lunedì 22 agosto 2016

I veri ribelli siamo noi! – 2^ Parte – del Prof. Roberto Mancini

Giuseppe Solaro

Questo discorso mi è servito per introdurre la figura di Giuseppe Solaro, il più giovane federale della RSI. Parlare di quest’uomo significa semplicemente fare riferimento ad un lavoratore che ha sempre avuto molto a cuore la vita e le condizioni economiche degli operai.

Da molti anni ormai scrivo e parlo quasi esclusivamente del fascismo sociale. Ma perché vi potreste chiedere mi sono intestardito su questo argomento? Il motivo è piuttosto semplice; si tratta di rivendicare con orgoglio le nostre origini, il nostro passato. Dobbiamo cercare di raccontare ai giovani la storia, solo eliminando la damnatio memoriae che abbiamo subito in questi 70 anni potremo migliorare il nostro presente e forse dare un futuro migliore ai nostri figli. A mio avviso invece in qualche maniera molti di noi si sono vergognati di essere quelli che erano. Hanno storicizzato il fascismo, archiviandolo e ritenendolo un avvenimento ormai passato ed irripetibile. Questo dal mio punto di vista è stato invece un gravissimo errore, perché era proprio da lì che saremmo dovuti ripartire, da quelle basi sociali, di un totalitarismo che per la prima volta nella storia voleva davvero riscattare la figura del lavoratore. Al contrario invece abbiamo accettato più o meno inconsapevolmente questa democrazia nata dall’antifascismo che con il suo selvaggio liberismo economico ha ridato fiato al capitalismo internazionale, di un mondo globalizzato senza nessuna dignità. Le nostre proposte hanno fatto paura ai cosiddetti liberatori, ne è una prova tangibile che il primo provvedimento dei CLNAI fu quello di abolire subito la socializzazione e gli operai tornarono ad essere schiavi. Per questo lo Stato Sociale è stato smontato pezzo per pezzo e i nostri figli e i nostri nipoti dovranno accontentarsi, se gli andrà bene, di un lavoro precario per tutta la loro esistenza. La pensione sarà un miraggio quasi irraggiungibile per loro.

Raccontare il nostro passato per cercare di far capire ai ragazzi di oggi cosa rappresentava davvero quell’immane lotta del sangue contro l’oro. Mi rendo perfettamente conto che l’impresa è davvero molto difficile, ho insegnato storia e filosofia per 35 anni nei licei classici e conosco molto bene la mentalità di questi giovani, condizionati da una realtà effimera che non gli lascerà dentro niente quando inizieranno gli anni della maturità. Il compito è sicuramente difficile, ma bisogna tentare ugualmente, nella speranza di poter trasmettere il testimone di quell’eterna giovinezza che ha sempre contraddistinto il nostro pensiero. Giovinezza nello spirito, come per esempio quello di portare davvero la Patria al popolo come diceva Filippo Corridoni o quello dello stesso Benito Mussolini che affermava che la classe non avrebbe mai potuto uccidere la nazione.

Giorni fa rivedevo un vecchio film: Tiro al piccione, tratto dal romanzo di Giosè Rimanelli, un film che molti di noi consigliavano di vedere perché per la prima volta il protagonista della pellicola era un giovane ragazzo che si era arruolato tra le fila della Guardia Nazionale Repubblicana della RSI. Ebbene la scena finale di questo film è una condanna indelebile per tutti noi. Il giovane soldato che si è fatto uomo capisce che ormai la Patria sta dall’altra parte, quella dei partigiani e degli alleati. La mia riflessione, arrivati a questo punto scatta immediata, se non riusciremo a far capire che la Patria stava tra quei giovani ragazzi che ancora con orgoglio indossavano la divisa grigio-verde non potremo avere un futuro. Ecco l’importanza della storia. I ragazzi, oggi la rifiutano in blocco, sono annoiati se parliamo loro di certi argomenti, non hanno più i nonni o i padri di Caporetto o di El Alamein, vivono in un mondo vuoto privo di valori. A questo proposito sembra avverarsi la tremenda predizione di Nietzsche che parlava di un’epoca totalmente tecnicizzata e totalmente priva di idee.

Louis-Ferdinand Céline 

Celine diceva: “Quale mondo separa quindi le cose viste, le verità esterne, dalle cose pagate nella carne! Le verità che sappiamo sono decisamente niente, contano solo le verità pagate con il proprio sangue.”

Solaro, rappresenta proprio quella gioventù alla quale alludevo prima. Una gioventù che voleva assolutamente rimanere fedele a quel fascismo movimento, autenticamente rivoluzionario, che aveva capito tutti i limiti di quel capitalismo, sempre e soltanto disposto ad allearsi con i vincitori. Un fascismo, quasi sconosciuto agli stessi fascisti, completamente diverso dagli stereotipi della propaganda resistenziale. Un fascismo, vero e autentico che da tanti anni mi sono riproposto di far conoscere, proprio per cambiare quel passato di cui parlavo prima. Un fascismo, formato da giovani, operai, studenti, rappresentanti sindacali, giovani intellettuali che lottava strenuamente contro quella finta democrazia dei cosiddetti liberatori che riporterà l’operaio ad essere schiavo come dicevo prima. Ora guardandoci intorno possiamo facilmente constatare la società di oggi dove sono stati perduti diritti fondamentali da parte dei lavoratori. Solaro, è una figura centrale di quel fascismo puro, nei suoi discorsi agli operai invitava continuamente i lavoratori italiani a non farsi intrappolare dalla propaganda bellica borghese, a non servire in un tragico errore il padrone sbagliato.

Giovanni Gentile 

Gentile, si muoveva sulla stessa frequenza d’onda del giovane federale torinese contro quella borghesia che alleata degli anglo-americani si accingeva a ripristinare un capitalismo imperante. Quello che colpisce di Solaro è il suo isolamento in una Torino che non lo capisce. Famosa fu a questo proposito la sua polemica con Pettinato, direttore della Stampa. Quest’ultimo nel suo articolo più famoso: “se ci sei batti un colpo” sentiva la necessità di un incontro fra italiani e partigiani contro tutti gli stranieri, tedeschi compresi, di uno cioè che in luogo di un lugubre arroccamento nella intransigenza proponeva un incontro per preparare il dopo. Profondamente diversa sarà invece la posizione di Solaro, per il federale infatti con la fine del fascismo finiva tutto e non aveva più senso pensare al dopo, anzi in qualche maniera per lui pensare al dopo significava tradire, dopo tante battaglie era venuto il momento di fare i conti con la morte, necessaria per rimanere davvero sé stessi. Una morte che avrebbe dovuto essere tramandata ai posteri.

Roberto Mancini