lunedì 22 maggio 2017

GIORNALISTI TERRORISTI ?

 


      Il contributo decisivo dei mass media alla violenza
La violenza e la comunicazione di questa all'opinione pubblica da parte dei media. [Marco Nicastro]
È ormai stancante per me tornare su questo argomento, già affrontato in un altro articolo uscito tempo su POL.it - Psychiatry on line Italia. Capita spesso che gli appelli delle persone più informate e con intenzioni serie, lontane dal desiderio di visibilità mediatica, rimangano inascoltati. Il problema su cui ancora una volta vorrei soffermarmi è quello della violenza e della comunicazione di questa all'opinione pubblica da parte dei media. Sentiamo abbastanza spesso ormai notizie di omicidi, suicidi, stragi familiari, fino alle più fisicamente lontane, ma non meno coinvolgenti da un punto di vista emotivo, stragi terroristiche o di guerra.
La sensazione mia, ma credo sia condivisibile anche da altri (almeno da quello che mi capita spesso di sentire parlando con le persone), è di oppressione dinnanzi a queste notizie, e anche della sensazione che i fatti su cui vertono sia numericamente sempre più rilevanti. Dubito che si tratti di una semplice impressione soggettiva; poco importa dal mio punto di vista, perché se fosse anche solo un'impressione soggettiva di un'accresciuta violenza nella nostra società, un'impressione comunque diffusa e forte, questa non potrebbe poi non avere conseguenze effettive sulla vita del singolo e di molti. Infatti, tanto più una persona o un gruppo di persone si sente attivato e coinvolto emotivamente in qualcosa, anche se poi magari non è effettivamente così, tanto più sarà incline a prendere certe decisioni o a mettere in atto certi comportamenti in risposta. Quello che voglio dire è innanzitutto che le percezioni soggettive devono essere tenute in considerazione come i dati di fatto, perché c'è sempre una quota di realtà che deriva dalla nostra specifica interpretazione soggettiva e non c'è quasi nulla, nella vita dei singoli e delle popolazioni, ad essere essenzialmente oggettivo.
Nella creazione di una certa impressione soggettiva sui fenomeni reali un grosso contributo viene dato certamente dai mezzi di informazione, in particolare da quelli digitali come i vari programmi informativi che passano via radio o tv, i quali hanno un grande potere di influenzamento sia perché basati sulla velocità e l'immediatezza della notizia, specie se corroborata da audio e immagini dell'accaduto che ne aumentano esponenzialmente la presa sullo spettatore, sia perché essendo tendenzialmente superficiali sono veloci e facili da comprendere per un'ampia platea di persone.
Già nel 2008 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato delle importantissime Linee guida per i giornalisti, dal titolo "La prevenzione del Suicidio: suggerimenti per i professionisti dei media". Il motivo della redazione del documento era che, sulla base delle evidenze che si erano accumulate nel tempo circa la strettissima correlazione tra notizie di suicidi e numero effettivi di suicidi nella popolazione generale a seguito di tali notizie, si ritenne ineludibile dare dei consigli che potessero guidare i mezzi di informazione a svolgere nel modo più adeguato il proprio compito (cioè quello di dare le notizie) negli specifici casi in cui si parlava di persone che si toglievano o provavano a togliersi la vita. Pareva, infatti, che alcuni elementi che caratterizzavano le notizie di suicidi potessero paradossalmente aumentare il rischio di suicidio nella popolazione che riceveva la notizia, piuttosto che prevenirlo. Le linee guida dovevano quindi servire da un lato a garantire l'attività giornalistica e il diritto di informazione, tutelando però maggiormente il diritto alla sicurezza e all'incolumità (il diritto alla salute) dei membri di una società, specie di quelli in condizione di maggiore fragilità.
Il documento in questione, in effetti, recita: «I fattori che contribuiscono al suicidio e alla sua prevenzione sono complessi e non pienamente compresi, ciò nonostante esiste una solida evidenza che definisce il ruolo significativo dei media. Da un lato, soprattutto se la copertura è estesa, prominente, sensazionalista e/o descrive in modo esplicito il metodo di suicidio, i mezzi di comunicazione possono essere causa di comportamenti imitativi. D'altra parte un giornalismo responsabile può servire ad educare il pubblico sull'argomento e può incoraggiare le persone a rischio nel cercare aiuto» (p. 7, corsivo mio).
