lunedì 18 giugno 2018

M5S E LEGA "CONTENITORI DEL DISSENSO"


premessa

Che questa fosse una finta democrazia, una parvenza di democrazia, una illusione, l’abbiamo visto molte volte (ad es.: [1], [2],[3]). Perchè? Come dimostrato dal susseguirsi di governi non eletti, a partire da Monti, per poi passare a Letta, Renzi e Gentiloni, il potere di chi presta denaro (creato dal nulla) agli stati è superiore a qualsivoglia volontà popolare– e quindi si trattava di far credere che la sovranità fosse popolare, ben sapendo che in realtà chi tira i fili del gioco se ne infischia della cosiddetta “volontà popolare“.

M5S e Lega “contenitori del dissenso”

Anche sul fatto che i movimenti populisti fossero stati creati principalmente percontenere il dissenso, ed incanalarlo, l’abbiamo visto diverse volte (ad es.: [4][5],[6][7]). Per carità, niente da dire sui militanti, quelli che stanno in trincea, che si sbattono per la gloria e poi non trovano neanche un posto nelle liste elettorali: loro sono – e saranno sempre – in buona fede. Ma in testa, da Sassoon a Casaleggio, compreso lo stesso Grillo che  qualche volta l’ha detto, in una sorta di lapsus freudiano, che “… ci hanno chiesto di scendere in campo…” (chi ve l’ha chiesto? Sii esplicito, Grillo!), oppure: “…grazie a noi è stato fermato l’avanzare dei movimenti estremisti, come Alba dorata in Grecia“, lì il progetto era molto, ma molto chiaro. E quindi alle elezioni ci andava sempre una lista scelta dall’alto (altro che “uno vale uno”!) e di “fidati” e “presentabili”. Lo stesso Di Maio fa parte di quella ristretta cerchia di presentabili (e, probabilmente, ritenuto “manovrabile” e per questo eletto a rappresentare il movimento) che poteva rappresentare degnamente il ruolo del M5S: rivoluzione, ma senza troppa convinzione, con qualche ambiguità e qualche titubanza.
FONTE
https://www.ingannati.it

domenica 17 giugno 2018

UNIVERSITA' USA CONSIGLIA AI BAMBINI LA PORNOGRAFIA


Ormai è risaputo che è in atto, su scala mondiale, un progetto di ipersessualizzazione  (perversione) della società a tutti i livelli, a cominciare dai bambini.
Si può leggere qui, o qui, o qui, per ricordare le oscure e remote origini dell’ideologia alla base di questo disegno. In questa sede ci interessa evidenziare, ancora una volta, la gravità della situazione affinché le persone oneste, specialmente se genitori, ne prendano sempre più coscienza e adottino tutte le misure necessarie a preservare i loro figli da quest’ondata di corruzione senza precedenti.
Presso l’università Santa Barbara della California c’è chi scrive che è «completamente normale» e «generalmente innocuo» per bambini anche di soli quattro anni dedicarsi a giochi sessuali, e i genitori dovrebbero permettere loro di guardare la pornografia. «È importante che i bambini comprendano che guardare la pornografia è una normale abitudinee che non devono vergognarsene», è scritto in un articolo sul sito web dell’università dedicato al tema; si afferma inoltre che i genitori dovrebbero solo fare attenzione a ricordar loro di fruire di questo materiale «con moderazione», che la pornografia genera spesso «aspettative irrealistiche» circa l’esperienza sessuale, e che manca di quella «intimità emotiva» propria delle relazioni sessuali nella vita reale. A parte questo, tutto normale; e l’autoerotismo infantile è ovviamente incoraggiato.
Per confutare certe posizioni basterebbe ricordare alcuni elementari princìpi di buon senso, alla luce dell’esperienza diretta nel rapporto con l’infanzia. L’assistente sociale Brandy Steelhammer, a proposito di bambini che presentano disturbi sessuali, dice: «Alcuni di questi bambini sono stati abusati sessualmente, sono stati testimoni di abusi, hanno guardato pornografia, e/o hanno assistito, in casa, ad atti sessuali compiuti tra adulti. Poiché il cervello dei bambini non è completamente sviluppato, essi non possono dare il giusto significato alla sessualità come può fare un adulto». Di conseguenza – spiega – i pensieri o i ricordi relativi alla sfera sessuale, «li invadono» (flood them) e l’unico modo che hanno per superare questo disagio è il comportamento disordinato.
Non è nemmeno più possibile illudersi che, tutto sommato, si tratta di storie d’oltreoceano: le direttive europee dell’OMS per l’educazione sessuale dei bambini (applicabili anche da noi) ne danno conferma. Del resto anche le nostre scuole, ormai, pullulano d’iniziative che vanno in questa direzione.
Poi tutti a lamentarsi di una cultura che produce uomini-animali e donne-oggetti.
Vincenzo Gubitosi
Fonte: LifeSite News
https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/universita-usa-consiglia-ai-bambini-la-pornografia/

