domenica 18 febbraio 2018

"SCENEGGIATE" SIONISTE

 
Netanyahu recita a Monaco la sua “sceneggiata” teatrale

Netanyahu recita la sua “sceneggiata” a Monaco per dimostrare al mondo che l’Iran è l’aggressore ed il pericolo viene da Teheran

di Luciano Lago

Qualcuno avanza il dubbio che il premier israeliano Netanyahu debba aver avuto nella sua famiglia qualche antenato napoletano da cui deve aver mutuato l’inclinazione alle “sceneggiate”.
L’ultima di tali sceneggiate è stata quella in cui si è esibito a Monaco alla Conferenza sulla Sicurezza durante la quale il premier ha rivolto dure parole all’indirizzo dell’Iran . Il premier israeliano, brandendo un pezzo del drone iraniano abbattuto da Israele sul proprio territorio, la scorsa settimana, ha accusato Teheran di “seminare il terrore in Medio Oriente” ed ha tuonato: “Agiremo se necessario, non solo contro coloro che ci attaccano, ma contro l’Iran stesso”.


Inoltre Netanyahu, premier di un paese che ha sistematicamente aggredito i suoi vicini (dal Libano alla Siria) e che ne occupa i territori illegalmente, ha accusato l’Iran di voler “stabilire un impero dal Caspio al Mediterraneo”. Nel mezzo della sua esibizione teatrale, Netanyahu si è rivolto alla platea in cui era seduto lo stesso capo della diplomazia iraniana, Mohammad Javad Sharif e come un invasato ha gridato: “Non metteteci alla prova”.
ll frammento ostentato da Netanyahu sarebbe parte del drone militare lanciato dalla Siria verso il territorio israeliano. “Ecco un pezzo del drone iraniano, signor Zarif, lo riconosci? Dovresti… E’ tuo, riportatelo a casa”. E ha continuato rivolgendosi anche personalmente contro Zarif, accusandolo di “mentire in modo eloquente”. “Israele non permetterà al regime iraniano di mettere il cappio del terrore intorno al nostro collo”, ha detto il premier israeliano.
“E riporta a casa anche un messaggio: non bisogna mettere alla prova la determinazione di Israele”, ha proseguito con tono minaccioso.

Non è mancata la reazione pacata e ferma di Mohammad Zarif, il ministro degli Esteri iraniano il quale ha accusato Natanyahu di aver organizzato un “circo caricaturale” per aver presentato un pezzo di drone presunto iraniano caduto sul territorio israeliano. Lo stesso Zarif ha dichiarato che “le accuse farmeticanti di Netanyahu non meritano la dignità di una risposta”ed ha lamentato che alcuni stati approfittano di questi consessi internazionali per lanciare accuse infondate contro i loro vicini con l’obiettivo di creare il caos”.
Aerei israeliani in attacco
“Gli Stati Uniti ed i loro alleati stanno subendo le conseguenze delle loro decisioni sbagliate e non serve il sistema di provocare una isteria generale per copriere le loro responsabilità”, ha proseguito Zarif.
Un altro diplomatico iraniano presente al foro di Monaco ha indicato che la prossima volta avrebbe potuto portare alla riunione, a scelta, o un pezzo parte di missile di fabbricazione israeliana caduto sul territorio siriano colpendo obiettivi militari o civili della Siria, oppure un pezzo di bomba a frammentazione saudita caduta su obiettivi civili nello Yemen, dove queste bombe illegali hanno causato migliaia di vittime fra la popolazione civile. Questo per ripagare con la stessa moneta la “sceneggiata fatta dal premier israeliano.
M. Zarif ministro degli Esteri
Come ha dichiarato il ministro degli esteri iraniano Zarif, questo discorso di Netanyahu è niente altro che una caricatura considerando che Israle ha realizzato attacchi aerei continui sul territorio della Siria, ha minacciato ed invaso il Libano più volte e, in questo contesto accusa l’Iran di inviare un drone sul sui territori occupati (il Golan siriano) che è come quando un ladro accusa gli altri che lo stanno rubando e questo quando è noto che è Israele che cerca di dividere gli stati vicini per avere l’egemonia sulla regione, incluso appoggiando i gruppi terroristi.
Risulta evidente che Netanyahu cerca di distogliere l’opinione pubblica dalle aggressioni di Israele e, in particolare in questo momento, quando lo stesso Netanyahu è accusato di corruzione e viene richiesto di dare le dimissioni per lo scandalo in cui è coinvolto. Pertanto queste accuse contro l’Iran che provengono da Netanyahu mancano del tutto di credibilità.
Il primo atto della scena teatrale si è poi chiuso e sul consesso di Monaco è calato il sipario.