Ancora più interessante è la considerazione, supportata da diverse revisioni sistematiche di studi condotte negli anni, che le notizie di suicidio diffuse dai media inducono imitazione in chi le riceve, in modo direttamente proporzionale - come viene esplicitato qualche riga più avanti nel documento - alla frequenza con cui viene data la notizia, alla spettacolarità dell'evento in sé o del modo in cui viene presentato, alla somiglianza in termini di condizioni di vita tra chi si è suicidato e gli spettatori di turno e, infine, alle caratteristiche stesse di questi, in particolare se si tratta di persone che si trovano in condizione di particolare fragilità psichica e/o esistenziale. Vengono quindi date indicazioni ai mezzi di informazione per un'attività corretta ed etica, cioè rispettosa e consapevole degli effetti che tali notizie possono avere sulle persone e della necessità di rivedere, almeno parzialmente, il diritto ad informare sulla base di ragioni di salute e benessere della popolazione. Una delle più importanti è quella di non accrescere la visibilità del fatto (ad esempio usando un linguaggio ad effetto o dandogli un posto di primo piano nel giornale, televisivo o cartaceo che sia) né di ridurre la complessità dell'evento-suicidio, sempre plurifattoriale come in genere avviene per i comportamenti umani, ad un singolo fattore (una delusione d'amore, problemi economici, malattie ecc).
Secondo il documento dell'OMS l'uso del linguaggio ha un ruolo rilevante in questo processo di induzione: i media dovrebbero perciò evitare di qualificare positivamente il gesto, anche inavvertitamente; non esplicitare i dettagli dei metodi e dei luoghi in cui si è verificato il suicidio; non ripetere troppe volte il termine "suicidio"; non associarlo a quello di un personaggio famoso (pp. 8-10).
Inoltre, tali raccomandazioni sono da riferirsi sia alle notizie diffuse dai mezzi di informazione tradizionali (radio, giornali televisivi e cartacei) sia a quelle presenti sul web, sia, cosa interessante, ai programmi televisivi che raccontavano storie di suicidi anche di gente comune. Sebbene il documento si riferisca specificamente al suicidio, altri dati sono stati raccolti nel tempo da numerosi studi relativamente all'effetto che l'esposizione alla violenza eterodiretta attraverso i video (programmi televisivi, videogiochi ecc.) ha sul benessere emotivo delle persone. La riflessione che faccio in queste righe può quindi essere estesa agli effetti delle notizie di violenza in generale e non solamente a quella autodiretta tipica dei suicidi.
Volendo andare un po' più a fondo alla questione, possiamo dire che ciò che le raccomandazioni dell'OMS non spiegano, riportando solo dati statistici pur molto significativi, è la possibile causa (o concausa) di questo chiaro effetto di emulazione. In altre parole: dato per assodato l'aumento del numero di suicidi in una certa area geografica nei periodi in cui l'informazione batte particolarmente su quel tipo di notizie, e dati alcuni elementi del modo in cui viene fornita l'informazione (ripetitività, spettacolarizzazione, immagini realistiche, abbondanza di dettagli ecc.) che sembrano contribuire particolarmente a questo effetto, cos'è che lo determina nelle mente dei singoli o collettiva, una volta ricevuta la comunicazione dai media?
Ebbene, a tal proposito, sulla base anche di dati emersi da vari studi - molti dei quali citati nel libro di Manfred Spitzer Demenza digitale (2013) - l'emulazione è dovuta innanzitutto ad un effetto di "assuefazione" affettiva alla violenza, una normalizzazione che comporta un abbassamento delle nostre difese psichiche verso gli impulsi più distruttivi, non ritenuti più troppo pericolosi; in secondo luogo, l'emulazione della violenza è riconducibile ad un effetto di identificazione dello spettatore con il modello che osserva.
Bisogna infatti tenere presente che i nostri impulsi, sessuali e aggressivi, specie nelle loro manifestazioni più dirette, vengono solitamente inibiti da meccanismi mentali - i cosiddetti meccanismi di difesa - che ne impediscono l'espressione in atto almeno nelle forme più primitive, cioè quelle meno mature da un punto di vista affettivo (ma anche, se vogliamo, evolutivo). Questi meccanismi normalmente si sviluppano nel corso della crescita dell'individuo grazie ai normali apporti educativi ricevuti (familiari ed extrafamiliari), cosa che ci permette di dire che, fortunatamente, la maggior parte degli individui li possiedono in forme tali da garantire loro la sopravvivenza e una vita sufficientemente adeguata nella comunità umana. Tuttavia alcune persone non sono così fortunate nelle loro vicissitudini relazionali e di vita (hanno subito traumi, lutti precoci, abbandoni, trascuratezze gravi, violenze ecc.) e presenteranno difficoltà psichiche di varia entità e natura tali da compromettere seriamente il funzionamento di questi meccanismi di controllo degli affetti e dei comportamenti. Inoltre, anche i bambini e gli adolescenti non dispongono normalmente, per ragioni questa volta legate alla loro immaturità psichica, di un apparato di difesa sufficientemente strutturato, e per questo rientrano a buon diritto anche loro nella categoria degli esseri umani particolarmente esposti agli effetti della violenza assistita.
