lunedì 27 marzo 2017

FACEBOOK E LE LITI TRASVERSALI


    


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Questo è un articolo polemico, nostalgico e rassegnato. Ed è anche un
articolo totalmente inutile, perchè non cambierà minimamente lo stato delle cose; sappiatelo per tempo

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Iniziamo subito con la cara, vecchia nostalgia: ricordate i tempi in cui Facebook non esisteva? Sembra preistoria, dato che ora addirittura per molti “Facebook” è diventato sinonimo di “internet”, eppure… cosa dovevi fare nell’epoca “pre-social” tu, baldo utente del web interessato, che so, al collezionismo dei tappi di sughero e ansioso di scambiare opinioni con altri appassionati?
Ti armavi di motore di ricerca ed esplorando i meandri del web, dopo ore di ricerca, scoprivi con sommo gaudio il forum “Tappi di sughero, amore oltre la bottiglia”, unico trovato spulciando con dedizione le prime dieci pagine di risultati del motore di ricerca.
Appena entrato trovavi alcune discussioni interessanti, iniziando a partecipare scoprivi utenti concordi con le tue idee sul metodo migliore per conservare i tappi di sughero, utenti con idee diametralmente opposte alle tue con cui a volte finivi anche per litigare, utenti con anni e anni di esperienza che ti davano preziosi consigli e utenti che avevano ancora tutto da apprendere sul sughero a cui eri tu a dare qualche dritta.
Fosse anche solo per mancanza di altri forum sui tappi di sughero, anche se finivi sempre più spesso a litigare con i tuoi “nemici” e qualcuno ormai lo odiavi proprio nel profondo, rimanevi nel forum, magari “evitavi” qualche utente, qualche volta ti ci scontravi (ma solitamente era un confronto “diretto”), ci poteva essere il dubbio (o la certezza) che qualcuno magari non parlasse proprio benissimo di te in privato con altri utenti, ma comunque il luogo di confronto era lo stesso per tutti e se ci si mandava a fare una passeggiata molto lunga su un pontile molto corto, si faceva in modo diretto.
Ovviamente non voglio ricordare “con troppo affetto” forum e newsgroup, è piena la storia del web di forum chiusi per il fiorire di flame epocali… ma il confronto almeno avveniva “in loco”. E se per caso Tizio aveva sparlato di Caio (o di qualcosa scritto da lui), Caio poteva iscriversi facilmente al forum e rispondere direttamente.
Una volta diventato più “accessibile per tutti” aprire il proprio forum o il proprio blog sono iniziate le diverse “fazioni” e “frammentazioni”: ma era comunque abbastanza facile, tramite gli strumenti di ricerca, risalire alle discussioni precedenti o comunque trovare eventuali “repliche”, dato che i luoghi del contendere potevano essere un paio di forum, ma raramente di più.
 