Fonte: https://www.controinformazione.info/netanyahu-recita-a-monaco-la-sua-sceneggiata-teatrale/

 
COGLIAMO L'OCCASIONE PER INVITARVI
A PARTECIPARE ALLA PROSSIMA CONFERENZA
CON LUCIANO LAGO, AUTORE DELL'ARTICOLO, 
CHE SI TERRA' A ROMA IL 23 FEBBRAIO
 


sabato 17 febbraio 2018

LAOGAI - I CRIMINI COMUNISTI DEL TERZO MILLENNIO

 
 
QUASI NESSUNO SA NIENTE
QUEI POCHI CHE SANNO TACCIONO
PERCHE' IL PROBLEMA NON LI TOCCA IN PRIMA PERSONA
NOI NO
PRESENTIAMO UNA MIRATA RASSEGNA FOTOGRAFICA
SUL CRIMINE ISTITUZIONALIZZATO
DEI COMUNISTI DEL TERZO MILLENNIO
 
 
 
un grazie particolare al Camerata R.M.
 
 
 


 
 

 
 
 
 


 
 

 
 

 
 

 

venerdì 16 febbraio 2018

ISRAELE SPARA IN TESTA:ONORE A TE, PICCOLO GRANDE EROE

 
Come un safari: soldati israeliani in jeep danno la caccia ad un adolescente palestinese e lo uccidono con un colpo alla testa.
 
Haaretz, 9 febbraio 2018 (trad.ossin). 
 