Anche l'identificazione, del resto, è un processo mentale normale (a volte consapevole, altre no) di cui tutti disponiamo per far nostri aspetti della realtà esterna e in particolare degli altri esseri umani che ci coinvolgono emotivamente o diventano rilevanti per noi. Tramite questo meccanismo la nostra identià si consolida o si trasforma: possiamo apprendere comportamenti nuovi e valori cui riferirci, adattarci nel tempo più facilmente a certe circostanze, rafforzare la nostra autostima. Tuttavia, pur essendo normali e presenti in tutti, i vari meccanismi di identificazione sono più attivi nei soggetti che hanno un'identità fragile o poco definita, a causa di disturbi psichici, di blocchi evolutivi o per un semplice motivo di crescita (come, appunto, nel caso dei bambini e degli adolescenti). Tali individui, proprio per questi motivi, saranno più inclini a identificarsi con modelli umani di comportamenti e stili di vita che hanno modo di osservare ripetutamente[1]. Per questi due motivi quindi - l'indebolimento dei meccanismi di difesa psichici e l'identificazione - la ripetizione mediatica di notizie di violenza genera, specie in particolari categorie di individui, quel rischio di emulazione che i dati statistici da decenni hanno evidenziato con chiarezza.
Assieme alle raccomandazioni dell'OMS, e a queste osservazioni di carattere più squisitamente psicologico, ci sarebbe poi da tenere presente che il codice deontologico dei giornalisti[2] prevede che il diritto di informazione, sancito costituzionalmente, debba rispondere a motivi di pubblico interesse (art. 2, comma a); rispettare i diritti fondamentali delle persone, compreso quello alla privacy (comma b); porre particolare attenzione alla tutela dei minori - come previsto dalla Carta di Treviso condivisa anche dall'Ordine Nazionale dei Giornalisti - al fine di difendere la loro integrità psico-fisica dagli effetti di comunicazioni multimediali potenzialmente lesive.
Quindi il diritto di informazione, già secondo la legge e lo stesso codice deontologico dei giornalisti, dovrebbe fermarsi dinnanzi al rispetto della personalità e del benessere psico-fisico collettivo o dei singoli (specie, si può capire, se minorenni). Tuttavia lo stillicidio quasi quotidiano di questo tipo di notizie, e le modalità in cui solitamente vengono date, dimostrano che questa norma molto spesso non viene rispettata. I media sguazzano abitualmente nelle notizie più torbide (casi di cronaca nera, omicidi-suicidi in famiglia, stragi di guerra ecc.) cui viene dato per giorni assoluto rilievo. Il lessico non è curato, come invece consiglierebbero le Linee guida dell'OMS, in modo da depotenziarne l'effetto e vengono spesso usate immagini che riprendono le scene dei crimini (o le ricostruiscono fedelmente) lasciando poco spazio all'immaginazione dello spettatore.
Il guaio maggiore, a mio avviso, è che tali notizie vengono ripetute per giorni, spesso solo per aggiungere dettagli insignificanti. È chiaro che dinnanzi all'infrazione delle norme di tutela succitate, l'effetto emulativo relativamente ai comportamenti auto ed eterodistruttivi nella popolazione generale rischia di essere potenziato notevolmente, tanto da poter ragionevolmente pensare che la società stia in effetti, specie con la diffusione sempre più capillare dei media digitali, alimentando la violenza in sé stessa.
Dinnanzi a tali evidenze ritengo fermamente, da persona che lavora nel campo della salute mentale, che non si dovrebbe dare spazio a queste notizie, quantomeno nei media a diffusione nazionale o, in subordine, concedergli solo uno spazio minimo, riportando quindi le notizie di cronaca nera in modo molto sintetico. Sarebbe già un grande passo in avanti se fossero seguite alla lettera le indicazioni dell'OMS prima citate, ma si può fare ancora di più, evitando possibili ambiguità e mezze misure, con l'eliminazione completa di questo tipo di notizie dai giornali e dai telegiornali a più ampia diffusione.
Il diritto di informazione è un diritto fondamentale in una democrazia, in quanto permette alle persone di accedere a notizie che si suppongono possano ampliare la loro capacità di agire, di pensare, di leggere la realtà. Che vantaggio ne abbiamo dal sapere che un padre ha ammazzato i suoi figli piccoli e poi si è suicidato, o che un marito ha accoltellato la moglie perché voleva lasciarlo? Io credo nessuna. Anzi, oltre che l'orrore, aumenta esponenzialmente anche il senso di impotenza collettivo, dinnanzi a questioni che possono essere affrontate solo attraverso iniziative sociosanitarie e legislative forti.
Tuttavia le notizie relative alla violenza tra gli esseri umani non sono fondamentali per leggere correttamente la realtà, anzi, come evidenziano i dati, favoriscono nelle persone, specie le più fragili, comportamenti emulativi, desensibilizzazione alla violenza e stati d'animo pericolosi, ledendo, cosa non irrilevante, anche il diritto alla riservatezza e al rispetto del dolore delle famiglie e degli individui coinvolti in quelle drammatiche vicende.
In quest'epoca di comunicazione esasperata e di saturazione mediatica della vita collettiva, la responsabilità dei media nella diffusione della violenza tra le persone, o di un'altrettanto deleteria e distorta percezione di pericolosità della nostra vita sociale, non può più essere considerata solo un'ipotesi tra le altre, quanto piuttosto una drammatica e intollerabile certezza.