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Immaginiamo invece la situazione oggi, nell’era dei social e soprattutto nell’era in cui per creare il proprio “gruppo di discussione” basta la coordinazione motoria sufficiente a spostare il mouse.
Vai su Facebook e inserisci nel motore di ricerca “tappi di sughero”, quindi ti iscrivi al gruppo “Tappi di sughero, amore oltre la bottiglia” perchè noti che ha il numero più alto di iscritti: però noti anche che esiste già qualche altro gruppo, anche se magari più piccolino.
Entri nel gruppo a cui ti sei iscritto, speranzoso di trovare informazioni utili e di poterne dare a tua volta, e trovi:
– una discussione dove si commenta come nel gruppo “Un tappo di sughero è per sempre” non capiscano nulla e dovrebbero darsi ai tappi di plastica
– opinioni sulla punizione più adatta da adottare l’utente (che tu non hai idea di chi sia) che ha postato la foto di un tappo di sughero immerso nel ketchup nel gruppo “Sughero in tutte le salse”
– illazioni sul fatto che Tizio abbia postato un commento ad una nota di Caio dicendo che Sempronio ha rovinato un prezioso tappo del 1792, ma poi abbia cancellato il commento una volta che Sempronio ha postato sul suo profilo personale lo status “chi è senza peccato scagli il primo tappo di sughero, possibilmente in faccia a Tizio”.
– Decine di “ahahahah” a un post che riporta lo screenshot di una domanda fatta da un utente nel gruppo “Il mio primo tappo di sughero”.
Decidi allora di dare un’occhiata ai gruppi scartati in precedenza (che abbiano comunque più di cinque  iscritti), ma noti la stessa tendenza.
Nel frattempo un amministratore a cui è piaciuta la tua foto profilo ti invita nel gruppo segreto “Un tappo di sughero è per sempre, ma non diciamolo a nessuno”, accetti l’invito sperando che magari sia un gruppo più “tecnico” e invece ti trovi di fronte allo stesso panorama visto in precedenza, ma con qualche insulto e qualche nome riportato in più.
Un po’ sconsolato dal clima imperante di “pettegolezzo”, decidi di fare il grande passo: apri il tuo gruppo, “Il sughero preso sul serio”, metti subito in chiaro che non tollererai riferimenti ad altri gruppi e che vuoi solo discussioni in tema.
All’inizio fila tutto liscio, la voce di un gruppo dove si parla davvero di tappi di sughero si diffonde, il tuo gruppo comincia a popolarsi… e cominci a ricevere segnalazioni sul fatto che nel gruppo “Tappi di sughero, amore oltre la bottiglia” parlano male del tuo gruppo, che su “Un tappo di sughero è per sempre” è stata estrapolata una tua frase da un commento di 6 mesi prima e ti danno dello psicopatico, mentre su “Sughero in tutte le salse” hanno messo lo screenshot di una domanda fatta sul tuo gruppo da un utente dichiaratamente “novellino” che chiedeva se il sughero aiutasse i sogni, o i sogni aiutassero il sugaro.
Inoltre un amico ti riferisce che Tizio, sul suo profilo (che però è visibile solo agli amici, quindi tu non puoi vederlo perchè ti ha rimosso da tempo), dice che le tue competenze in fatto di sughero sono solamente teoriche ma in realtà non sapresti distinguere un tappo di sughero dal tappo di una vasca da bagno.
Ti viene in mente che non è la prima segnalazione del genere che ricevi, e con la mente torni a quando Tizio, sei mesi prima, ti aveva chiesto una collaborazione con il suo sito www.ilsugherodifamiglia.it sperticandosi in lodi sulla tua conoscenza dei tappi di sughero… ma dopo che hai declinato la sua offerta ha iniziato a scrivere in più occasioni che non capisci niente di sughero.
Finirà che passerai più tempo a difenderti dagli attacchi che a seguire il tuo gruppo, anche qualcuno dei tuoi iscritti finirà per “sgarrare” (più o meno in buona fede)… e a un certo punto i nuovi arrivati nel tuo gruppo si troveranno davanti lo stesso panorama che tu hai avuto di fronte al primo ingresso in “Tappi da sughero, amore oltre la bottiglia”.
E il giro ricomincerà da capo.
 
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Morale della favola: il tuo sarà diventato l’ennesimo gruppo che non da più alcuna nozione sui tappi di sughero, e il “nuovo collezionista” che arriverà speranzoso di trovare qualche dritta finirà presto rassegnato a cercare altri lidi.
Alla fine quali “pro” avranno portato i vari pettegolezzi da un gruppo all’altro, le varie malignerie di Tizio e Caio e quant’altro?
Assolutamente a nulla, se non probabilmente ad allontanare qualche “aspirante collezionista” dal mondo dei tappi di sughero.
Inoltre, qualcuno avrà letto solo la versione di Tizio, qualcuno solo quella di Caio, altri non avranno la minima idea di chi ce l’abbia con chi… insomma, una gran confusione.
Ecco. Tutto questo non succede solo nel vasto mondo dei collezionisti di tappi di sughero (chi l’avrebbe mai detto).
“Ok, ma dov’è la novità?”si chiederà qualcuno.
In realtà la novità… non c’è:  ma la “spinta” a scrivere questo sfogo me l’ha data un intreccio degno degli sceneggiatori di Lost.
 