Di Gideon Levy.
Un ragazzo che gettava pietre contro le jeep militari è stato punito: un soldato l’ha ammazzato. E’ la terza volta nelle ultime settimane che i soldati mirano alla testa di chi lancia le pietre
Il campo dell’esecuzione sommaria del piccolo Laith Abu Naim è un terreno abbandonato nel remoto villaggio di Al-Mughayyir, a nord di Ramallah. Qualcuno ha tentato un tempo di costruirvi una casa, ma non è andato oltre un muro di sostegno e qualche sbarra di ferro che si allunga inutilmente verso l’alto. Il ragazzo è corso tra queste sbarre per salvarsi la vita, inseguito da due jeep blindate delle Forze di difesa israeliane. La caccia è terminata quando si è aperto sportello di uno dei due veicoli e un soldato ha puntato il fucile dritto sulla fronte di Laith a una distanza di 20 metri. Ha sparato un colpo, ammazzando l’adolescente, proprio come un animale braccato e abbattuto durante un safari.
Un ragazzo di 16 anni che sognava di diventare portiere di calcio ha gettato pietre contro una jeep ed ha subito la punizione da parte di un soldato: l’esecuzione, forse per dargli una lezione, forse come vendetta. La pallottola di acciaio rivestita di gomma ha colpito esattamente il punto preso di mira – la fronte del ragazzo, al di sopra dell’occhio sinistro – e ha ottenuto il risultato voluto: Laith è caduto a terra ed è morto poco dopo. L’eccellente tiratore scelto delle FDI avrebbe potuto mirare alle gambe, usare dei gas lacrimogeni o tentare di arrestarlo in altro modo. Ma invece ha scelto, secondo quello che sembra essere diventato un protocollo quasi standard nelle ultime settimane, di sparargli un colpo direttamente in testa.
E’ così che i soldati hanno sparato contro due ragazzi di nome Mohammed Tamimi, uno di Nabi Saleh, l’altro d’Aboud, ferendoli gravemente. Il secondo è ancora ricoverato in gravi condizioni in un ospedale di Ramallah; il primo, con parte del cranio mancante, si sta rimettendo a casa sua.
Laith Abu Naim riposa adesso nel cimitero del suo villaggio.
Il campo dell’esecuzione si trova nella piazza principale di Al-Mughayyir, quasi del tutto vuota, a parte una drogheria. Il proprietario, Abdel Qader Hajj Mohammed, di 70 anni, è stato testimone oculare dell’omicidio. Due amici di Abu Naim erano con lui ma non hanno visto il momento dello sparo – si erano gettati lungo la strada sterrata che scende dalla piazza verso le case del villaggio. I due scolari, Majid Nasan e Osama Nasan, due ragazzi magri di 16 anni, testimoniano oggi dinanzi a un ricercatore della Croce Rossa Internazionale, Ashraf Idebis, venuto con un collega europeo ad indagare sulle circostanze dell’assassinio del 30 gennaio.
Il luogo dell’esecuzione
I due ragazzi portano entrambi una camicia blu sulla quale è stata stampata la foto del loro amico morto, e due kefiah che avvolgono le spalle. Sul loro volto, non più del tutto imberbe, sono ancora impressi i segni del trauma subito. Il banco dove sedeva in classe Laith è vuoto, e i suoi amici gli hanno messo sopra una sua foto, come se stesse ancora con loro. Domenica scorsa, una cerimonia commemorativa si è svolta nel cortile della scuola.
E’ un villaggio povero di 4 000 abitanti che vivono principalmente di quel che resta dell’agricoltura, circondati come sono da colonie e da avamposti di colonie, la cui espansione in questa regione – la valle di Shiloh – è stata particolarmente selvaggia. La località palestinese vicina, Turmus Ayya, è ricca: alcune case sono ville di lusso, che sono però chiuse: i loro proprietari vivono in esilio negli USA.
I due amici di Abu Naim e il proprietario della drogheria raccontano una storia quasi identica su quel che è successo martedì scorso.
Nel pomeriggio, qualche decina di bambini e di adolescenti di Al-Mughayyir si è diretta verso Allon Road, a circa un chilometro dal centro del villaggio, dove ha gettato pietre e dato fuoco a qualche pneumatico. Da quando il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele a dicembre, vi sono scontri quasi quotidiani, anche in questo villaggio assediato.
Quel giorno, le forze israeliane hanno respinto i giovani con l’aiuto di gas lacrimogeni, e due jeep si sono gettate al loro inseguimento mentre battevano in ritirata verso il villaggio. La maggior parte dei giovani si è dispersa in tutte le direzioni. Laith è rimasto quasi solo nel campo di fronte alle jeep. Aveva deciso di gettare un’altra pietra contro i veicoli prima di scappare. E’ avanzato tra i ferri della costruzione verso la jeep che si era fermata dall’altro lato, ha gettato la pietra e si è messo a correre. Hajj Mohammed, della drogheria che affaccia sulla piazza, dice che uno dei soldati, probabilmente quello che sedeva sul lato passeggero, ha aperto lo sportello, ha puntato il fucile e ha sparato un solo colpo.
Sulla piazza c’è il relitto di un veicolo commerciale che apparteneva a Leiman Schlussel, un distributore di dolci in Israele, ora ridipinto in marrone e usato per la vendita di falafel. Quando abbiamo visitato il sito lunedì, le portiere dell’automobile erano chiuse con un catenaccio. Sembra che Laith abbia tentato di ripararsi dietro quel vecchio relitto, ma non ce l’ha fatta.
