sabato 8 dicembre 2018

PENSIERO DELLA NOTTE


RUBRICA : ROCK PER NON DIMENTICARE


La farsa criminale delle madri surrogate «altruiste» in Canada



In Canada anche coppie gay e single possono avere figli con l’utero in affitto per 75 mila dollari. Il business è aumentato del 400 per cento e prospera grazie alle donne che «producono bambini per amore»

C’è tutto: il video con il parto e uno dei due “padri” presenti in sala che si denuda pronto a portarsi la bambina al petto. C’è l’inquadratura che si stringe su di lui, mentre si appoggia sulla pelle la creatura appena venuta al mondo, il compagno che lo bacia sulla fronte come fosse stato lui a partorirla. C’è la partoriente entusiasta che ride a favore di telecamera: «Ho appena creato una famiglia, la famiglia di qualcun altro!». In altre parole c’è da mettersi le mani nei capelli guardando il video della Bbc a corollario di un mega spottone alla pratica della maternità surrogata “altruistica” in Canada.

LA DOMANDA CRESCE DEL 400 PER CENTO

Protagonista della vicenda è Marissa Muzzell, 32 anni, 16 ore di duro lavoro per partorire una bambina, nove mesi di nausea mattutina, due ricoveri, lunghe settimane di iniezioni di ormoni e quattro trasferimenti di embrioni falliti alle spalle. E «ha fatto tutto questo per un bambino che non è suo» spiega la giornalista, così come fanno centinaia di donne in Canada che si propongono per dare volontariamente alla luce bambini «che poi torneranno a casa con qualcun altro». Qualcuno come Jesùs e Julio, una coppia gay di Madrid che stando a questo capolavoro di disinformazione della Bbc avrebbero trovato in Canada il paradiso disinteressato dell’amore. Qui la domanda di utero in affitto (chiamiamolo col suo nome perché un corrispettivo esiste) è cresciuta del 400 per cento; qui grazie a una legislazione a differenza di altri paesi aperta alle richieste di coppie gay e single, ottenere la genitorialità legale di un bambino “surrogato” è più facile che altrove.
«Molte surrogate negli Stati Uniti ricevono migliaia di dollari solo per rimanere incinte, qui in Canada non lo facciamo», dice Marissa, «non siamo macchine per bambini». Non sono macchine ma devono produrre ricevute per ogni spesa sostenuta e rimborsata dai committenti, vitamine prenatali, vestiti premaman, cibo, spostamenti per appuntamenti medici, stipendi persi per ogni giornata di lavoro saltata per motivi di salute. «Non nasce come un lavoro, ma dalla gentilezza del cuore», è il mantra delle surrogate altruiste.

ALTRUISMO DA 75 MILA DOLLARI

Una gentilezza che, scontrini alla mano, rende l’utero altruistico l’anello centrale di un business a tre zeri: se la madre surrogata riceve “solo” dei rimborsi, l’intera pratica tra agenzie, medici, avvocati, cliniche per la fertilità può costare ai committenti oltre 75 mila dollari. Secondo Katy Fulfer, dell’Università di Waterloo, esperta di surrogata, «se la maternità non è pagata non significa che non vi sia sfruttamento. Anzi, il fatto che le donne non vengano pagate è un problema: questa pratica rende la fertilità una industria for profit, tutti vengono pagati tranne loro». Ma alle surrogate non importa, basta metterci il cuore.
Anzi, il modello è fin troppo regolamentato, lamentano le donne: alcuni anni fa Leia Swanberg, fondatrice della Canadian Fertility Consultancy, una delle più grandi agenzie di maternità surrogata del paese, che aiuta le future mamme a selezionare e trovare l’abbinamento giusto con i genitori committenti, è stata multata per non aver conservato tutti i giustificativi. «Anche l’invio di fiori a una surrogata potrebbe esporre i committenti alla responsabilità penale» (una violazione comporta multe fino a 500 mila dollari o una condanna fino a 10 anni di prigione), spiega «Sarebbe bello avere regolamenti più flessibili e non dover raccogliere tutte le ricevute, ma non è un grosso problema: non lo facciamo per soldi», va ripetendo Janet Harbick, 33 anni, incinta di una bambina.

