pericolosa la Sua, questo gioco delle parti tra il Giudice e il Boia...
     Già, perché qui, in questo piccolo teatro del mondo che è il carcere, qualcuno deve comun­que essere vittima delle Sue capziose macchi­nerie scenico-giuridiche, delle tragedie inutili che Lei s'inventa... E che qualcuno deve pagare sempre sulla propria pelle!
     Lo spettacolo che va a dare, ad elevazione ed ammaestramento del Suo pubblico di re­probi, resta allora - come aveva ben osservato Guy Debord - solo il discorso ininterrotto che il potere presente tiene su se stesso, il suo mono­logo elogiativo... Ma, come si dice: chi si loda s'imbroda!
     A ognuno la sua parte allora... Lei cerchi di fare il Suo mestiere di Giudice, al resto, se permette, ci penso io... D'accordo?!?


E inizia la " Canzone del Boia ", annunciata da un rullo di tamburo e dalla voce del banditore:
   - Der Richter und sein Henker!

 Cammina cammina
 son giunto alla fine
 di questo viaggio
 nella teatralità...
 Il mondo ho girato
 in cerca dell'uomo
 modello d'ingegno e di dignità
 modello d'ingegno e di dignità..!

      Tre pulci ho nel sacco
      una vipera al collo
      un porco ho raccolto
      lungo la via...
      Mi seguon trottando
      un'oca ed un pollo
      è quel che ho raccolto dell'umanità
      è quel che ho raccolto dell'umanità..!

 Un cane ho lasciato
 lungo la via
 che troppo fedele
 sembrava e sincero...
 Così differente
 dall'uomo vero
 da render palese la bestialità
 da render palese la bestialità..!

      Vivendo al di dentro
      di queste Sue celle
      di brutte e di belle
      ne vedo ogni dì...
      Il coatto che piange
      lo sbirro che impazza
      il vile che ammazza
      l'attor che non c'è...

 E cerca e ricerca
 per speciali e transiti
 tra i tanti veduti
 distingui, setaccia...
 Finché finalmente
 si trova una faccia
 in tutto e per tutto di uomo dabben
 in tutto e per tutto di uomo dabben..!

      E' un tipo davvero
      di poche parole
      sul capo infilato
      ha un nero cappuccio...
      E ben affilata
      dentro l'astuccio
      la scure che usa pel proprio mestier
      la scure che usa pel proprio mestier..!

 Mi ha detto ridendo
 davvero di gusto           
 d'Ordinanze e Giudici
 ti libero tosto...
 Io dentro la cella
 gli ho fatto del posto
 siam stretti ma in fondo stiam bene così
 siam stretti ma in fondo stiam bene così..!

      A ognun la sua parte
      si può andare in scena
      che di questa pena
      non se ne può più...
      Giustizia è ormai fatta
      nessun più s'appella
      di brutta o di bella
      qualcun pagherà..!

 Trovato è già il tipo
 che al momento giusto
 con tanto di gusto
 farà il suo dover...
 Trovato è già il tipo
 che al momento giusto
 con tanto di gusto
 farà il suo mestier..!


Ancora l'interferenza del video di Vasco e ancora, da capo, la colpa, l'accusa e la pena:

"...come del resto nell'ottica di un terrorista della destra eversiva quale egli si proclama ancora apertamente senza aver mai dato segni di ripensamento - situazione personale che co­sti­tuisce del resto la ragione per cui il Tuti ancora, dopo molti anni, è presente negli istituti di mas­sima sicurezza;"


Il prigioniero, prendendo ora lo spunto per la conclusione  dell' autore:

