martedì 5 febbraio 2019

PENSIERO DELLA NOTTE


RUBRICA : ROCK PER NON DIMENTICARE


IL POPOLO DELLE MAGLIETTE ROSSE O GLI INVOLONTARI COMPLICI DELLA TRATTA DI MINORI



Si chiama Saphira (nome d’invenzione), ora ha 17 anni; un anno fa, quando ne aveva 16, è stata liberata dalla schiavitù dalla polizia reggiana. La notizia risale a 3 giorni fa: Saphira è nigeriana, e quando aveva 15 anni è stata venduta a sua insaputa dalla sua famiglia ad un’organizzazione locale che gestisce il traffico di prostitute provenienti dalla Nigeria, capillarmente radicata in Italia da una ventina d’anni. Saphira è arrivata un anno fa in Italia via mare, attraverso il deserto libico, e poi, come finta profuga, fatta imbarcare su un gommone dagli scafisti, “salvata” da una nave ONG e infine sbarcata in Sicilia, dove si è dichiarata maggiorenne. Dopo aver fatto domanda d’asilo Saphira è stata smistata in un centro di accoglienza di Catanzaro, da dove è fuggita qualche giorno dopo per raggiungere Reggio Emilia, dove una coppia incensurata di connazionali le aveva fatto una proposta di lavoro. Non poteva sapere che nella città del Tricolore sarebbe stata ridotta in schiavitù per essere costretta a prostituirsi in strada. La coppia che ha fatto finta di accoglierla era infatti uno degli anelli locali della rete criminale che gestisce il traffico di prostitute, soprattutto minorenni perché più appetibili sul mercato del sesso, e da loro la ragazza ha subito ogni tipo di violenza fisica e psicologica, prima di essere liberata dagli agenti della Polizia di Stato. Ora Saphira è al sicuro e può provare a costruirsi una nuova vita. La testimonianza di Saphira, e di altre ragazze che in Italia negli ultimi anni sono state strappate alla mafia nigeriana, è preziosa, in quanto documenta l’esistenza di un traffico ben organizzato e capillare che gestisce dall’Africala tratta di ragazzine, con la collusione degli scafisti libici e, forse inconsapevolmente forse no – dovrebbe essere la Magistratura ad accertarne la responsabilità – delle ONG, che con il loro supporto logistico nel Mediterraneo di fatto agevolano la tratta di esseri umani. Il costo del viaggio Nigeria-Italia si aggira intorno ai 40 mila euro: oltre ai trafficanti locali, ci sono da pagare diversi intermediari che seguono tappa dopo tappa il viaggio delle ragazze, incluse le famigerate maman, che hanno il compito di adescarle nei villaggi di origine e di avviarle alla prostituzione nel paese di destinazione. Secondo la testimonianza di Saphira dalla Nigeria arrivano centinaia di ragazze, spesso minorenni, letteralmente comprate dalla mafia nigeriana che gestisce il traffico di prostitute, i cosiddetti drivers, da destinare, una volta sbarcate in Italia e ottenuto lo status di rifugiato, a battere per strada, sotto minaccia di essere uccise, se solo osano ribellarsi. La ragazza ha raccontato alla Polizia che nel viaggio che dalla Nigeria l’ha portata in Sicilia, viaggio pianificato nei minimi particolari dai trafficanti, con lei sono sbarcate altre ragazzine, ignare del futuro che le attendeva.
Secondo i dati dell’UNICEF nel 2017 “circa 15.000 minorenni non accompagnati hanno raggiunto l’Italia via mare lungo la rotta del Mediterraneo Centrale che parte dalla Libia. Quasi tutti questi viaggi sono stati gestiti da responsabili di tratta e traffico di esseri umani.  Oltre 400 di questi bambini sono morti durante la traversata, mentre innumerevoli altri sono stati vittime di abusi, sfruttamento, riduzione in schiavitù e detenzione”. Una manna dal cielo per reti pedofile, trafficanti di organi e di prostitute. L’Europa tace. La sinistra, dal canto suo, indossa le magliette rosse, le stesse che le madri migranti fanno indossare ai loro figli durante l’attraversata del Mediterraneo per essere riconosciuti dai soccorritori.
Secondo l’OIM, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, circa l’80% delle migranti minorenni sbarcate in Europa è probabile vittima di finire nella rete dello sfruttamento sessuale, in Italia e in altri paesi europei. Nel 2016, anno a cui si riferisce il rapporto, le minori non accompagnate provenienti dalla Nigeria sono passate da 900 del 2015 a 3040. Miracoli della filantropia delle ONG. E Save the children denuncia un dato allarmante del fenomeno della tratta: il progressivo abbassamento dell’età delle minori nigeriane da destinare allo sfruttamento sessuale: “Si tratta prevalentemente di ragazze tra i 15 e i 17 anni, con una quota crescente di bambine tra i 13 e i 14 anni”. Un dato, questo, che sembra coerente con la tendenza delle società occidentali, “avanzate” e “progredite”, ad anticipare le esperienze sessuali nella prima adolescenza, se non nell’età prepuberale.
Cosa sappiamo di questo esodo africano? Conosciamo le motivazioni che spingono i cosiddetti migranti ad abbandonare i loro villaggi? Nella maggior parte dei casi no. Chi ci garantisce che ragazzi e ragazze non accompagnati siano maggiorenni? Nessuno. Chi ci garantisce che i bambini migranti accompagnati da almeno uno dei genitori siano effettivamente figli di quest’ultimo? Nessuno.