(3 maggio 2017)


Note
[1] Purtroppo i soggetti in condizione di fragilità psichica sono molto più numerosi di quanto possano dirci i dati sui ricoveri nei reparti di psichiatria o sull'utenza dei servizi pubblici e privati per la salute mentale. Un numero non irrilevante di individui, apparentemente ben adattati, presenta importanti deficit nella capacità di controllare i propri impulsi o di esercitare la propria capacità di giudizio, cioè di valutare le conseguenze delle proprie azioni, in condizioni di stress emotivo.
[2] Vedi TESTO UNICO DEI DOVERI DEL GIORNALISTA, 27 gennaio 2016 e relativo Allegato 2 (Carta di Treviso).


Link articolo © Marco Nicasto © POL.it - Psychiatry on line Italia.

FONTE : http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127880&typeb=0&il-contributo-decisivo-dei-mass-media-alla-violenza

domenica 21 maggio 2017

UMBERTO VIVIRITO VIVE NEI NOSTRI CUORI



 
Nel quarantennale della morte di Umberto Vivirito (21 maggio 1977) la Comunità di Avanguardia Nazionale, alla presenza delle sue nipoti, ha commemorato il Camerata caduto sul Campo dell'Onore. 
  Avanguardia non dimentica i suoi Eroici Combattenti Caduti.
Camerata Umberto Vivirito.
PRESENTE! PRESENTE! PRESENTE!
 
 

 
 
 
 
Una Cerimonia composta e al contempo sentita e toccante quella di ieri
in Memoria del Camerata Umberto Vivirito.
I suoi Fratelli di Ieri (e di oggi) lo hanno Ricordato
donando a tutti i Presenti
le sensazioni più sincere che uscivano dai loro Cuori.
Quarantanni fa quel giorno pioveva a
 dirotto da sembrare che anche il tempo
versasse lacrime per Umberto.
Qualcuno ricordava la Milano di allora, dove anche presenziare ad un funerale era spesso impossibile, quella Milano e quell'Italia dove "uccidere un Fascista non era reato"
Qualcuno provava "invidia" per non esser stato lui a posto di Umberto.
Qulcuno ricordava di aver cercato tutta la vita
quell' ultima raffica che uccise il Suo corpo.
Qualcuno ricordava l'allegria di Umberto anche ai tempi del carcere, per tener alto il morale di chi era con Lui.
E qualcuno ricordava anche di come Umberto
affrontò e accolse la Morte
ridendole in faccia.
Per quello che a Milano ieri - e oggi- splende il Sole
 
E'questo il Fedecommesso che Umberto ci lascia:
Amare i Nostri Fratelli di battaglia, con disinteresse e col sorriso anche nei momenti più tragici.
La giornata di ieri lascerà per tutta la Vita un Segno
 indelebile nei nostri Cuori
Ieri a Milano splendeva il Sole
Splendeva la Runa del Valore 
 
Camerata Umberto Vivirito.
PRESENTE! PRESENTE! PRESENTE!
 
 

La spada sikh è questione di legge, non di valori


 
La sentenza della Corte di Cassazione che obbliga lo straniero che vive in Italia a conformarsi ai nostri valori (e implicitamente a quelli occidentali) è aberrante, inquietante, pericolosa e oserei dire paranoica.
Lo straniero che vive in Italia ha il solo obbligo, come tutti, di rispettare le leggi dello Stato italiano. Punto. Il sikh che girava con un coltello kirpan, sacro nella sua cultura, doveva essere condannato perché in Italia è vietato andare in giro armati. Se si accettasse il principio enunciato dalla Corte di Cassazione un italiano che vive in un paese islamico dovrebbe, in conformità alla cultura di quel paese, farsi musulmano.