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Ecco, in breve, cosa è successo:
– Nel gruppo (cinofilo) A, un’utente ha raccontato un episodio per lei negativo. Con toni sicuramente un po’ tanto “smielati”, ma comunque senza offendere nessuno e comunque con l’idea di chiedere solo ai suoi “amici” del gruppo A.
– Nel gruppo B, la suddetta domanda è stata riportata con toni denigratori, con seguito di alcuni commenti di sberleffo;
– Analoga cosa ha fatto l’utente C (peraltro semi-ex appartenente al gruppo B), ma sul suo profilo pubblico, anche in questo caso con coda di sberleffi;
– Nel gruppo A, saputo di quanto avvenuto nel gruppo B, sono spuntati un paio di commenti generici “piccati”;
– L’utente D, saputo di un attacco ricevuto – su tutt’altra questione – sempre nel gruppo B, ma dall’utente E, sul suo profilo pubblico risponde ad E, e contesta agli amministratori del gruppo B di non essere intervenuti nonostante i toni accesi dell’attacco di E;
– L’utente F, amministratore del gruppo A, “approfittando” un po’ dell’occasione lancia tramite un paio di commenti allo status dell’utente D, qualche frecciata al gruppo B
Non ci avete capito niente, nell’intreccio? Immaginate quanto potrebbe capirci qualcuno che magari legge solo una delle parti!
Sarebbe bastato davvero poco ad avere una situazione più produttiva: se per esempio nel gruppo B si fosse deciso di discutere sul problema esposto dall’utente nel gruppo A e fare le proprie ipotesi, l’utente avrebbe potuto dare un’occhiata anche al gruppo B, ci sarebbe stato uno scambio idee e magari un terzo lettore esterno avrebbe potuto valutare diversi approcci e diverse idee.
Così invece si è fatta – per l’ennesima volta – la figura di chi pensa prima a sparlare degli altri che a collaborare… e questo non è di nessun aiuto per la cultura cinofila.
Purtroppo però, questa non è una novità oggi, non lo era ieri, e – rassegnamoci – non lo sarà neppure domani.
 
di DAVIDE BELTRAME
 

domenica 26 marzo 2017

NULLA DA FESTEGGIARE






La trincea in cui combattere non è quella che separa le nazioni europee, ma quella che contrappone i popoli europei alla finanza apolide


Oggi non sono a Roma perché non vi è nulla da festeggiare, perché non saprei da chi fuggire prima se dai traditori dei popoli europei che hanno scelto di servire la finanza apolide o dai saltimbanchi reazionari che propugnano anacronistici ritorni ad economie di auto-sussistenza o a sovranismi da campanile.
Sento sulla mia pelle la sofferenza degli amici greci, dei contadini francesi, dei commercianti spagnoli che mi raccontano la stessa devastazione sociale ed economica che apprendo dalla Puglia, dal Veneto, dalle altre regioni italiane che ben conosciamo. Sono le ginocchia di tutti i popoli europei che stanno tremando.
Non ho tempo da perdere né ho bisogno degli imbonitori che rendano le mie notti più tranquille. Dormo bene lo stesso. Quindi, preferisco affrontare la realtà per come è, preferisco puntare agli "obiettivi sensibili" del sistema, mantenendomi lucido e consapevole che l'Europa dei popoli è lo spazio vitale all'interno del quale costruire una vera sovranità politica ed economica, un primato della politica sull'economia, senza la quale siamo destinati all'emarginazione.
Mi si dice: ma la Svizzera, ma la Svezia, ma la Polonia... vero, sono Paesi certamente a maggiore sovranità "interna" dell'Italia. Ma cosa contano nella scena mondiale o anche solo continentale? Sono insignificanti per PIL, per politica estera, per accordi commerciali, per trend demografici. Sono un pulviscolo rispetto ai miliardi di uomini e donne che avanzano da est e da sud sulle ali della globalizzazione. Sono eccezioni, isolette che possono solo sperare che qualcun altro faccia il lavoro che essi non stanno facendo. E se questo lavoro dovesse fallire, saranno spazzati via con un soffio. Il loro destino è in mani altrui.
Per questo preferisco piuttosto essere a Trani contro le agenzie di rating propaggini della Troika, lottare in Italia per l'attuazione dell'Art 47 della Costituzione che conferisce alla Repubblica il controllo del credito e quindi della moneta, bloccare la svendita della Cassa Depositi e Prestiti per farne un vero braccio pubblico di intervento industriale e finanziario nell'economia.
Iniziative simili sono in corso e vanno incentivate in tutta Europa, in maniera che la Troika sia attaccata da più parti e ad essa si possano sostituire istituzioni popolari che decidano, e non subiscano, il credito, le regole del commercio, quelle dell'immigrazione, la pace e la guerra.
Cinquecento milioni di cuori europei, appena il 7% della popolazione mondiale, rischiano di scomparire ma se messi a sistema in maniera sincrona possono ancora tornare a battere restituendo ai rispettivi popoli la sovranità sul proprio territorio ed un ruolo strategico nelle scelte che riguardano la comunità internazionale.
La trincea nella quale voglio combattere non è quella che separa le nazioni europee, ma quella che contrappone i popoli europei alla finanza apolide. Il resto è servilismo e reazione.