Secondo i dati rilasciati nel 2018 da Europol, la polizia europea, in Europa ogni anno scompaiono circa 10 mila minori migranti non accompagnati. La maggior parte di loro sparisce poche ore dopo lo sbarco. Fenomeno, questo, che riguarda soprattutto l’Italia, paese dove si registra il più alto numero di sbarchi. Risucchiati letteralmente nel nulla, questa è la fine dei bambini provenienti in gran parte dall’Africa. C’è il legittimo sospetto, se non una vera e propria certezza, che la maggior parte di loro venga smistata per la prostituzione minorile, la pedopornografia, il traffico d’organi, il lavoro minorile e le adozioni clandestine. Un vero e proprio business sulla pelle di migliaia di innocenti, dei quali molti francescani di sinistra si dicono difensori. Un orrore sottaciuto da moltissime organizzazioni no profit, associazioni, istituzioni che si occupano di accoglienza e di integrazione. Perché questo silenzio? Perché l’Europa sta a guardare permettendo lo scempio della vita umana? Perché le ONG, nonostante le evidenze, continuano a traghettare verso l’Italia quella che per gli scafisti è solo merce umana? Possibile che costoro non si facciano un esame di coscienza, che non vedano la doppiezza della loro attività, che da una parte ha lo scopo di salvare più vite umane possibili, e dall’altra consegna quelle vite a criminali ed assassini?
Il traffico di esseri umani va bloccato in partenza. Spesso le minorenni subiscono abusi sessuali e violenze già durante il tragitto verso la Libia. Una volta arrivate in Libia le violenze possono continuare, impunemente reiterate dagli scafisti o dalla polizia locale. Ma lo sbarco in Italia, lungi dal rappresentare una liberazione, la Terra promessa dipinta dai trafficanti di carne umana, per molte di loro è come entrare in un nuovo tunnel di violenze e privazioni. Se l’Italia e l’Europa non sono capaci di proteggere i minori non accompagnati è meglio che non li accolgano. Se il destino di costoro è quello di essere sfruttati, abusati e schiavizzati è meglio che vengano respinti. Che cosa l’Europa può offrire se non lo sbando, l’emarginazione e il disinteresse delle istituzioni? Oppure ci sono interessi reconditi nel voler a tutti i costi promuovere il traffico di esseri umani? Interessi indicibili, di cui beneficiano le élites, i deviati e i criminali tanto affezionati alla bella ed accogliente Europa? Non bastano il pietismo e la retorica dei buoni sentimenti per arginare un fenomeno che grida vendetta al cielo. Non bastano gli slogan umanitari, gli accordi transnazionali e i finanziamenti in politiche di falsa accoglienza per combattere i criminali. Se l’Europa non è in grado di prendersi carico questi esseri umani e di proteggerli dalle grinfie dei trafficanti, allora è meglio che nel suo territorio non accolga nessuno La verità, Sic et simpliciter, è che esistono dei gangli in Europa che fanno profitti grazie all’immigrazione clandestina, che si cibano della tratta di minori e che strumentalizzano l’invasione incontrollata per ridurre i diritti sociali.
Qui non c’entra il razzismo. Qui è in gioco la coerenza, la salvaguardia della vita umana e la difesa della verità. Qui è in gioco lo stesso concetto di umanità. E non è indossando una maglietta rossa che si può mettere a tacere la propria coscienza sporca. Come moderni Pilati gli indossatori delle magliette rosse si lavano le mani di ciò che accade ai minorenni, una volta sbarcati in Italia. L’importante è che sbarchino, poi non è più affar loro. Chi scrive trova questo atteggiamento il massimo dell’ipocrisia spacciata per umanitarismo. Chiudere gli occhi davanti a fenomeni che nulla hanno a che vedere con il rispetto della vita umana ma con la sua negazione è uno schiaffo in faccia a chi ama sia l’umanità che la verità. Poiché per amare la verità bisogna amare l’umanità. Viceversa, se uno non ama l’umanità non può nemmeno essere fedele alla verità. Questo è un binomio inscindibile che il popolo delle magliette rosse dovrebbe fare proprio, anziché esibire una solidarietà di facciata. E’ inutile, poi, apostrofare come fascista lo slogan “aiutiamoli a casa loro”. Il problema è che l’Europa non è nelle condizioni di poterli aiutare e proteggere nemmeno a casa sua. L’Europa è lo specchio del fallimento delle politiche immigrazioniste. E’ un organismo che dal punto di vista delle promozione dei diritti umani ha partorito un aborto, diritti che sono solo proclami sulla carta, inattuati e, forse, inattuabili. Coprire le mancanze dell’Europa in materia di difesa dei diritti umani con la foglia di fico del buonismo e dell’accoglienza a tutti i costi è solo un escamotage per occultare l’enorme buco nero del traffico di essere umani. Narcotizzati da una campagna che fa leva sul senso di colpa, gli europei hanno davanti a sé una sola strada: chiedere ai loro governi di non essere complici della tratta di esseri umani.
Di: Federica Francesconi