La sentenza della Cassazione è incostituzionale perché viola l’articolo 3 della nostra Carta che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
La questione non riguarda semplicemente le differenze religiose, punto su cui si sono soffermati quasi tutti, ma è molto più ampia: riguarda l’identità culturale, religiosa e non religiosa. La Cassazione afferma: “La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali confliggenti a seconda delle etnie che la compongono”. Non so dove la Cassazione sia andata a scovare un principio di questo genere, inaudito nel senso letterale di mai udito fino a oggi. Lo straniero che vive in Italia non ha l’obbligo di conformarsi alle nostre tradizioni, ha il sacrosanto diritto di conservare le sue, sempre che, naturalmente, come si è già detto, non siano in contrasto con le nostre leggi. Al limite lo straniero non ha nemmeno l’obbligo di imparare la nostra lingua, sarebbe più intelligente se lo facesse ma non ne è obbligato. Per decenni ci sono stati italiani emigrati in America che non spiccicavano nemmeno una parola di inglese, ma non per questo sono stati sanzionati.
La questione della sicurezza, importante ma che non ha nessuna rilevanza se lo straniero rispetta le leggi del nostro Stato (il burka va vietato non perché è un simbolo religioso ma perché copre l’intero viso e le nostre leggi prevedono che si debba andare in giro a volto scoperto), sta facendo dell’ ‘arcipelago culturale’ occidentale un sistema totalitario che non tollera le diversità culturali sia all’esterno (vedi le aggressioni armate ad altri Paesi, dalla Serbia alla Libia) sia al proprio interno. Stiamo di fatto calpestando proprio quei valori, democrazia in testa, cui diciamo di appartenere e ai quali vorremmo costringere qualsiasi ‘altro da noi’. Alla povera gente che migra nel nostro Paese e negli altri stati europei, a causa molto spesso delle nostre prevaricazioni economiche e armate che abbiamo fatto nei loro, vorremmo togliere, alla fine, anche l’anima.
Spostando il discorso mi piacerebbe sapere quali sono i nostri valori. A parte quello di una democrazia che in realtà non è tale, perché non appartiene ai cittadini ma è nel pieno possesso di oligarchie, nazionali e internazionali, non vedo in Occidente un altro valore che non sia l’adorazione del Dio Quattrino e la supina subordinazione alle leggi del mercato.
Siamo molto gelosi della nostra identità, più che altro a parole perché un’identità non l’abbiamo più, ma non tolleriamo quella altrui. Io sono libero di essere sikh, sono libero di essere indù, sono libero di essere musulmano, sono libero, se abito in un Paese di cultura diversa, di essere laico e non credente.
Dell’Illuminismo abbiamo conservato e sviluppato il peggio, ma abbiamo dimenticato il meglio che sta nella famosa frase di Voltaire: non sono d’accordo con le tue idee ma difenderò il tuo diritto a esprimerle fino alla morte. E per ‘idee’ bisogna intendere anche le tradizioni, la cultura, la religione, direi meglio: la spiritualità di chi è diverso da noi.
La sentenza della Cassazione ci dice che anche i magistrati –che per fortuna non fanno le leggi ma devono solo applicarle e giudicare caso per caso- hanno perso di vista i princìpi fondamentali del nostro diritto e della nostra cultura. Ma più in generale direi che noi occidentali abbiamo perso la testa.
Massimo Fini