di Alberto Micalizzi.

sabato 25 marzo 2017

Gli americani che spiano tutti sono i nostri peggiori nemici

 
Quando gli europei capiranno che il loro principale nemico sono gli americani? Che cosa dovrebbe ancora avvenire perché se ne rendano conto? Pensiamo, per un attimo, a una situazione invertita: che una centrale di spionaggio e di hackeraggio tedesca fosse piazzata se non proprio a Washington a Boston o in qualche altra grande città degli Stati Uniti. Si scatenerebbe immediatamente una bufera e verrebbero riesumati i "fantasmi", sempre utili, di Hitler e dei nazisti. Gli americani non sono nazisti,  ma, come ammette anche Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono militaristi e ovviamente imperialisti. Sono insieme all’ex Unione Sovietica i veri vincitori dell’ultima guerra mondiale. L’Europa è stata la sconfitta, colpevolmente sconfitta perché in un secolo è riuscita a farsi due guerre fratricide. Fra i vincitori c’è anche la Gran Bretagna, ma la Gran Bretagna avendo perso il suo impero coloniale ha avuto nel dopoguerra un’importanza decisamente minore e inoltre è europea solo a metà e una sorta di sentinella degli interessi politici e militari degli Usa nel Vecchio Continente (che sia europea a metà l’ha dimostrato la Brexit che invece che come una maledizione dovrebbe essere presa come una benedizione perché ci toglie di torno questo ambiguo coinquilino). In quanto alla Francia, che era stata fascista non meno dell’Italia, la si è fatta sedere al tavolo dei vincitori per salvare le apparenze ma, ad onta dei goffi esercizi muscolari del gollismo, ha contato poco più di nulla.
A Jalta, nel febbraio del 1945, americani e sovietici si divisero l’Europa e il muro di Berlino è stato per 45 anni il simbolo di questa divisione. L’Europa occidentale è andata agli Stati Uniti, quella orientale all’Unione Sovietica. Urss nel frattempo è naufragata, anche se adesso la Russia, sotto Putin, sta recuperando le sue dimensioni di grande potenza, ma l’America è rimasta intatta come Superpotenza e più forte che mai dopo l’indebolimento del suo storico contraltare. E quindi da più di 75 anni che l’Europa è sotto tutela americana. Una tutela che ci è stata fatta pagare carissima in termini militari, politici, economici, culturali e anche linguistici. Quando Adenauer, De Gasperi e Spaak pensarono a un’Europa unita, per evitare altre guerre fratricide, sapevano benissimo che questa Europa avrebbe dovuto nascere prima politica e militare e solo in seguito economica. Ma sapevano anche che gli americani ce l’avrebbero impedito. Così l’Europa è venuta formandosi faticosamente attraverso successive integrazioni economiche che ci hanno portato alla traballante situazione attuale, ma senza avere una vera unità politica e nemmeno una forza militare (come si dice abitualmente: una potenza economica, ma un nano politico). Quando a metà degli anni Ottanta tedeschi e francesi tentarono di costituire un primo nucleo di un esercito europeo gli americani li bloccarono. Che bisogno c’era, dissero, di una difesa autonoma europea quando a questa provvedeva la NATO? Ma la NATO è un’alleanza totalmente sperequata, nel pieno possesso degli Stati Uniti ed è stata proprio uno degli strumenti con cui gli americani hanno tenuto, e tengono, in stato di minorità il Vecchio Continente (“la vecchia e stanca Europa” come la definì sprezzantemente Colin Powell).