  -  Solo, per finire, mi consenta un piccolo ap­punto. Tra le mie benemerenze d'irriducibile che, pur dal carcere, ha tentato ancora di fare qualche sberleffo alle istituzioni, Lei ha dimen­tica­to di ricordare quest'ultimo riconoscimento che ho avuto dal ministero di (dis)Grazia e (in)Giustizia, su delega del Martelli piduista con con­ti segreti in Svizzera e dell'ora scottato dalle inchieste Scotti, e sentito anche il Suo esi­mio parere e quello della direzione del carcere.
     Ha dimenticato di ricordare che a me, unico tra i terroristi (sì, lo so, dovrei forse parlare di prigionieri politici ma, mi scuserà, il termine “politico” in quest'ultimo anno è stato alquanto squalificato) a me, dicevo, ora mi avete applicato anche l'isolamento e le restrizioni del decreto antima­fia, il famoso art. 41 bis... e non è certo cosa da tutti, ma solo per il... Tuti! E magari con tutte le emergenze che mi so­no fatto in questi anni, ora potrei giocarci anche un bel terno al lotto: art. 90 aggravato, art.14 bis e art. 41 bis... Novanta, quattordici, quaran­tuno: 'a paura, 'o 'mbriaco, 'o curtiello... Ma non Le dice nulla..? E poi dicono che la Smorfia non c'indovina... mica è come le Vostre sentenze..! Se vinco, facciamo a metà e Vi saldo finalmente il conto, va bene così?

  -  Anche se, per tornare alle cose serie, non capisco molto bene cosa c'entri io con la crimi­nalità organizzata, i sequestri di persona a scopo di estorsione ed i traffici di droga di cui parla appunto quel decreto... Se non temessi di apparire immodesto, potrei pensare forse che sia per i miei "meriti" teatrali... Si ricorda? L'avevo anche previsto, e scritto sui giornali...
     Confesso allora la mia vanità per questo art. 41 bis, e ci tenevo a rivendicarlo, anche per distinguermi un po' dai tanti altri irriducibili buoni per tutte le stagioni e tutte le licenze e dai duri e puri che danno spettacolo nelle aree omogenee, nelle sacrestie e in televisione...
     Mi resta però un piccolo dubbio: di non es­sermelo ben meritato in fondo quest'ultimo ri­conoscimento da parte dell'Autorità, perché, si sa, la mafia, come le stragi, semmai è Cosa Vostra, non certo mia!


Le luci si spengono lentamente con la canzone, mentre sullo schermo televisivo tornano ad alternarsi le immagini del processo Montedison - con l'interrogatorio del ministro Martelli, e il direttore generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Nicolò Amato ridotto al ruolo di difensore di fiducia per ladroni e corrotti di regime:

Signor giudice le stelle sono chiare
per chi le può vedere
magari stando al mare...

Immaginiamo che avrà
cose più grandi di noi
forse una moglie troppo giovane...

E ci scusiamo con lei
d'importunarla così
ma ci capisca in fondo siamo uomini...

Così così
abbiamo donne abbiamo amanti
così così
leggiamo poco leggiamo libri
così così
e nelle foto veniamo sempre
così così...


Signor giudice lei faccia quel che vuole
più ci farà aspettare
più sarà bello uscire...

Noi siamo tanti siam qua
già la chiamiamo papà
di quei papà che non si conoscono...

Quel giorno quando verrà
giudichi senza pietà
ci vergogniamo tanto di essere uomini...

Così così
sogniamo poco sogniamo sogni
così così
abbiamo tutti le stesse facce
così così
ed ogni sera ci ritroviamo
così così...


Signor giudice noi siamo quel che siamo
ma l'ala di un gabbiano
può far volar lontano...

Signor giudice qui il tempo scorre piano
ma noi che l'adoriamo
col tempo ci giochiamo...

Lei certamente farà
quello che è giusto per noi
che ci fidiamo e continuiamo a vivere...

Così così
così così
sappiamo poco sappiamo cose
così così
abbiamo tutti le stesse facce
così così

e non confessiamo perché noi siamo
così così
e grazie a Lei in galera ci rimaniamo
così così
per questi vent'anni
così così
sogniamo poco sogniamo sogni
così così
una resa dei conti
così così...
E di questi giudici
così così         
ormai ne abbiamo le palle gonfie
più di così...
più di così..!





data a mod. 13
per impugnazione il 19.4.93 

                                                                                                                           Senza Remissione
                                         
                                                                                                                                  Mario Tuti



L' ORDINANZA

di Rinaldo Merani - magistrato





La confessione è finita, ma la tragicommedia
  della giustizia e del carcere continua ancora con la censura
  - disposizione del 25.5.93 della direzione di Voghera -
che  ha bloccato questo scritto, mentre l'impugnazione stessa
  è stata dichiarata inammissibile dalla suprema corte,
  - sentenza esecutiva n° 12273/93 del 18.10.93 -
  con l'ulteriore condanna al pagamento di una multa di lire
  cinquecentosessantunmilasettecento: nemmeno nella pagina
  è più possibile essere liberi, né le messe in scena
  del carcere possono più essere messe in discussione...
  Pure, se avete ascoltato questa confessione, è segno
  che ancora una volta siamo riusciti a fargliela in barba
  a carcere, censure, giudici, multe ed esecuzioni!



