venerdì 23 settembre 2016

A P R È S - L U D E - visioni dell'oggi dalla Casa di Reclusione di Voghera - di Mario Tuti



Laboratorio Teatrale
del carcere di Voghera

 A P R È S - L U D E

visioni dell'oggi
dalla Casa di Reclusione
 di Voghera





di Mario Tuti

Testo premiato al Concorso
“Racconta la fine del mondo ”
bandito dal giornale Avvenire
e al primo Concorso Nazionale
di Poesia e Prosa
dalle carceri italiane




bozzetto per la scenografia di APRÈS - LUDE






progetto scenico a cura
del Laboratorio Teatrale del carcere di Voghera


A P R È S - L U D E



Tutta la giovinezza è già fuggita,   
E poi, io dico, dove andare, quando   
Del necessario bene del delirio   
Non ci resta più niente dentro di noi?   
   Ai margini di un mondo, alla sua fine   
Dov'è il silenzio e la verità...   

Louis Ferdinand Céline,    
frammenti da: Voyage au bout de la nuit.   


primo rintocco

Un uomo torna.
E' stato molto tempo lontano, quest'uomo.
Molto, molto tempo. Forse troppo.
E ritorna completamente diverso
da quando fu portato via.
Esternamente è parente prossimo di quei pupazzi
che stanno in mezzo ai campi per spaventare gli uccelli
- e qualche volta, di sera, anche gli uomini.
Internamente, sente di assomigliargli anche di più.

Un tempo ha fatto forse grandi sogni, oggi conosce
una disperazione grande come quei sogni,
che si rovescia in una speranza estrema. 
Ha atteso venti anni.
E ha dovuto pagare il prezzo del ritorno
con la sua giovinezza, i suoi sogni e le sue passioni.
E dopo aver atteso tra quei muri per venti anni, finalmente torna a casa.




secondo rintocco

Un uomo torna in libertà.
Qualcuno ha deciso che questi venti anni
di pena e penitenza potevano bastare.
Ha profonde ferite nella memoria. E gli sembra
di stare vivendo un film tanto incredibile che crede
di sognare.
Ma poi vede che ovunque molte persone vivono
lo stesso brutto film,
e allora pensa che deve trattarsi della realtà.
Una realtà da telenovela,
di gente sazia, compiaciuta e cinica, soddisfatta
solo del proprio benessere.

E quando infine si ritrova in mezzo alla strada
con la mente vuota e il cuore gelato,
si accorge che si trattava di un film comune,
dello spettacolo di ogni giorno.
Il film di un uomo che torna in libertà,
ma non c'è nulla a cui tornare...




terzo rintocco

Di uno di quelli che tornano
ma non tornano a casa, perché per loro
non c'è più casa.
La loro casa è fuori, davanti alla porta.
La loro libertà è fuori,
nella notte e nella pioggia, in mezzo alla strada
- una vecchia amica che seguono ovunque vada.
Adolescenti allo sbando e desolati vecchissimi poeti,
veggenti, vagabondi, puttane, sognatori, colpevoli...

Questa è la loro libertà:
senza tetto né legge né rimpianti...
La disperata libertà
di chi scomparve per orgoglio o paura,
di quelli che hanno cercato di dimenticare
fuggendo,
di chi è fuggito bucandosi le vene,
quelli che partirono e non giunsero mai,
quelli che giunsero da lontano e si persero
per un sogno o un amore...
- i combattenti che non hanno avuto fortuna.
Quelli che nessuno aspetta.




quarto rintocco

Porta sulle spalle il peso di venti anni
di lotte, sconfitte, tradimenti, entusiasmi feroci
e disperate speranze.
Ricorda
la nera notte degli agguati e gli amori,
una donna che ha avuto per poco,
lo sguardo di un bimbo di tanti anni fa...
Frammenti di vita riflessi in qualche vetrina,
tra offerte speciali e articoli di lusso,
come immagini balenanti
- di un vecchio film muto.