Saliamo sul tetto dell’edificio dove si trova la drogheria, e alcuni appartamenti non completati. Osserviamo l’arena: Allon Road, gli insediamenti e gli avamposti circostanti, inclusi Adei Ad e Shvut Rachel, e il cantiere abbandonato con i ferri che si allungano inutilmente.
Dove è caduto Abu Naim, la terra è ancora macchiata di sangue e tutto intorno ci sono frammenti di poster con la sua foto stampata. Secondo il droghiere, il soldato che ha sparato si è avvicinato poi all’adolescente morente e lo ha girato col piede, forse per verificare le sue condizioni. I soldati hanno ordinato al droghiere di rientrare nel suo magazzino e di chiudere. Se ne sono andati senza soccorrere la vittima. Un taxi ha trasportato poi il ragazzo alla clinica di Turmus Ayya, da dove è stato poi trasportato in una ambulanza palestinese all’ospedale governativo di Ramallah.
Un grande poster con la foto di Laith, insieme a striscioni di organizzazioni palestinesi, ora è appeso sulla facciata dell’edificio incompiuto, vicino al punto in cui è caduto. Il giorno in cui venne ucciso, raccontano i suoi due amici, ha lasciato la scuola verso le 10, perché non si sentiva bene. Lo hanno incontrato di nuovo verso le 16, nella piazza del villaggio. Non ha partecipato al lancio di pietre vicino ad Allon Road, unendosi ai manifestanti solo quando hanno raggiunto la piazza.
Il nonno di Abu Naim ci ha detto poi che Laith doveva andare a Turmus Ayya per giocare a calcio. Uscendo di casa, il pomeriggio, aveva con sé la sua borsa di sport. La borsa non è stata trovata, e si pensa che qualcuno se l’è forse presa come « souvenir ».
La casa della sua famiglia è ai margini del villaggio. La madre di Laith, Nora, è morta di cancro quando aveva 26 anni e Laith 2 anni. Suo padre, Haitham Abu Naim, si è risposato e si è trasferito a Beit Sira, un villaggio a ovest di Ramallah. Laith è stato allevato dai nonni paterni Fat’hi et Naama, nella casa che adesso visitiamo con Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’Tselem.
Solo all’età di 10 anni hanno detto a Laith che la madre era morta. Prima pensava che i nonni fossero i suoi genitori. Anche dopo ha continuato a chiamare sia il padre che il nonno « papà », usando espressioni diverse: « Yaba » per il nonno, « Baba » per il padre.
Haitham lavora per una società di infrastrutture a Modiin. Vedeva Laith tutti i week-ends, quando il ragazzo andava a Beit Sira. Ha visto suo padre per l’ultima volta quattro giorni prima di essere ucciso. In quel giorno fatidico della settimana scorsa, la zia di Laith ha telefonato a suo padre per dirgli che il ragazzo era stato ferito. Haitham si è precipitato all’ospedale di Ramallah, dove ha visto i medici tentare vanamente di salvare la vita di suo figlio.
«Gli abbiamo dato tutto», spiega Fat’hi, il nonno di Laith. Fat’hi ha studiato cucina a  Tadmor, la veterana scuola di gestione alberghiera a Herzliya; la firma di Rehavam Ze’evi, l’ex generale di Tsahal, all’epoca ministro del turismo (ed è stato assassinato nel 2001), figura sul suo diploma. Fino a poco fa Fat’hi, che ha 65 anni, lavorava come cuoco all’hotel Métropole di Gerusalemme.
Qualcuno porta i guanti da portiere di Laith – verdi e bianchi e consunti dall’uso. Gli piaceva farsi fotografare; suo padre ci mostra delle foto. Era un bel ragazzo coi capelli neri che gli si riversavano sulla fronte. Eccolo allo scivolo d’acqua di Al-Ouja. Era il portiere della squadra della scuola, tifoso del FC Barcellona, e gli piaceva anche nuotare. Come tutti i bambini di questa regione, l’unica spiaggia che ha mai visto è quella del Mar Morto.
Il nonno dice che tutte le volte che c’erano scontri a Al-Mughayyir, usciva per riportare il ragazzo a casa. Non lo ha fatto martedì scorso, perché pensava che Laith stesse giocando a calcio. L’unità dei portavoce di Tsahal ha dichiarato questa settimana, rispondendo a una richiesta di Haaretz: «Il 30 gennaio vi sono stati violenti manifestazioni con la partecipazione di una trentina di Palestinesi, che hanno bruciato degli pneumatici e gettato pietre sui soldati di Tsahal che si trovavano vicino al villaggio di Al-Mughayyir. I soldati hanno risposto con mezzi per disperdere le manifestazioni. Conosciamo l’ affermazione che un Palestinese sarebbe stato ucciso. La polizia militare ha aperto un’inchiesta, le cui conclusioni saranno trasmesse all’unità dell’avvocato generale militare».
Fat’hi, il cui volto è tutto uno sconforto, chiede: « Esiste un altro esercito nel mondo che, dopo avere sparato su qualcuno, gli mette un piede sul corpo?  Gli hanno sparato a sangue freddo per ucciderlo. E’ stata un’esecuzione, un assassinio. Avrebbero potuto arrestarlo, ferirlo, ma non ucciderlo. Uccidere un Palestinese non è niente per loro. Non hanno alcun sentimento umano. L’ufficiale che ha sparato non ha figli? Ha visto che Laith era un ragazzo come i suoi figli? I soldati hanno perso ogni ritegno. Ogni soldato può ammazzare chiunque secondo l’umore ».
Poi ci mostrano altre foto sul cellulare del padre. Ecco Laith che fuma un narghilè con degli amici; ecco i funerali. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha telefonato e migliaia di persone hanno partecipato, e questo è stato un motivo di conforto per la famiglia.
 