sabato 16 giugno 2018

LA CULTURA DEI CENTRI SOCIALI


 "La cultura dei centri sociali è inesistente, trattandosi di ghetti consentiti e foraggiati dalla Sinistra Politicamente Corretta (SPC), che li può sempre usare come potenziale guardia plebea antifascista a buon mercato. Costoro, composti di semianalfabeti intontiti dalla musica che ascoltano abitualmente ad altissimo volume (ed un Adorno capirebbe al volo la correlazione fra lo stordimento e la bestialità politica ma oggi di Adorno non ce ne sono più), hanno una cultura della mobilitazione, dello scontro e della paranoia del fascismo esterno sempre attuale, ed è del tutto inutile porsi in un razionale atteggiamento dialogico, che pure potrebbe teoricamente chiarire moltissimi equivoci. Ma il paranoico non è un interlocutore, perché ascolterebbe qualunque argomento come un furbesco tentativo di infiltrazione.
In quarto luogo, perché la cultura azionista antifascista, maggioritaria presso i cosiddetti “intellettuali” italiani, si basa su di un presupposto moralistico di superiorità morale, assolutamente inesistente anche se per ora del tutto inestirpabile. Costoro sentono il bisogno di sentirsi superiori, intellettualmente e soprattutto moralmente, e quindi non possono abbandonare questa comodissima “rendita di posizione”. In assenza completa di fascismo, essi hanno bisogno dell’antifascismo, perché il loro essere soltanto anti è un alibi permanente alla loro vuotezza integrale di identità e di proposte".

Costanzo Preve, Sul Comunismo e sul Comunitarismo, maggio 2009.

16 GIUGNO 1979, FRANCESCO CECCHIN: LUI VIVE,LUI COMBATTE

Francesco Cecchin: caduto dal balcone con le chiavi strette in mano

Uno "strano modo di morire", a soli 17 anni

E' il 16 giugno del '79 quando il giovane militante del Fronte della Gioventù muore, dopo 19 giorni di agonia
Per questo omicidio non pagherà mai nessuno, anche grazie alla connivenza del Pci che ha sempre coperto l’unico imputato
“E Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile, con le chiavi strette in mano, strano modo per morire…”
 
 

 
Queste le parole della canzone “Generazione ‘78” che Francesco Mancinelli dedica a tutti i caduti di quegli anni di piombo maledetti.
 