Anche dal punto di vista economico gli Stati Uniti hanno fatto quello che hanno voluto facendo ricadere le loro dissennatezze sugli europei. La crisi che l’Europa sta attualmente vivendo discende direttamente dal collasso della Lehman Brothers del 2008 (così come era partita dall’America la crisi del ’29 cui però l’Europa poté resistere meglio, fascismo italiano in testa, perché il mondo non era così integrato e globalizzato). A questa crisi gli americani hanno reagito immettendo nel sistema tre trilioni di dollari. Così è facile riprendersi ma si crea una bolla speculativa enorme che prima o poi ricadrà addosso a tutti con conseguenze devastanti rispetto alle quali la crisi del 2008 sembrerà uno zuccherino. L’Europa invece, principalmente sotto la guida di Angela Merkel, si è costretta a una politica di austerity, giusta in astratto per non creare un ulteriore bolla speculativa, ma inutile di fatto se i competitors americani si comportano come si comportano e come se nulla fosse successo.
Dopo la caduta del muro di Berlino, venuto meno per il momento il contraltare russo, gli americani hanno scatenato tutta la loro aggressività e volontà di potenza con conseguenze che sono ricadute per intero sul Vecchio Continente.
Nel 1999, quando l’11 settembre era di là da venire, guerra alla Serbia, europea e di religione ortodossa e, oltretutto, con la grave colpa di essere rimasto l’ultimo Stato paracomunista del Vecchio Continente. Poi c’è la lunga filiera delle aggressioni, con i pretesti più vari e spesso totalmente infondati: Afghanistan 2001, Iraq 2003, Somalia 2006/2007, Libia 2011. Tutte queste aggressioni le ha pagate l’Europa perché i Paesi musulmani, con l’eccezione dell’Afghanistan che fa caso a sé, sono alle nostre porte di casa mentre gli Stati Uniti li hanno a diecimila chilometri di distanza. Di qui le migrazioni dal Medio Oriente in guerra, combinate con quelle dell’Africa subsahariana che l’intero Occidente, e non solo gli Stati Uniti, ha contribuito a destrutturare culturalmente e socialmente riducendola alla fame. E le migrazioni sconquassano l’Europa ponendola in una situazione difficilissima dove si combatte una guerra fra poveri, i nostri e quelli che vengono da fuori.
Adesso Wikileaks ci informa, documenti alla mano, di ciò che in realtà sapevamo da tempo: che gli americani ci spiano, spiano i nostri politici, spiano le nostre aziende, spiano i cittadini comuni. Un alleato che spia i propri alleati è un alleato leale? E’ un vero alleato o non piuttosto un nemico da temere? L’Europa, se vuole sopravvivere, deve liberarsi al più presto di questo ‘alleato’ come ha avuto il coraggio di fare perfino il filippino Duterte. Approfittando delle incertezze di Donald Trump deve denunciare il Patto Atlantico, uscirne e rimandare a casa le basi NATO e le basi americane, che godono di una inammissibile extraterritorialità che mina la nostra sovranità, presenti in gran numero in Germania e in Italia. E’ vero che gli americani, insieme agli inglesi, ai neozelandesi, ai marocchini e persino ai razzisti sudafricani, ci hanno liberato dal nazifascismo. Ma sono passati 75 anni da allora. Come ha detto Luciana Littizzetto (a volte i comici, con la sinteticità della battuta, sono più chiari ed efficaci dei politici) “quando scade il mutuo?”. Secondo noi il mutuo è scaduto da tempo e l’Europa non ha più alcuna convenienza a pagarne gli enormi interessi.
Massimo Fini
 