«AMO PRODURRE FIGLI»

Janet ha partorito il suo primo bambino surrogato l’anno scorso per una coppia francese, quattro mesi dopo era di nuovo incinta. «Ho già pensato di fare altri due bambini, uno per ogni coppia a cui ho dato un figlio, per dare a questi fratelli e sorelle». Janet spiega che i committenti diventano amici, quasi degli zii per i suoi figli naturali (per offrirsi come surrogata la legge prevede infatti che la donna abbia già dei bambini suoi), «oggi mi sono fatta chiudere le tube, ma amo la sensazione di essere in grado di produrre un figlio per qualcuno che non potrebbe averlo in nessun altro modo».
Questa “sensazione” non è mai a costo zero: Janet mostra orgogliosa alla Bbc decine e decine di siringhe servite per iniettarsi ormoni per oltre tre mesi di gravidanza. Sottoporsi a più cicli di fecondazione in vitro, veder fallire i trasferimenti di embrione, avere aborti spontanei sono tuttavia eventi piuttosto «comuni». Può accadere anche, come nel caso di Marissa, che il compagno non sopporti la situazione o gli sguardi dei vicini sul quel pancione in cui sta crescendo il bambino di qualcun altro. Ma per Marissa tutto ciò è motivo di orgoglio, loda la possibilità di creare «genitori nuovi di zecca», «portare la luce nel mondo», pensare alla maternità surrogata «come a una estrema forma di babysitteraggio: alla fine il bambino torna a casa con i genitori, non c’è molto di più».
Non c’è molto di più di una bambina schizzata fuori dal suo corpo, che vede chiudersi attorno a lei le braccia di due facoltosi adulti gay che si coccolano commossi: «A questa creatura diremo che è venuta al mondo con l’aiuto di una donna forte, con un cuore grande». Così grande da garantire un giro di affari fino a 75 mila dollari per ogni creatura commissionata.


Fonte tempi

Decapitati, fatti a pezzi col machete, bruciati vivi. Haiti sull’orlo della guerra civile




«Si parla di 90 morti, 56 feriti gravi, 9 donne stuprate e decine di case e baracche incendiate o distrutte. Aiutateci a portare via i bambini via da questo inferno». L’appello di suor Marcella Catozza, missionaria a Port-au-Prince

Il 13 novembre, poco prima delle 16 e per più di un’ora, si sono sentiti colpi di armi automatiche a La Saline, quartiere di Port-au-Prince, capitale di Haiti. Molti abitanti sono fuggiti dalle loro case. La sera, i membri della banda Base Nan Chabon, con l’aiuto di altre, si sono introdotti in almeno 150 case, hanno portato fuori uomini e donne, e li hanno giustiziati in strada. Alcuni sono stati decapitati, altri fatti a pezzi con i machete e altri ancora fucilati. Molti cadaveri sono stati bruciati. Alcune gang sono arrivate guidando mezzi del trasporto pubblico. Il 13 novembre sono morte in tutto 73 persone, tra cui 16 donne e 6 minori, compresi due bambini di tre anni, 7 donne sono state violentate. Almeno 
150 case sono state razziate o crivellate di colpi o incendiate.

Questo non lo trovate scritto negli articoli dei pochi giornali che nei giorni scorsi hanno dato notizia delle manifestazioni di protesta contro l’attuale presidente della Repubblica, Jovenel Moise, quando in migliaia ne hanno chiesto le dimissioni marciando, il 23 novembre, verso il Palazzo nazionale. La motivazione ufficiale sarebbe l’accusa al presidente di non aver aperto un’indagine sulle accuse di corruzione, rivolte all’amministrazione precedente, in merito al Petrocaribe, l’alleanza con il Venezuela per l’acquisto di petrolio a condizioni di pagamento favorevoli: 3,8 i miliardi di dollari ricevuti da Haiti nell’ambito del programma Petrocaribe a cui hanno aderito molti altri Stati caraibici. Ma la motivazione non spiega tutto.

Non spiega un paese sull’orlo della guerra civile, ostaggio della connivenza tra Stato e banditismo. Non spiega quello che trovate scritto nel rapporto del Réseau national de Défense des Droits Humains (Rnddh), che ha condotto un’inchiesta dal 18 al 28 novembre sugli scontri avvenuti a La Saline, dove si trova lo storico mercato pubblico della Croix-des-Bossales. I capi delle bande armate fanno parte di organizzazioni con base a La Saline, che lavorano insieme alle autorità haitiane per distribuire kit alimentari, sanitari e scolastici ai più bisognosi. Le bande armate sono ben conosciute dalle autorità dello Stato e del governo, che forniscono loro aiuti per assicurarsi la loro fedeltà. Da diversi anni, spiega il rapporto, le bande armate di La Saline si combattono senza pietà per il controllo del mercato, taglieggiando i mercanti. Centinaia di persone sono già morte in questa lotta armata, sfruttata ultimamente da uomini politici. La popolazione de La Saline convive con questa violenza e riconosce l’autorità dei capi delle bande armate e dei loro soldati. I mercanti sono costretti a versare somme di denaro ai capi delle bande. L’1 novembre 2018, mentre alcuni membri di una banda armata festeggiavano Ognissanti, sono stati attaccati da un’altra banda. Sono morte cinque persone. E il 13 novembre, ricordiamolo ancora, 73, tra cui due bambini di tre anni.