FONTE : https://comedonchisciotte.org/la-spada-sikh-e-questione-di-legge-non-di-valori/

 

sabato 20 maggio 2017

UMBERTO VIVIRITO: PRESENTE, PRESENTE, PRESENTE !

 
SALVATORE UMBERTO VIVIRITO
20-12-1955---21-05-1977
CADUTO SUL CAMPO DELL'ONORE
 
 
 
 
 
 

Milano 19.05.1977 - Durante il periodo degli anni di piombo, a Milano, vi fu un luogo, Piazza San Babila, considerato l’avamposto del neofascismo milanese. Da lì, per i militanti, il nome di “Sanbabilini”. Il richiamo, fu soprattutto per le caratteristiche storiche. Infatti, la Piazza, era costruita in larga parte da architetture risalenti agli anni trenta in piena epoca fascista. Una nuova generazione, che, pur mantenendo un minimo legame con il Movimento Sociale Italiano, decise di seguire la strada della piazza. Alcuni bar furono utilizzatati come sede organizzativa. Lo zoccolo duro era formato da Gianni Nardi, Rodolfo Crovace, Giancarlo Esposti e soprattutto Salvatore Umberto Vivirito. Tutti simpatizzanti e molto vicini ad Avanguardia Nazionale e poi Ordine Nuovo. Salvatore Vivirito, protagonista in numerose attività politiche e non, fermato e arrestato più volte dalla Polizia, fu uno degli elementi, insieme a Esposti, che nel maggio 1974 tentarono di organizzare il famoso golpe in tenda. I quattro, per evitare l’arresto, decisero di fuggire verso l’Italia centrale. Dopo vari spostamenti giunsero, per sentieri tortuosi, nella provincia di Rieti, a Pian del Rascino. Piantarono le tende e cercarono di elaborare le strategie per il golpe. Dopo alcuni
giorni, Esposti, prima di raggiungere Roma per acquistare altre armi e cartine particolareggiate di Pian del Rascino, lasciò sulla strada statale 17 Salvatore Vivirito, che, tra autostop e treni, riuscì a tornare in tempo a Milano per firmare il registro dei sorvegliati speciali. Fu il loro ultimo incontro. L’accampamento fu individuato dai carabinieri e durante l’arresto ci fu un conflitto a fuoco dove perse la vita proprio Esposti. Stessa sorte, tre anni dopo, 19 maggio 1977, per Salvatore Vivirito, durante una rapina per autofinanziamento, rimase ucciso da un colpo di pistola esploso però dal proprietario di una gioielleria a Milano.