Come Ulisse disceso all'Averno
ad interrogare le ombre,
e che ora non ritrova, non riconosce più
la sua Itaca.
Forse è solo uno spettro.
Uno di quegli spettri di ieri, che oggi nessuno
vuol più vedere.
Uno spettro del carcere e della solitudine,
rabberciato provvisoriamente
per la libertà.




quinto rintocco

E continua a camminare strisciando contro i muri,
come un'ombra che par trasudare dal muro stesso.
E gli occhi di una donna che fissano pietosi
dal fantasma di un lampione...
Come un'impossibile fuga: senza meta, senza ragione, senza nulla. Per spregio e per sfida a un mondo
che lo ha condannato e ancora lo circonda.
Rivede tutti i vecchi posti, ma è tardi,  non c’è più tempo, non c'è più nessuno. Nessuno più l’aspetta.
Anche la vita è passata di lì, senza fermarsi,
tra copertoni bruciati e il cadavere di un Luna Park.


        Après-Lude in La minore


     E ferme all'angolo di quella strada
     in via dell'Allegria al sette
     tra copertoni a terra bruciati
     e il cadavere di un Luna Park
     divertitevi ragazzine
     ce n'è per tutte, ce n'è per tante
     e fino a quando sarà finita
     anche di ridere sarete stanche...
     A questo punto lui ha aperto gli occhi
     ma dove cazzo sono finito
     non sono mai stato un saltimbanco
     sono un tecnico diplomato...



     Tolta la prima maschera disse
     ridatemi le ali
     voglio tornare alla mia vita
     è un desiderio normale...

     Da quelle parti  poi passò un carretto
     con sopra scritto madonna mia
     è inevitabile si è fermato
     nessuno l'ha mandato via...
     E adesso viaggiano in traduzione
     è chissà dove arriveranno
     sarà di certo una prigione
     o forse l'amnistia tra un anno...
     Tolta la seconda maschera disse
     ridatemi  le ali
     voglio tentare ancora il gioco
     è un desiderio normale...

     E fermo all'angolo di quella strada
     con la distanza nelle parole
     e quella giostra che gira e gira
     e quella donna che ti ama ancora...
     Ci avresti giurato, ci avresti scommesso
     che avremmo riso ancora adesso
     chissà per quanto lo faremo
     e i calci in culo che prenderemo...
     Tolta l'ultima maschera disse
     ridatemi le ali
     questa notte è senza maschera:
     questa notte sono io
     per una volta ancora solo col mio dio...
     Mio dio una ragazza, mio dio una canzone
     mio dio quell' ubriaco
     forse le mie ali, la mia rivoluzione...


E ci sono ombre che si accostano l'una all'altra
nella notte,
ombre che a volte lasciano intravedere stelle.
Parlano le ombre, e le voci sono simili al pulsare
del sangue nelle vene.
Sono totali violenze, e a volte dolcezze,
a dire di quelle vite a perdere...
E’ la bellezza amara di corpi ed anime
minati dal male,
che della peste, della colpa, della pena, dell’orrore
si fanno impudicamente carico, in questi tempi
d’ipocrita salute, calcolo d’interessi
e tranquille certezze meschine.
Sono i re taumaturghi o pazzi dell’oscuro medioevo,
che col tocco della mano guarivano:
ma non se stessi,
paghi solo dell’infelicità dal loro dono.
Sono gli artisti senza opere e senza pubblico,
i maledetti
di ieri, di oggi, di sempre: i folli, gli inascoltati,
i derisi...
Lontana, poi vicina lampeggia una sirena
della polizia.
Sono mute ora le ombre immerse in quella luce.




sesto rintocco

Oggi è fuori. E le porte sono chiuse.
Un mendicante di vita, d’amore, di libertà...
Un essere umano con le gambe stanche e pesanti
col sangue che gela, fuori, a notte fonda,
con lo stomaco stretto dalla fame.
Ma non gli importa:
con un sogghigno pensa che per venti anni
ne ha mangiata fin troppa di sbobba e rabbia
e ancora gli bruciano i segni dei colpi,
i pestaggi dopo le rivolte e negli interrogatori.
Lontano, la sirena della polizia.
Non può dormire, ma dove andare?
C'è forse una via d'uscita... da se stessi?