E anche a Francesco Cecchin. Parole che, ancora oggi, fanno venire la pelle d’oca. “Con le chiavi strette in mano..”. Eh si, proprio così perché quel ragazzo morì all’età di 17 anni, prima massacrato di botte da quattro “compagni” vigliacchi (di cui non si è mai saputo il nome) e poi gettato da un balconcino, sull’asfalto. Un volo di cinque metri. Che dopo 19 giorni di coma, lo ha ucciso. Nonostante le sue condizioni erano nettamente migliorate. “…Strano modo per morire”. Sembra di raccontare la storia di Sergio Ramelli, ancora una volta.
Siamo a Roma, quartiere africano. Il mese di maggio sta volgendo al termine. L’estate è alle porte. Le scuole stanno finendo, i ragazzi iniziano a pensare cosa fare in vacanza. Ma chi fa politica, in quegli anni, non va mai in vacanza. L’ideale prima di tutto. Si fa politica 365 giorni l’anno. Per gli ideali, però si muore anche, in quegli anni.
Si muore per il proprio credo  politico. E, come è successo a Francesco,  anche solo per aver attaccato un manifesto nel posto sbagliato. Il motto, tanto, è sempre lo stesso: “uccidere un fascista non è reato”.
È soprattutto nella capitale che la guerra tra i “rossi” e i “neri” diventa una questione di egemonia territoriale, di “conquista dei quartieri”.
Francesco Cecchin è davvero giovane. Non ha ancora diciott’anni. È alto, biondo e con gli occhi azzurri. Insomma, il classico bel tipo pieno di ragazze innamorate di lui. “Abbiamo scoperto che aveva due fidanzate, non una. Ed entrambe molto carine”, le parole della sorella Maria Carla.
Ma per lui la priorità è una sola: la politica. È un militante del Fronte della Gioventù; frequenta la sezione di via Migiurtina, la zona più rossa del cosiddetto “quartiere Africano”. L’unico avamposto di sinistra di tutto il circondario, che è invece notoriamente fascista. 
Quella sezione del Msi appare come una provocazione in una porzione di territorio che i militanti del Pci considerano “cosa loro”. Diventa ben presto un bersaglio, fino ad essere costretta a chiudere.
Un quartiere, quello Trieste-Salario, che è uno dei campi di battaglia più caldi di Roma. Cecchin è un ribelle nato. Ha solo 17 anni ma coraggio da vendere. È già un leader, un rivoluzionario. Tanto che Terza Posizione lo vorrebbe con sé, anche se è così giovane.
A scuola non va benissimo. Ma più che per demeriti suoi, per colpa dei compagni che lo prendono di mira.
I primi due anni di liceo sono difficili. Due bocciature al tecnico “Mattei”. Di lui, non si può certo dire che sia un “secchione”, ma frequentare la scuola è davvero difficile per Cecchin. Sembra il ripetersi della storia di Sergio Ramelli. Viene isolato, è riconoscibile, un bersaglio facile. Va via da quell’istituto e si iscrive al liceo artistico di via Ripetta. Può così seguire la sua passione innata per il disegno. Il ragazzo passa intere nottate con i pennarelli in mano. Il suo capolavoro è un ritratto di Corneliu Zelea Codreanu, il fondatore delle “Croci frecciate rumene”.  Se lo attacca in camera. “CAMMINA SOLTANTO SULLE STRADE  DELL'ONORE. LOTTA E NON ESSERE MAI VILE. LASCIA AGLI ALTRI LE VIE DELL'INFAMIA”. Questa è la frase del rivoluzionario a cui più si ispira.
Ma anche all’artistico gli studenti di sinistra sono moltissimi. Ci fa a botte spesso, Cecchin, con i “compagni” che non lo lasciano in pace. La voce si sparge presto: “è un fascista, non deve passarla liscia”.
Non è un violento, ma neanche uno stinco di Santo. Sicuramente però è un ragazzo dall’animo buono.
La sua famiglia è di Nusco, in provincia di Avellino, il “feudo” di Ciriaco De Mita. Il papà, Antonio, è un funzionario del settore cinema al ministero dei Beni Culturali. È stato volontario in Somalia e imprigionato dagli inglesi prima di essere consegnato agli americani, venendo trasferito in cinque campi di prigionia diversi negli Usa. Uno tosto insomma. Il figlio ha preso da lui. La mamma fa la casalinga e la sorella, Maria Carla, studia al primo anno di giurisprudenza. Non navigano nell’oro i Cecchin, ma riescono a vivere in maniera comunque dignitosa. Sono molto uniti.
La sera del 28 maggio 1979 Francesco è in Piazza Vescovio. Nel  suo quartiere. Sono le 20, minuto più minuto meno. È  insieme con altri tre ragazzi del Fronte della Gioventù. Devono fare affissione. Barattolo di colla e scopa, come di consueto.  Ma i giovani camerati vengono notati da un gruppo consistente di compagni, che gli si avvicinano e iniziano a coprire i manifesti.  Sono molti di più, come sempre. Venti contro quattro. Vigliacchi. Poco distante da lì, c’è una macchina, una Fiat 850 bianca parcheggiata. Nessuno ci fa caso inizialmente. I compagni sono della sezione del Pci di via Monterotondo. Il loro capo è Sante Moretti, 46 anni ed un passato da pugile. “Vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia” urla ai quattro missini. Poi si rivolge a Cecchin, e lo minaccia: “tu stai attento, che se mi incazzo ti potresti fare male”. Lui, Francesco, non fa una piega, non si fa intimidire. Un coraggio da leoni. Lo guarda con aria di sfida, si volta e se ne va. Quella frase, quella minaccia, è la dimostrazione che i gruppi di sinistra ortodossa ed extraparlamentare lo temono. Temono un ragazzino di 17 anni con un cuore immenso.
Quella notte Francesco non ha sonno. Ha voglia di uscire. Ma è minorenne e senza sua sorella Maria Carla, i suoi non gli danno il permesso. “Era già mezzanotte. (…)Ero più grande di due anni, sapeva bene che senza di me non era possibile. I nostri genitori non volevano. Si avvicinò e mi disse: ‘Marica Carla, eddai! Vieni con me. Andiamo a fare un giro’. Avrei dovuto pensare che fosse tardi, che era pericoloso, che non aveva senso.  Ma non lo feci e risposi va bene”. (tratto da Cuori Neri di Luca Telese)
 