DUE MONDI DI RICCHI E POVERI: UN APPRODO PROGRAMMATO



Dopo i Panama Papers, i nomi emersi con la nuova inchiesta internazionale ribattezzata “Paradise Papers” si rincorrono ogni giorno, scuotono l’opinione pubblica e fanno tremare i potenti. Lo scandalo, che oggi consuma le prime pagine dei quotidiani, non modificherà però di una virgola l’attuale sistema finanziario e gli equilibri globali.
Per comprenderlo, ci viene in aiuto il “Billionaires Report” il rapporto annuale della banca privata Ubs e della società di consulenze finanziarie PcW, secondo cui nel mondo esistono 1542 miliardari, la cui ricchezza vale il doppio del Pil del Regno Unito (si veda: http://www.repubblica.it/economia/2017/10/29/news/rapporto_ubs_miliardari-179494000/). Insomma, emerge uno spaccato sconvolgente che dovrebbe far riflettere e far correre ai ripari: sempre più ricchi e sempre più poveri. Un futuro distopico che vede convergere il capitale finanziario nelle tasche di pochi super-ricchi, delineando una diseguaglianza di cui non si possono prevedere risvolti e possibili reazioni “avverse”.
Questi due esempi dimostrano come si stia realizzando, sotto il nostro stesso naso, il sogno delle élite mondialiste: dividere la società in due livelli, da una parte il potere economico detenuto da una ristretta cerchia tecnofinanziaria, dall’altra la “massa” indistinta di individui sempre più poveri, soli, senza legami, diritti e senza radici, facili quindi da sfruttare e controllare per il governo globale che si sta costruendo.
Si tratta del sogno condiviso anche da quel genere di gruppi di studio (think tank) non governativi come la Commissione Trilaterale o il Club Bilderberg.
Che cosa c’entrano con i paradisi off-shore e la progressiva divisione del mondo in due macro caste? C’entrano, eccome. Questi “pensatoi”, composti dai più ricchi e influenti del pianeta che si incontrano a porte chiuse, sono il riflesso di un pensiero che come una piovra ha esteso i suoi tentacoli sull’Occidente (e non solo).
Fondata nel 1973 per iniziativa del defunto David Rockefeller e di altri dirigenti e notabili, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, la Commissione Trilaterale conta più di trecento membri tra uomini d’affari, politici e intellettuali provenienti da tre zone del mondo: Europa, Giappone e America settentrionale (da cui il nome “Tri-laterale”). A tutt’oggi le riunioni sono dei vertici a porte chiuse di alto profilo.
Lo spunto per fondare la Commissione venne a Rockefeller dopo aver letto nel 1970 il saggio di Brzezinski Tra le due epoche: il ruolo dell’America nell’era tecnologica. L’opera gli permise di mettere a fuoco un obiettivo: la gente, come i governi dei diversi Paesi, avrebbe dovuto sottostare agli interessi delle banche internazionali e delle multinazionali. Uno degli intenti primari sarebbe stato pertanto quello di limitare la sovranità nazionale dei vari Paesi: ciò era evidente se si volevano porre le basi per la creazione di un governo unico, un potere economico mondiale superiore a quello politico delle singole nazioni. Un Impero, insomma. Sarebbero state ovviamente necessarie delle “crisi” per convincere i singoli Paesi a rinunciare progressivamente alla propria sovranità nazionale…
Per comprendere lo spirito della Trilaterale, ricordiamo il documento commissionato dalla stessa nel 1974, La Crisi della democrazia di Samuel Huntington, Michel J. Crozier e Joji Watanuki, in cui si evidenziava una crisi contemporanea delle democrazie da risolvere con l’introduzione di tecnocrazie.