Suor Marcella Catozza, missionaria francescana, vive nell’immensa baraccopoli di Waf Jeremie alla periferia di Port-au-Prince dal 2005. Una vita spesa per i bambini in Albania, Kosovo, Brasile, è in questo quartiere abitato da 70 mila persone dove sorge la missione Vilaj Italien che la battagliera suor Marcella ha dato vita all’ambulatorio pediatrico San Franswa (diventato poi una vera e propria clinica la cui attività, racconta la religiosa a tempi.it, è stata bruscamente interrotta alla fine dell’estate per mancanza di fondi), ad un orfanotrofio che oggi accoglie 144 ospiti e una scuola materna che si prende cura di 450 bambini. È stata la prima a denunciare con una lettera aperta il caos scoppiato nel paese. «Nessuno ne parla, anzi addirittura c’è chi nega tutto, come l’ambasciatore americano, il quale dice che non sta succedendo nulla di grave. Obbedisce a degli ordini: se l’America ammettesse che siamo sull’orlo della guerra civile dovrebbe intervenire militarmente e automaticamente dovrebbe dare rifugio politico a un milione di haitiani che lo chiederebbe. Quindi l’ordine per tutti è non parlarne».

Suor Marcella, ci aiuta a fare un punto su che cosa è capitato nei giorni scorsi?
Nelle ultime settimane abbiamo vissuto momenti di forte tensione, il partito dell’opposizione ha chiamato il popolo a scendere in strada per chiedere le dimissioni immediate del presidente. La rivolta ha toccato diverse città del paese, paralizzandolo completamente: scuole chiuse, banche chiuse, strade vuote. Erano state innalzate delle barricate fatte di copertoni infuocati che non permettevano il passaggio né di macchine né di moto. Ma il problema serio per noi è stato che le bande armate della zona hanno approfittato del caos per iniziare una guerra per il controllo del mercato nazionale. Gli scontri a fuoco sono durati ore, giorno e notte, nessuno poteva uscire dalle case, ma la violenza entrava dovunque. Si parla di 90 morti, 56 feriti gravi, 9 donne stuprate e decine di case e baracche incendiate o distrutte. Io stessa ho curato un giovane a cui era stata aperta la faccia in due con un colpo di machete, 38 punti per tentare di ricostruirlo.

Lei ha denunciato la situazione parlando di Haiti sull’orlo della guerra civile. Che idea si è fatta di cosa sta succedendo? 
Penso che ci sia qualcosa di grosso sotto, e non credo che i banditi abbiano solo approfittato della situazione del paese. Forse sono delle pedine, mosse a dovere secondo gli scopi precisi di qualcun altro, parte di un piano preciso che punta alla destabilizzazione totale del paese.

Le scuole, i supermercati, le banche ora hanno riaperto? Ci racconta qualche aneddoto relativo ai disagi vissuti da tutti voi, nel vostro quartiere? 
Sì, è tutto riaperto. Gli aneddoti in genere sono avvenimenti simpatici, qui invece sono accadute cose tragiche: qui all’orfanotrofio siamo rimasti con 144 bambini senza una goccia d’acqua, potabile o meno. E nessuno poteva intervenire perché ci trovavamo al di là della linea di fuoco: oltrepassarla era impossibile. Persino l’ unità di crisi italiana, avvertita dagli amici, dopo avermi messo in contatto con l’ambasciata di Panama e con il console ad Haiti, non ha più potuto fare niente. Esaurite le scorte, siamo rimasti senz’acqua per 48 ore ed è stato incredibile scoprire come i nostri bambini abbiano vissuto questa circostanza con serenità e tranquillità. Non c’era da bere, potevamo solo aspettare.

Cosa avete raccontato di quanto stava accadendo ai bimbi dell’orfanotrofio? E le attività della clinica sono proseguite? 
Non abbiamo dovuto raccontare nulla. I bambini non sono stupidi, sono bambini, quindi le cose le capiscono e sapevano benissimo cosa stava accadendo, per lo meno i più grandi. Ma il clima nella casa di accoglienza Kay Pe’ Giuss non è cambiato. Si è andati avanti, come ogni giorno, anche grazie allo staff che ha dovuto affrontare fatiche non da poco: chi era lì al momento dello scoppio delle violenze ci è rimasto per una settimana prima di poter ricevere il cambio. La clinica è chiusa dal 31 di agosto per mancanza di fondi. Chi la finanziava ha dovuto interrompere il finanziamento.

Ha avuto modo di parlare con qualcuno dei manifestanti, conosce qualche ragazzo o famiglia coinvolta negli scontri? 
Io vivo in mezzo a questa gente da 14 anni, li conosco e parlo con loro tutti i giorni, ma quello che mi dicono resta qui. Io denuncio solo la miseria di un paese che non trova la strada per ricominciare.