Una democrazia ridotta a bocciofila. I responsabili: i partiti e i giornali

 
De hoc satis dicevano i latini nella loro lingua ellittica, insuperabile nella sintesi. Letteralmente: “di questo abbastanza”. Che può essere tradotto senza forzature in “di questo ne abbiamo pieni i coglioni”. Di quale hoc abbiamo pieni i coglioni? In prima battuta dei nostri quotidiani (dei settimanali cosiddetti politici non vale nemmeno la pena parlare, solo l’Espresso, nella sua spocchia radical chic, crede ancora di esistere) che ogni giorno ci ammanniscono dalle sei alle otto pagine sui fatti interni dei partiti, queste associazioni private, queste bocciofile, i cui ruminamenti non dovrebbero avere alcun interesse né rilevanza pubblica (a meno che, naturalmente, non riguardino fatti penali). Prendiamo per esempio, a caso, qualche titolo del Corriere di un giorno qualsiasi, o di più giorni, e come partito, in particolare, il Pd. Ma il discorso vale per qualsiasi giornale e, a seconda delle evenienze, per qualsiasi partito. “Congresso Pd, rischio scissione”; “Un partito che si aggroviglia”; “Sfida a D’Alema (senza dirlo); “Pd, sì al congresso tra le tensioni”; “Il leader: li seppelliremo con le loro regole. In bilico le urne a giugno”; “Il ‘nemico numero uno’ seduto muto in platea. E Matteo lo provoca (senza mai nominarlo)”; “Il rebus urne. I tre partiti dem”; “Una velocità che strappa l’unità del Nazareno”. Questo il Corriere del 14 febbraio. Dopo è stato un crescendo fino all’apogeo di questi giorni in cui pare (nel momento in cui scrivo nulla è ancora certo) si scinda. Lotte interne al coltello, retroscena, incontri segreti, notizie dettagliate su che cosa hanno mangiato nei loro pourparler o su quali cessi d’oro si sono seduti. Che possono interessare queste cose a una persona normalmente sana di mente? Non c’è da stupirsi se le vendite dei giornali si sono ridotte al lumicino (nostalgia dei tempi in cui il Corriere dedicava solo due colonne, firmate da Luigi Bianchi, ai retroscena della politica; nostalgia delle tribune politiche dirette da Jader Jacobelli che, nonostante il suo aspetto da gallinaceo, era un uomo molto colto).
Ma i giornali hanno altre responsabilità verso se stessi e la collettività. Prima si sono autocannibalizzati dedicando quasi altrettante pagine ai quibusdam che sfilano ogni giorno nelle Tv generaliste, facendo diventare personaggi e opinion maker degli individui che, volendo essere leggeri, sono braccia sottratte all’agricoltura o ai lavori domestici. Sono costoro che orientano la collettività, che dettano le mode, che impongono i costumi. Non i giornali, che come se ancora non bastasse si sono ulteriormente autocannibalizzati dando un rilievo enorme a quanto accade sui social network dove la prevalenza del cretino, che in linea di massima si esprime in forma anonima dando libero sfogo ai suoi peggiori e bestiali istinti – una sorta di jihadista vigliacco- o più semplicemente alla sua idiozia, è assicurata.
Ma in fondo giornali, Tv, social non sono che delle sovrastrutture, degli epifenomeni. Il vero nocciolo duro della disgregazione italiana, politica, culturale, etica, sono i partiti, queste bocciofile intrinsecamente mafiose e spesso criminalmente mafiose.
I grandi teorici della democrazia liberale, da Stuart Mill a John Locke, non prevedevano la presenza dei partiti. E come nota Max Weber fino al 1920 nessuna Costituzione liberaldemocratica li nominava. E anche la nostra Costituzione, che pur nasce dal CLN, cioè dall’alleanza di tutte le formazioni antifasciste, dai comunisti ai monarchici, cita i partiti in un solo articolo, il 49, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. E’ un diritto, non un obbligo. Partendo da quest’unico articolo i partiti hanno occupato anche gli altri 138. Contro questo pericolo, vale a dire la partitocrazia, avevano tuonato già nel 1960 il grande giurista Giuseppe Maranini e persino lo stesso Presidente del Senato Cesare Merzagora, un galantuomo indipendente. Io mi onoro di aver dato battaglia, in solitaire come giornalista (sul versante politico c’erano i radicali di Panella) alla partitocrazia più o meno dagli inizi degli anni Ottanta. Ma è stato tutto inutile. La degenerazione partitocratica, come un tumore maligno, è andata progressivamente enfiandosi producendo metastasi in ogni settore della vita pubblica e privata. Oggi siamo arrivati al punto che è l’Assemblea della bocciofila Pd a determinare la data del momento più sacrale della democrazia: le elezioni. De hoc satis.
Per tornare al punto da cui siamo partiti, a questo eterno e assordante chiacchiericcio, insulso, inconsistente, vuoto, degradato e degradante ma soprattutto inutile, io preferisco…preferisco… No, non dico chi preferisco. Perché verrei messo immediatamente al gabbio. In nome della democratica libertà d’espressione, naturalmente.
Massimo Fini
 

venerdì 24 marzo 2017

IL MES ORMAI DIETRO L’ANGOLO

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Meccanismo Europeo di Stabilità (MES)

Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo “Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articolo “Le basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.
Alberto Micalizzi


FONTE: https://albertomicalizzi1.wordpress.com/2017/03/21/il-mes-ormai-dietro-langolo-parte-3/