Un corpo svuotato di ogni forma e identità
si aggira per le strade, si muove zoppicando,
e parla tra sé con buffi gesti da ubriaco, nudo e stracciato come la verità.
La verità è come una famosa prostituta.
Tutti la conoscono,
ma a tutti spiace d'incontrarla per strada.
Va tenuta nascosta: di notte.
Perché di giorno è grigia, rozza, brutta
- la puttana e la verità, voglio dire.




settimo rintocco

E' solo.
Gli altri hanno tutti le stesse facce:
indifferenti, compassionevoli, orribili.
Preti, educatori, politici, giornalisti, bottegai,
e la gente perbene:
l'avvolgono in un turbine,
gli offrono parole, articoli sui giornali, giaculatorie,
slogan pubblicitari, giochi a premio, sondaggi d’opinione, schede elettorali e istruzioni per l'uso.
Basterebbe che tornasse indietro,
accettasse le regole del gioco
e la possibilità di rifarsi una vita...
Ma quale vita?!?

E parlano e parlano senza smettere mai,
e quando chiede loro soltanto un sì,
allora ammutoliscono.
Lui neanche li vede più, maschere
di persone che non esistono.
Nella notte è ancora solo,
solo con il suo dio.




ottavo rintocco

Non ha più compagni e camerati.
Quelli che hanno subito trovato
la porta aperta, la strada giusta
che li ha portati nelle aule universitarie
e negli studi televisivi, nelle sacrestie
e nei ritrovi alla moda,
vicino agli scranni del potere.
E di lì hanno ammonito, ammiccando,
 che l'unica saggezza rimasta era rinnegare,
tradire, fare soldi, il successo!

Nell'oscena soddisfazione
del mondo così com'è,
lo sguardo del prigioniero
è intollerabile
per chi vuol dimenticare
di essere stato anche lui vittima e carcerato,
e vuol farsi perdonare
di aver sognato un mondo diverso,
un mondo generoso e bello.




nono rintocco

Inquieto,
l'agita il ricordo d'altro tempo e misfatto.
E non gli torna il conto.
Perché tutto non è stato invano:
e fu giusto
stare dalla parte dei vinti, degli oppressi, dei condannati
- i perduti.
L'errore semmai fu credere
di poterli salvare,
di potersi ritrovare sognando
di una rivoluzione...

Ma non gli importa più
di ragione o torto.
I giochi sono stati fatti tanti anni fa.
Ormai crede quel che crede. 
Dietro resta l'ultima scelta;
davanti,
il futuro è un destino già stato.




decimo rintocco

Ha nostalgia di sua madre.
Ha fame di pane nero.
Non gli importa la sicurezza e la rispettabilità
di un impiego - no,
questo non è necessario.
Sua madre gli avrebbe sempre fatto trovare
un piatto di minestra, un bicchiere di vino
e le coperte di lana.
Allora, sazio e caldo si sarebbe seduto
in una vecchia poltrona accanto alla stufa
e avrebbe letto Dostoewskij.

E' bello, quando si è sazi e caldi,
leggere della miseria degli altri uomini
e sospirare di vera compassione.
Ma non si regge più in piedi, e gli si chiudono gli occhi.
Scosso dalla tosse, si lascia scivolare sul marciapiede.
Non gli va più di alzarsi:
sta facendo un sogno così bello.




undicesimo rintocco

E rimane disteso davanti alla porta:
e la porta è aperta.
Ma rimane lo stesso.
Perché alzarsi?
Sta facendo un sogno così bello,
un sogno meraviglioso.
Sogna, sogna che il gioco è finito,
che tutto è finito. Cala il sipario
come un vecchio film
- su galera, vita, amori, lotte, fatiche, rimpianti,
godimenti...

E' passato uno spazzino con un occhio solo.
Con una scopa
che raschiava come i suoi polmoni.
E gli ha promesso una porta,
una porta sempre aperta,
attraverso cui si vedono ancora le stelle.
Gli spazzini possono essere generosi coi vagabondi
e i prigionieri.
Generosi come la morte.
E così uno spazzino gli è passato accanto.




ultimo rintocco della mezzanotte

Un tempo, in mezzo alla strada
si trovavano cicche, bucce d'arancio, cartacce, cani randagi e fogli di giornale.
Oggi ci sono gli uomini, uomini dimenticati,
che nessuno vuol vedere
Sono i reprobi, gli eretici, i perseguitati d’ogni dogma, credo, ortodossia - lager di pensiero che si fa ghetto -
e che vanno predicando ancora, inattuali millenaristi,
non di umiltà, ubbidienza, pentimento, perdono;
ma di eccesso, passione, dissennamento, fuoco, distruzione, e rivendicazione.
Una nuova apocalisse, non cristiana né santa, ma spietata
e disperata, che faccia da dantesco contrappasso
agli altrettanto ampi e spietati crimini del potere,
della legge, dell’ordine, del benessere, del successo, dell’oggi...