Nulla di strano dunque se, come ha illustrato da Naomi Klein nel suo Shock Economy, le riforme liberiste sarebbero applicabili solo per mezzo di shock violenti che pieghino la volontà dell’opinione pubblica ad accettare delle riforme che normalmente non verrebbero accolte. Paragonando le teorie neoliberiste alla “tortura” vera e propria, Klein nota che: «Dal Cile alla Cina all'Iraq, la tortura è stata un partner silenzioso nella rivoluzione liberista globale. La tortura, però, è ben più che uno strumento utile per imporre politiche indesiderate a chi si ribella: è anche una metafora della logica alla base della dottrina dello shock».
Quello che i membri della Trilateral e del Bilderberg vogliono, è creare un potere economico mondiale superiore a quello politico dei singoli governi nazionali e, in qualità di organizzatori e gestori di questo potere, sognano di governare il futuro del mondo (prendendo decisioni a porte chiuse). L’erosione della democrazia avviene svuotando progressivamente da un lato le nazioni del proprio potere e della propria sovranità, dall’altro facendo diventare tutti noi dei soggetti passivi, dei meri consumatori.
Per far questo ci vuole ovviamente il “braccio armato” dei mass media che agisca da cassa di risonanza delle loro decisioni come se queste accadessero poi “per caso” e in maniera democratica. Come? Distraendo l’opinione pubblica e offrendo agli spettatori “pane e circensi, miracoli e misteri”, canalizzando cioè l’immaginazione delle masse verso distrazioni che allontanino le coscienze da possibili proteste, rendendoci meri spettatori della cosiddetta “società dello spettacolo”, citando il regista e filosofo Guy Debord.
Sì, perché anziché festeggiare, i super ricchi sono preoccupati. Josef Stadler, autore del già citato rapporto della Ubs, ha infatti spiegato che molti suoi clienti “temono” le conseguenze sociali e politiche di una concentrazione di ricchezza senza eguali dal 1905 a oggi. Fuori dai denti: i ricchi hanno paura che possano verificarsi moti violenti da parte di coloro che non hanno più nulla da perdere.
Eppure, per ora, le uniche sommosse e rivoluzioni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono quelle pilotate o infiltrate da organizzazioni filogovernative capeggiate da filantropi e attivisti multimilionari. Egregiamente eterodirette. I ricchi hanno paura e la massa, che avrebbe il potere di cambiare le cose, va tenuta a bada, distratta, manipolata: la “tortura” non deve essere sfacciata, ma somministrata a piccole dosi costanti in modo da divenire “abituale”.
«Ahimè, ci siamo scordata la sorte del tacchino – si lamentava ironicamente Huxley − Date all’uomo pane abbondante e regolare tre volte al giorno, e in parecchi casi egli sarà contentissimo di vivere di pane solo, o almeno di solo pane e circensi».
Il nostro destino ricalca quello della rana bollita di Noam Chomsky: abbiamo le zampe intorpidite e la mente assuefatta per spiccare un balzo e fuggire dal pentolone di acqua bollente… siamo talmente passivi e scoraggiati da non renderci conto che non ci viene neppure data la razione destinata al tacchino.
Siamo tenuti in ostaggio ma abbiamo sviluppato una specie di sindrome di Stoccolma arrivando fino alla totale sottomissione volontaria nei confronti dei nostri carnefici: i super ricchi ci affamano e affamano il nostro pianeta e noi, zitti, continuiamo, distratti, a osservare la nostra sventura.