I due fratelli escono.  È mezzanotte e un quarto. Il bar “Vescovio” è chiuso. L’edicola anche. È buio pesto e per strada non c’è nessuno. Francesco e Maria Carla camminano sul marciapiede di via Montebuono. Ad un tratto si avvicina una Fiat 850 bianca che procede lentamente e li segue. La stessa auto parcheggiata in piazza poche ore prima. Il finestrino si abbassa e qualcuno grida “è lui, è lui, prendetelo!”. Scendono due uomini, si mettono a correre per prendere Cecchin. Lui fa solo in tempo a dire alla sorella di scappare, di andarsene e di chiamare aiuto. Poi inizia a correre. E corre anche Maria Carla, ma non riesce a stargli dietro. Impaurita inizia a urlare più volte “Aiuto, aiuto, aiuto!”.
I tre scompaiono nel buio di Via Montebuono. Le  grida della ragazza vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo. Poi  salire su quella maledetta Fiat 850 bianca e scappare. Il corpo di Francesco viene ritrovato poco dopo all’altezza del civico 5 (sempre di Via Montebuono). In un terrazzino situato sotto il livello del marciapiede di quasi cinque metri. E’ esanime, disteso sull’asfalto. È in posizione perpendicolare al muro, appoggiato di schiena, con la testa sopra un lucernario. E orientata verso la parete. Impossibile credere che si sia buttato da solo. Francesco è ancora vivo, però. È privo di conoscenza, ma vivo. Perde sangue dalla tempia e dal naso. E poi, nella mano destra ha ancora un pacchetto di sigarette, in quella sinistra stringe un mazzo di chiavi. Incredibile. Cecchin ha fratture più o meno in tutto il corpo, ma la gambe e le braccia sono intatte. Morirà in ospedale dopo 19 giorni di agonia. Il 16 giugno 1979. Soltanto un giorno prima, i medici avevano comunicato alla famiglia un netto miglioramento delle sue condizioni. Poi la morte improvvisa. Se si fosse ripreso avrebbe riconosciuto i suoi assassini e parlato. “Spesso, durante il periodo in cui Francesco è stato in ospedale, sono venute a trovarlo delle persone che io definirei sospette (…), secondo me erano tutti comunisti che volevano vedere le condizioni di mio figlio. Loro lo sapevano bene: se lui fosse rimasto in vita avrebbe denunciato i suoi aggressori. Li aveva riconosciuti e questo loro lo sapevano. E non c’era nemmeno alcun servizio di polizia in ospedale. Poteva entrare chiunque. Stava migliorando. Cosa è successo dopo? Io ancora non so come sia morto mio figlio” (tratto da Cuori Neri).
 