E allora arriva uno spazzino. Che porta via tutto:
galera, amori, speranze, ricordi, passioni, pene,
e tutti i vecchi film e le loro inutili storie
- storie di vite che nessuno vuol vedere.
Tanto oggi c'è la televisione
coi suoi rassicuranti messaggi pubblicitari
e le rivelazioni imposte dall’audience:
segni e lampi e voci e maschere e sentenze
di un’alienazione che troppo spesso e con troppa facilità
è diventata un elemento del quotidiano spettacolare.
A dissolvere il mondo e la coscienza
con un semplice gioco sul telecomando.

Les jeux sont fait...
Et rien ne va plus! 


Brevi note per una visione

Da tempo nei giornali, in televisione e nelle cronache par­lamen­tari si sente sempre più spesso dire di una “soluzione politica” e una amnistia, e anche qui si è provato allora a immaginare un ri­torno, un futuro...
Ma dopo più di vent'anni di prigionia e d'isolamento in questi car­ceri speciali, il mondo esterno appare ormai come qualcosa d'ir­reale, come le immagini in bianco e nero dei nostri televisori, i lampi confusi intravisti di scorcio da un fi­nestrino durante le tra­duzioni, l'ininterrotto chiacchiericcio multimediale di tanti vecchi compagni di prigionia, dediti ora solo a interviste, libri, giacula­torie e penitenzialismi... A far come da sottofondo al continuo al­ter­narsi e confondersi di garantismo e repressione.
Anche il ritorno allora ha la sua unica realtà nello spetta­colo, nel teatro, in questo monologo in terza persona dove l'autore-perso­naggio affronta e si con­fronta con un mondo ormai divenuto irri­mediabil­mente estraneo - come egli stesso si sente estraneo - e in cerca forse dell'unica catarsi, del­l'unica libera­zione possibile fuori dalla scena.
Più che un preludio di libertà, un Après-lude, ora che i gio­chi sono già stati fatti, e “rien ne va plus”...
Una sorta di Stationendrama, un percorso lungo i cammini della memoria e le speranze del presente: un disperato grido di libertà perché i sogni e le lotte di quegli anni ancora ci parlano... e tutto non è stato invano!

Una scenografia scarna, essenziale, immaginata con il pro­tagoni­sta che procede a lunghi passi stanchi - quasi una ci­tazione o il ri­cordo di un'altra scena, di altri anni e perso­naggi in questo stesso carcere...
Un falso movimento su uno sfondo di muri e case, senza al­cun cielo, dove il cielo sono le stesse case ro­vesciate, come in uno specchio deformante. Un percorso obbligato, o un gi­rotondo, dove ciò che appare come l’immaginario estremo non supera mai i con­fini del reale, moltiplicando i ruoli, i personaggi e le storie. Ecco allora tre tavole in bilico, solle­vate da terra, a significare il di­stacco dalla realtà quotidiana del carcere, la dimensione di non-vita. La vita che incombe e che chiede, e che riemerge nello stretto spazio interno, di un bianco accecante, dove s’imprimono tracce e memorie, e da cui, come da un utero, nascono improvvisazioni, sberleffi, confessioni, propositi, speranze.. Dove il tempo - ieri oggi domani - si sovrap­pone al tempo, nello spazio s'intersecano ricordi, segnali, rivolte, appelli, pas­sioni, penitenze. Solo parole.

La cronaca di un ritorno dopo vent’anni: un passato con cui fare i conti, su cui non si può contare, e un uomo che non riesce più a vedere alcun mondo oltre le sbarre... Con la proiezione di un col­lage d'immagini, qualche poster e delle copertine di riviste, a evo­care insieme il passato e l’attualità, tra riprese televisive del car­cere e di processi, spot pubblici­tari e “vu' cumprà”, e ancora, i re­duci di altre battaglie e altre prigionie: segni e maschere e mo­menti di una alienazione che troppo spesso e con troppa facilità è diventata elemento del quotidiano spettacolare.
A dire il disagio e il  malessere di tanta gente, di quelli che la fa­talità delle cose e dei tempi mantiene ai margini di una società che rinfaccia ogni dono...
E sono loro quelli dove il protagonista cerca ancora un ri­fugio e una parola, e la possibilità forse di ri­fare pace col mondo - tra le canzoni di un ubriaco e l'amore delle belle di notte.