N o t i z i a

 TEATRO / CARCERE  è un gruppo attivo dal 1988 e costituisce l'unica iniziativa autonoma di animazione teatrale nel circuito delle carceri speciali e di punizione.
Una maniera - e una necessità - di provare a riprendere la parola, ascoltare ed ascoltarci e poi raccontare, dopo gli anni di segregazione e d'isolamento.
Raccontare di noi, della galera, della violenza e della pena, ma anche dei nostri sogni e ricordi, delle nostre speranze e delle nostre follie, delle nostre illusioni di libertà.
Da trasformare in spettacoli, canzoni, progetti, video, poster, ballate, radiodrammi, giornali murali, marionette, articoli sulla stampa locale e sulle riviste di teatro, interventi nei convegni...

Un impegno e una prova, questi di TEATRO / / CARCERE, portati avanti riuscendo a stabilire contatti e collaborazioni con le più diverse realtà all'esterno, e a cui non sono mancate all'inizio nemmeno le lodi delle autorità carcerarie e dello stesso direttore generale degli istituti di prevenzione e pena.
Ma avendo voluto denunciare insieme alla condizione umana nel carcere le mistificazioni, anche nel teatro, di una certa pruderie ideologicamente "rieducativa" e i ricatti della cosiddetta "legislazione premiale", e rifiutando tutti i tentativi di snaturare e manipolare il nostro lavoro - di cui pure veniva riconosciuta la validità artistica - ci siamo dovuti confrontare allora con le ritorsioni del ministero e delle direzioni delle carceri, e la latitanza di tutto l'establishment pseudoculturale
e dei soliti garantisti a giornata...

Abbiamo dovuto così affrontare censure, trasferimenti, divieti, denunce, sequestri delle pubblicazioni e del materiale scenico... che ci hanno obbligato a cercare, a inventare nuove possibilità di espressione e di comunicazione nella precarietà del nostro fare teatro e delle stesse condizioni della nostra vita di prigionieri.
Un Laboratorio di sperimentazione teatrale allora, una via di scampo tra l'infamia e il nulla, una scena dove ancora dare voce e forma alle nostre storie, le nostre passioni, le nostre verità... fosse pure con lo sberleffo di  questa confessione.
Una scena irrisolta, ribelle... l'alternativa restando solo il silenzio e la condanna.




Realizzazioni del Laboratorio Teatrale






Voghera, 30 novembre 1989
AMORE SBARRATO
di Mario Tuti,
in collaborazione con il gruppo Alfieri/Mago Povero

Voghera, 9 giugno 1990
IL MARATONETA
creazione collettiva da Alan Sillitoe
( spettacolo invitato al festival AstiTeatro )

Voghera, 26 gennaio 1991
PUNTO DI FUGA
di Mario Tuti
( progetto segnalato al Premio Scenario )

Livorno, 18 giugno 1992
ASSASSINO, SPERANZA DELLE DONNE
di Mario Tuti, da Oskar Kokoschka,
in collaborazione con la Scuola Teatrale Pravda
( la censura ministeriale ne ha impedito la presentazione in video al festival di Santarcangelo )

 

Livorno, novembre 1992
CANTI DI GALERA, DI STRADA E D' OSTERIA
eseguiti alla tastiera da Mario Tuti
per conto del Centro Professione Musica

Cuneo, sezione femminile
IL SORTILEGIO DELLA FARFALLA
partitura per ombre e voce recitante
di Mario Tuti, da García Lorca
( lavoro su invito di Festambiente 93 )

Voghera - Alba, marzo 1994
VOCE SENZA RISPOSTA
radiodramma di Mario Tuti e Margherita Lafiosca,
da Jean Cocteau
( registrazione clandestina di una telefonata
  dalla sezione femminile del carcere )