Le soluzioni del governo sembrano palliativi, qual è la situazione vera di Haiti dal punto di vista del lavoro, della povertà e della criminalità?
Basterebbe che la volontà politica mondiale incominciasse davvero a far avanzare i paesi del quarto mondo. Ma nessuno lo vuole, troppi interessi economici, politici, sociali. Inutile pensare strategie o interventi parziali. Qui il fenomeno del banditismo è mantenuto dallo Stato allo scopo di garantirsi una forma di controllo sulle popolazioni ignoranti delle baraccopoli. E abbiamo avuto l’Onu in missione di pace per più di dieci anni.

Cosa si può fare per aiutarvi? 
Fondamentalmente pregare, perché pregare è l’unica posizione vera del cuore: chiedere che Dio intervenga nella storia. Ma potreste aiutarci anche a ottenere dal governo italiano i visti per 35 bambini perché vengano in Italia a studiare. Abbiamo un progetto, ad Assisi, con una casa nata proprio per loro. La scorsa estate sono venuta in Italia con 25 di questi bambini a vivere un campo estivo di tre mesi, un’esperienza grandissima per tutti, grandi e piccini. Ora vorremmo portarli via da questo paese che non dà loro un futuro – sono già stata invitata a ritirarli dalla scuola, perché bambini provenienti da orfanotrofio di un quartiere violento –, condannandoli al nulla e quindi alla strada e alla sua violenza. Potreste aiutarci in questa campagna aprendo una raccolta di firme da presentare al governo, scrivendo articoli che sensibilizzino a questo, come la fantasia vi suggerirà. È l’ unico aiuto di cui abbiamo necessità adesso.

Foto Ansa
Fonte tempi

Clandestini, indagata la nave-taxi di Medici senza frontiere




Ci scaricavano rifiuti infetti. Ventiquattro gli indagati. Salvini: "Ho fatto bene a fermarla". Ma l'Ong protesta: "Ci criminalizzate""


Rifiuti pericolosi a rischio infettivo, sanitari e non, scaricati in maniera indifferenziata nei porti italiani come se fossero rifiuti urbani: è l'accusa nei confronti della Ong Medici Senza Frontiere e di due agenti marittimi che ha fatto scattare il sequestro preventivo dell'Aquarius (attualmente nel porto di Marsiglia) e di 460mila euro. L'indagine di Guardia di Finanza e Polizia, coordinata dalla Procura di Catania, avrebbe accertato uno smaltimento illecito in 44 occasioni per un totale di 24 mila kg di rifiuti.

"Ho fatto bene a bloccare le navi delle ONG, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti. #portichiusi". Lo dice il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Msf "condanna con forza la decisione delle autorità giudiziarie italiane di sequestrare la nave Aquarius", replicano i diretti interessati. Una misura che Msf definisce "sproporzionata e strumentale, tesa a criminalizzare per l'ennesima volta l'azione medico-umanitaria in mare".

L'accusa nei confronti di Msf riguarda sia la Aquarius, per il periodo da gennaio 2017 a maggio 2018, sia la Vos Prudence, la nave utilizzata dalla Ong tra marzo 2017 a luglio 2017. Per questo nel registro degli indagati sono finiti, oltre ad alcuni membri dell'organizzazione, anche il Centro operativo di Amsterdam che gestiva l'Aquarius e il Centro operativo di Bruxelles, che invece ha gestito e finanziato le missioni di soccorso della Vos Prudence. Sono complessivamente 24 gli indagati. Secondo l'accusa i soggetti coinvolti, a vario titolo, avrebbero "sistematicamente condiviso, pianificato ed eseguito un progetto di illegale smaltimento di un ingente quantitativo di rifiuti pericolosi a rischio infettivo, sanitari e non" in 11 porti: Trapani, Pozzallo, Augusta, Catania e Messina in Sicilia, Vibo Valentia, Reggio Calabria e Corigliano Calabro in Calabria, Napoli e Salerno in Campania, Brindisi in Puglia. Tra i rifiuti scaricati la procura indica "gli indumenti contaminati indossati dagli extracomunitari", gli scarti alimentari e i rifiuti sanitari infettivi.

Tra gennaio 2017 e maggio 2018 dalle navi Vos Prudence e Aquarius "non è stata mai dichiarata la presenza di rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo" anche in presenza di "numerosi e documentati casi di malattie registrate dai vari Uffici di Sanità Marittima siciliani e del Sud-Italia intervenuti al momento dell'arrivo dei migranti nei porti italiani" duranti i quali sono stati "rilevati 5.088 casi sanitari a rischio infettivo (scabbia, meningite, tubercolosi, Aids e sifilide) su 21.326 migranti sbarcati", scrive la Procura di Catanianell'inchiesta 'Bordless' su indagini della guardia di finanza.

Fonte : Il POPOULISTA