 
Ma cosa è accaduto realmente in quei minuti dove i due aguzzini e il giovane si sono dileguati nella notte di quel 28 maggio? Testimoni raccontano di aver sentito prima delle grida, e poi un tonfo. La dinamica non è poi cosa assurda da ricostruire. Almeno per chi voglia farlo in buona fede. Francesco Cecchin è stato inseguito dai suoi aggressori, ha scavalcato il cancelletto di via Montebuono 5 (dove abita un suo amico), ma è stato raggiunto e picchiato in maniera feroce. Ha provato a difendersi con un mazzo di chiavi, ma, dopo aver perso i sensi , è stato buttato giù dal muretto. È stato ucciso. Assassinato. Ma l’omicidio si vuole nascondere. Secondo i tre periti nominati  dal Tribunale: Alvaro Marchiori, Gaetano Secca e Giancarlo Ronchi, non c’è nulla che possa dimostrare che Cecchin sia stato picchiato e poi gettato dal muretto. Ci risiamo. Ancora una volta si vuole far pensare che sia stato solo un brutto incidente. Qualcuno ha anche il coraggio di negare che ci sia stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario, il Dott. Scali. Ma i camerati no. Loro vogliono andare a fondo ed iniziano a fare indagini parallele. Raccolgono il materiale necessario per far uscire la verità. Le indagini ufficiali, condotte male, portano in tutto e per tutto all’arresto di Stefano Marozza, indicato come l’autista della Fiat. Marozza, però, ha un alibi. Dice che quella sera è andato al cinema a vede “Il Vizzietto” al cinema Ariel. Peccato però che quel film, all’Ariel, non viene proiettato. Marozza entra in carcere a luglio. Viene rilasciato a gennaio grazie alla solerte opera di protezione messa in atto dal Pci che, nel frattempo, gli ha fabbricato un nuovo alibi. Ad hoc.  La sentenza di assoluzione ha dell’incredibile. È una condanna senza colpevole: “veramente grave e singolare appare che i periti non abbiano approfondito l'indagine, non si siano recati sul terrazzo dell'abitazione degli Ottaviani(…) Altrettanto singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell'ospedale San Giovanni.  È convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario”.
 
 La morte di Francesco Cecchin, una faccia da angelo ed un cuore, nero, da rivoluzionario è rimasta senza colpevoli.
Quel ragazzo di diciassette anni, militante, ammazzato da un branco di vigliacchi, vive in tutti i suoi camerati.
Ancora oggi.
Nel loro ricordo non lo hanno ucciso.
Francesco è presente!
 
FONTE:http://www.ilgiornaleditalia.org/news/primopiano-focus/847266/Francesco-Cecchin--caduto-dal-balcone.html

 
 