DA INTERESSE NAZIONALE:

A Strasburgo c’è la Corte della Sharia




Per la “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”, di fatto la suprema istanza della magistratura in Europa, è reato definire Maometto un pedofilo. Non perché si contesta il fatto incontrovertibile che nel 620, all’età di 50 anni, sposò una bambina di sei anni, Aisha, anche se il matrimonio fu consumato tre anni dopo, nel 623, quando la bambina aveva nove anni. Ma perché, spiega la sentenza, Maometto e Aisha rimasero sposati fino alla sua morte nel 632, cioè per nove anni, quando Aisha aveva 18 anni. Quindi, secondo la Corte Europea, si può dire che Maometto sposò una bambina ma non che sia stato un pedofilo perché “pedofilo è chi è attratto solo o principalmente da minorenni”. Insomma essendo stata Aisha l’unica moglie-bambina di Maometto, mentre le altre sue 14 mogli erano maggiorenni, ed essendo stato Maometto suo marito fino alla sua morte, non si può attribuire a Maometto l’orientamento sessuale del pedofilo. In conclusione per la Corte Europea se un uomo adulto sposa una sola volta una bambina e lei resta sua moglie fino alla sua morte, non è qualificabile come pedofilo.
Sulla base di questa argomentazione la Corte Europea ha dato torto a un’esperta di questioni islamiche, l’austriaca Elisabeth Sabaditsch-Wolff, che aveva presentato un ricorso dopo essere stata condannata in Austria nel 2011 per “incitazione all’odio” e “oltraggio ai simboli religiosi di una comunità religiosa riconosciuta”. La Corte Europea ha condiviso la sentenza della magistratura austriaca, secondo cui bisogna distinguere tra il matrimonio con una bambina e la pedofilia. La Corte Europea ha fatto propria anche la motivazione della magistratura austriaca sulla necessità di prevenire la reazione violenta degli islamici, sostendo il “legittimo scopo di prevenire disordini salvaguardando la pace religiosa e rispettando il sentimento religioso”. Ebbene è un dato di fatto che la Corte Europea nutre questa particolare sensibilità solo nei confronti dell’islam. Lo scorso gennaio la stessa Corte Europea aveva sentenziato che usare le immagini di Gesù e Maria negli spot pubblicitari, anche in pose irriverenti, è perfettamente legittimo.
La sentenza della Corte Europea, e prima ancora delle Corti di giustizia dell’Austria, ci fanno toccare con mano che i giudici in Europa si comportano come se noi fossimo già sottomessi all’islam. Pur di assolvere Maometto dalla ovvia constatazione che, avendo sposato una bambina di sei anni ha assunto un comportamento attribuibile alla pedofilia, hanno introdotto il criterio della “non reiterazione” del reato, quindi se l’ha fatto una sola volta non è incolpabile. Ma soprattutto, secondo le Corti di giustizia europee, bisogna anteporre il tema della sicurezza: se dire che Maometto è stato un pedofilo finirà per scatenare la violenza degli islamici, allora non bisogna dirlo. Se invece oltraggiare Gesù non scatena alcuna violenza da parte dei cristiani, allora lo si può oltraggiare.
Ebbene, è arrivato il momento di dire la verità in libertà. Solo dicendo la verità in libertà anche nei confronti dell’islam, di Maometto, di Allah e del Corano, noi europei riusciremo a riscattare la nostra civiltà decadente. Andiamo avanti a testa alta e con la schiena dritta. Insieme ce la faremo.