IL LUOGO DEL FERIMENTO DI VIVIRITO

In ricordo del Camerata Vivirito, 
volantino da lui creato con la complicità di altri camerati di Avanguardia, 
che nel  1977 attaccò sulla saracinesca della macelleria del padre di un camerata

MILANO 6 DICEMBRE 1972
Avanguardia Nazionale sola contro la reazione marxista e borghese

I militanti Nazional Rivoluzionari : Umberto Vivirito, Alessandro D'Intino, Riccardo Manfredi e Michele Rizzi, furono aggrediti in via Torino da una moltitudine di picchiatori, rampolli della borghesia della cosiddetta Milano bene.
Gli Avanguardisti si difesero con valore fino allo stremo.
Riccardo Manfredi si comporto' da leone in soccorso dei camerati .
La stampa del sistema, spudoratamente scrisse ' di vile "aggressione fascista"
Una masnada inferocita contro quattro "Leoni" !
I camerati feriti e malconci furono arrestati e rinchiusi nel carcere di San Vittore, seppur minorenni.
Radunai i militanti Milanesi di A.N. ed organizzai una protesta dinanzi a San Vittore. Giancarlo Esposti in quel periodo era "ospite" di San Vittore.
Con gli altri camerati richiusi esposero uno striscione con la Runa di Othal.
AVANGURDIA VIVE !

P.S.
(L'unico nostro organo e strumento d'informazione, era un vecchio Ciclostile...)






 






24 MAGGIO 1967 " LA STAMPA"
Manovale del terrorismo
"E' morto portandosi dentro molti segreti di una vita violenta : Salvatore Vivirito detto "Umberto", 22 anni, manovale del terrorismo fascista, magliaro invischiato nel giro dei trafficanti d' armi, dei tramisti neri, degli attentatori. Preso dagli uomini della Mobile venerdì 20 maggio con una pallottola in corpo è spirato in ospedale dopo una operazione chirurgica che pareva riuscita, prima che il magistrato inchiodarlo alle responsabilità di un assassinio. "Umberto" aveva una ferita al torace. Interrogato disse che era stati "avversari politici" a sparagli contro. Ha negato fino all' ultimo poi è morto. I molti segreti e le molte verità che Vivirito si porta nella tomba lo riguardano direttamente, da quando aveva 16 anni e scelse la strada della violenza, legandosi al mondo lombardo dei fascisti. " Comitato Tricolore", "Avanguardia Nazionale", "Squadre d' azione Mussolini", Mar di Carlo Fumagalli. Passo per passo aveva percorso la strada di manovale, ripagato dal denaro facile: vestiti, motociclette potenti, armi a volontà. I rischi erano grossi ma Salvatore li affrontava con apparente indifferenza: in un modo o nell' altro ne usciva (...). Vivirito era nel giro dei Sanbabilini, conosceva i bombardieri della Valtellina, i neofascisti di Brescia (...).
Chiude la cartellina, non va oltre: giornalisti schifosi.
(Tratto da Indian Summer '70 - c' era una volta San Babila )
 




  





 
 
 
 
 
 
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venerdì 19 maggio 2017

LOTTA CON NOI - SOCIALIS per Cerveteri. SOCIALIS PER L'ITALIA

      
 

GUARDA IL VIDEO E ASCOLTA

 Intervista al nostro candidato Sindaco Menasci Roberto, per una Amministrazione più statalista e meno privatizzata, buon ascolto !!!

https://www.facebook.com/903095353160964/videos/vb.903095353160964/1007724262698072/?type=2&theater