Nel loro lungo percorso obbligato, in questo continuo girare in­torno a se stessi, gli attori-detenuti nem­meno più si parlano: reci­tano ognuno lo stesso monologo, che con quello degli altri s’alterna e si confonde in echi, riflessi, dissonanze...
Una tensione e un’ossessione spezzata da un attore - il fool sce­spiriano - che muovendo dalle fila del pubblico, svegliato in que­sto suo anelito di normalità dalle visioni in scena, cerca con di­spe­razione di riportare alla vita i protagonisti prigionieri del loro torpore: con lo scopo più profondo, forse, di salvare se stesso, egli rappresenta la coscienza collettiva.
Mentre i personaggi in scena, così sollecitati, trovano un barlume di coscienza e a turno scendono dalle tavole spo­gliandosi dei ruoli imposti: come se improvvisamente si de­stassero da un lungo sonno e riprendessero da dove lo la­sciarono il filo della vita. 
Con un paio di ballate, delle strofe solo accennate, e le struggenti note di un sassofono che qualcuno suona muo­vendosi in contro­luce sulla scena, a dare voce alle cose mute, al tempo che è pas­sato, a quel­l'anelito ancora di vita, d'amore, di libertà...


Un progetto che è forse una follia o una sfida, per realiz­zarlo in queste sezioni di massima sorveglianza. Ma anche una verità sul nostro fare teatro - e il doversi fare questa galera...
Un’occasione preziosa per provare a supe­rare i limiti del carcere e della scena, e i nostri stessi limiti, tentando nuovi e diversi mezzi espressivi. E il ritrovare gli amici con cui quasi dieci anni fa co­minciammo insieme l’avventura del teatro in car­cere; l’invenzione e la scelta di soluzioni sceniche origi­nali nella scarsità dei mezzi, del tempo e delle attrezzature; la scoperta di nuove, e a volte im­pensate capacità...

Un progetto non più teatrale, o solo teatrale, ma di un video - un videoclip - per mostrare e ripercorrere col protagonista questi ul­timi vent'anni, con le loro follie e i loro sogni, le utopie, le pas­sioni e gli errori. E la lunga “Saison en Enfer” di questi stessi luoghi dell'esilio, rinchiusi nel silenzio e nella condanna: ma dove pure si cerca di comunicare un senso - con la voce, un gesto, un disegno, una musica, un proiet­tore, una videocamera - anche se non si può più, o non si può an­cora, cambiare nulla...
Andando così oltre le cronache, i ruoli, le rappresen­tazioni, gli scenari, le sentenze: alla ricerca di una verità nuova e di­versa, l'unica verità ancora possi­bile in un mondo di aliena­zione e misti­ficazione.
E nessun altro mezzo che il video potrebbe raccon­tare fuori dal carcere - e portare forse fuori dal car­cere - questi venti intermi­nabili anni in un quarto d'ora. Un video realizzato per l'incontro milanese del 21-23 marzo 1996 su: " La Cul­tura del Teatro in Carcere - per un Festival e un'Associa­zione europea " e che ora è diventato un spettacolo dal vivo.
Prima ancora che una via di fuga dal carcere, nel teatro, una sorta di doppia vita, spesso ben più reale di questo in­capacitante oblio tra vecchi muri, vecchi regolamenti, vec­chie condanne...
Sono visioni dell'oggi dalla Casa di Reclusione di Voghera: fram­menti di pensiero, di voci, di gesti, d'immagini, che tut­tavia comin­ciano insieme ad avere un senso. Il senso di un teatro dove i sottili confini tra memoria e realtà, carcere e mondo, di­ven­tano visibili, e vengono sistematicamente messi a nudo per essere varcati... tal­volta infranti da un evento estremo: la scena!

Voghera, maggio ‘96                                      il Laboratorio Teatrale
                                                                               del carcere