IL "FINE" CORSA DELLA LEADERSHIP AMERICANA



Già da vario tempo e da molti segnali era percepibile il processo di declino dell'influenza degli Stati Uniti sul mondo.
Il vecchio sogno del "Nuovo Secolo Americano", che doveva farci assistere ad un’egemonia unipolare USA, sembra svanire con il nuovo assetto multipolare del mondo, caratterizzato dall'insorgenza di nuove potenze economiche e militari, dalla Cina, alla Russia, all'India.
D'altra parte il modo con cui l'America ha intrapreso le sue azioni devastanti e le sue guerre di destabilizzazione dall'Iraq all'Afghanistan, alla Libia, Somalia, Siria, ecc., non ha lasciato molto spazio all'immaginazione e le autorità politiche di queste nazioni hanno compreso che l'America non è un paese "amichevole" ma è una superpotenza che ha pretese di dominio, di neocolonizzazione economica.
Questa erosione della leadership statunitense, accelerata dall’amministrazione Trump, con la sua avversione al rispetto dei trattati multilaterali, ha portato anche i più stretti alleati di Washington, la Germania in particolare, a iniziare a prendere le distanze in modo netto, come nel discorso fatto dall'ex ministro degli esteri tedesco, Sigmar Gabriel, il quale aveva dichiarato che "i cambiamenti che si manifestano nel nostro mondo occidentale e, di fatto in tutto il mondo, derivano dall’attuale ritirata statunitense sotto Trump e del suo ruolo come garante poco affidabile del multi-lateralismo dell'influenza occidentale".
Questo cambiamento, aveva segnalato Gabriel, "sta accelerando la trasformazione globale ed i rischi di guerre commerciali, corsa agli armamenti e conflitti armati, si va incrementando". Parole profetiche pronunciate già solo lo scorso anno ma che hanno individuato il processo in corso divenuto ancora più evidente con l'ultima riunione del G-7 ed il suo fallimento.
Dalla fine della seconda Guerra Mondiale, l'Unione Europea, era sempre andata al traino degli USA sorvolando sui contrasti che già da molto tempo si manifestavano. Tuttavia l'attuale Amministrazione percepisce l'Europa come uno dei suoi principali antagonisti economici.
Questo spinge le personalità più intelligenti ed autonome dei paesi europei a concepire un percorso autonomo in difesa dei propri interessi che divergono in modo netto da quelli di Washington. Il fallimento del vertice del G 7 in Canada ha segnato plasticamente l'immagine di una leadership americana giunta ormai alla fine.
E' accaduto che, mentre i leader dell'occidente atlantista si riunivano e litigavano al G7 del Canada, le potenze emergenti, Cina e Russia, India hanno tenuto un altro vertice a Qingdao, città costiera cinese.
Un vertice durato due giorni a cui hanno partecipato i capi degli Stati membri dell’orbita russo-cinese che hanno proposto progetti di crescente integrazione per la nuova Via della Seta (One Belt One Road). All’incontro era presente anche il presidente iraniano Hassan Rohani che, aspetta di essere ammesso al gruppo di paesi aderenti. Fra l'altro i vari paesi si sono accordati per commercializzare in monete alternative al dollaro. Un campanello dall'allarme non indifferente per la supremazia del dollaro.
Il colossale progetto della Via della Seta rappresenta una grossa occasione per l'Europa che viene contrastata dalle centrali atlantiste. Un contrasto di interessi segnato anche dalle sanzioni decretate da Washington contro i progetti di gasdotto russo, Nord Stream 2.
Gli atteggiamenti fortemente critici da parte di Trump contro gli alleati europei hanno una loro spiegazione: la volontà dell'Amministrazione Trump di disarticolare la UE e dividere i paesi europei sulla base delle loro rivalità economiche e dell'astio contro le politiche suprematiste della Germania.
Potrebbe essere un’estensione della politica del caos applicata con successo in Medio Oriente ed in Nord Africa per balcanizzare l'Europa. Non mancano le situazioni su cui fare leva: dall'Ucraina alla Catalogna, alla Scozia, ecc. La paura di una saldatura tra Germania e Russia sospinge i neocon di Washington ad incrementare sempre di più l'ostilità verso Mosca e le divisioni con Berlino.
Quando un Impero si trova in fase discendente aumentano le tentazioni di ricorrere alle guerre esterne per tentare di invertire la tendenza e distrarre la propria opinione pubblica, appellandosi a pericoli per la propria sicurezza.