 

VISITA LE NOSTRE PAGINE:
https://www.facebook.com/SocialiS-per-Cerveteri-903095353160964/
 
 https://www.facebook.com/Socialis-ASS-Culturale-623669891150520/
 
 

A Cerveteri una lista vicina ad Avanguardia Nazionale

 

A Cerveteri il candidato sindaco della lista Socialis è Roberto Menasci              
"A Cerveteri, comune di 37 mila abitanti della città metropolitana di Roma Capitale, saranno ben 10 i candidati alla carica di sindaco ed oltre 500 alla carica di consigliere comunale alle prossime elezioni amministrative didomenica 11 giugno. Elezioni che si prospettano davvero combattute, con una sfida all’ultimo voto, già per conquistare la possibilità di accesso al secondo turno, grazie alla presenza di diverse liste civiche. Tra queste spicca il nome della lista “Socialis”, espressione dell’associazione culturale Socialis, nata poco meno di un anno fa, culturalmente e politicamente vicina ad Avanguardia Nazionale, organizzazione politica sciolta dall’allora presidente Adriano Tilgher il 5 giugno del 1976 «Socialis – spiega Vincenzo Nardulli, storico collaboratore di Stefano Delle Chiaie, membro del direttivo della associazione ha lo scopo di promuovere iniziative che hanno come oggetto principale il sociale. Ha una sua struttura organizzativa indipendente da qualsiasi partito o movimento politico. L’associazione culturale è stata costituita un anno fa ed è stata già promotrice di numerose iniziative sulla tematica gender, organizzato conferenze e convegni, distribuito volantini nelle scuole e organizzato comitati di genitori a tutela della famiglia e della società. A Cerveteri Socialis ha presentato una propria lista, lontana dai partiti e dalle lobby che hanno devastato il territorio».
Il candidato sindaco è Roberto Menasci che al Dubbio dice: «Noi della Lista Civica “Socialis” ci consideriamo un Movimento Nazionalista dei Cittadini, e vogliamo essere presenti “politicamente” sul territorio con i nostri principi, i nostri valori e i nostri obbiettivi; con grande interesse vogliamo partecipare alle prossime amministrative, consapevoli di rappresentare l’unica alternativa politica oltre il socialismo di sinistra, gli attuali cattocomunisti, le destre capital liberiste, gli appartenenti al pensiero del nuovo centro destra, con l’obiettivo che è quello il voler ripristinare uno Stato Sociale che sia fruibile e utile per il benessere e l’equità della popolazione. Per questo intendiamo revocare le privatizzazioni dei servizi pubblici che questa politica scellerata ha favorito in questi ultimi decenni, come quella di affidare a terzi le utenze primarie di acqua luce e gas; è inaccettabile che siano stati affidati a società di capitali o società per azioni i servizi di base necessari a distribuire l’acqua con cui dissetarci, l’energia elettrica con cui fare luce e il gas con cui scaldarci e cucinare; riteniamo l’attuale sistema economicamente fallito ed dannoso per le famiglie del nostro territorio e per il nostro futuro».
Anche sul programma elettorale Menasci ha idee chiare:
 «Sono 12 punti qualificanti, che spaziano dalla scuola all’assetto e allo sviluppo armonico del territorio, con la realizzazione di un nuovo piano regolatore per l’edificazione delle unità ricettive come alberghi e hotel con l’individuazione di una apposita area dedicato alle piccole botteghe artigianali e al commercio. Un altro cavallo di battaglia del nostro programma elettorale riguarda il turismo, vero volano di sviluppo per la nostra città. Penso per esempio all’enorme patrimonio archeologico che dovrebbe essere fruttato al meglio e che potrebbe portare, in tempi brevi, in città, migliaia di turisti. Un altro tema importante è quello della sicurezza. Nel nostro programma chiediamo l’attuazione del progetto sicurezza del 2008 con la istituzione del Commissariato di Polizia di Stato, per contrastare fenomeni di delinquenza»."
 
 
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