FONTE:
http://www.infopal.it/un-safari-soldati-israeliani-jeep-danno-la-caccia-ad-un-adolescente-palestinese-lo-uccidono-un-colpo-alla-testa/
 

giovedì 15 febbraio 2018

L'ASPETTO SOCIALE DEL FASCISMO - VIDEOCONFERENZA

 
 
 
 
In esclusiva per i Nostri lettori il video
della Conferenza tenutasi a
 Roma il 9 febbraio 2018
 
 
 
 
 
PER IL VIDEO DI QUESTA CONFERENZA
CLICCA QUI
http://avanguardiaberghem.blogspot.it/2018/02/le-comunita-agricole-videoconferenza.html
 
 

 
 
 
COGLIAMO L'OCCASIONE PER INVITARVI
A PARTECIPARE ALLA PROSSIMA CONFERENZA
CHE SI TERRA' A ROMA IL 23 FEBBRAIO
 

L’omicidio di Macerata e la mafia nigeriana – un’intervista ad Alessandro Meluzzi

“I migranti sono delle risorse”. È un dogma. Meluzzi apre il sipario su una realtà che è ormai presente in Italia, la mafia nigeriana: efferata crudeltà e cannibalismo.

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Il terribile omicidio di Pamela Mastropietro ha portato in carcere un gruppo di nigeriani. La sparatoria di Luca Traini ha creato una situazione grottesca, con lo scatenamento del “politicamente corretto” e le grottesche manifestazioni contro il “fascismo” e il “razzismo”, facendo passare in secondo piano l’uccisione della giovane. Vi proponiamo la lettura di questa intervista che Alessandro Meluzzi ha rilasciato a Italia Oggi e il video, diffuso in rete da Guido Crosetto, e ripreso anche dal Giornale . Rendiamoci conto di ciò che sta accadendo in Italia, mentre siamo ossessivamente bombardati con gli incitamenti a un’accoglienza cieca e rovinosa.

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La mafia nigeriana è la peggiore
La povera Pamela è stata fatta a fette. Il cuore dov’è?
di Luigi Chiarello 
«La mafia nigeriana, a uccidere Pamela è stata la più spietata mafia al mondo. E le sue sette adesso stanno colonizzando l’Italia e rubando il business alle mafie tradizionali»: non ha dubbi Alessandro Meluzzi. Chirurgo, psichiatra, criminologo, con un passato da politico nel centrodestra, Meluzzi ha diffuso un video denuncia, viralizzato sui social; lo ha fatto assieme a Guido Crosetto, già sottosegretario alla difesa, attuale coordinatore di Fd’I.
Domanda.
Sostiene che l’omicidio di Pamela Mastropietro, la 18enne romana i cui resti sono finiti in due trolley abbandonati e ritrovati nella periferia di Macerata lo scorso 31 gennaio, richiami il cannibalismo rituale, della mafia nigeriana. Perché?
Risposta. Il caso di Pamela, come altri omicidi del passato, ha a che vedere con metodologie che la mafia nigeriana applica sistematicamente in Nigeria e altrove. Una delle associazioni massonico-esoterico-mafiose nigeriane si chiama Black Axe, cioè Ascia Nera. Perché? Perché è una prassi fare a pezzi le proprie vittime e, in alcuni casi, mangiarne parti del loro corpo.
D. Ma lei conosce la materia?
R. Ho studiato il fenomeno. Anni fa mi trovai a far parte della difesa di un italiano che, a Torino, era accusato di aver ucciso una prostituta nigeriana. Era laureato in antropologia culturale e innamorato della magia Yorùbá (un gruppo etno-linguistico di circa 40 mln di persone diffuso nell’Africa occidentale, ndr). Il suo nome è Daniele Ughetto Piampaschet, la prostituta era Anthonia Egbuna, 20 anni. Piampaschet aveva raccontato l’omicidio in un suo romanzo La Rosa e il Leone, trovato dopo la perquisizione a casa sua. Il corpo della donna fu trovato strangolato e trafitto da coltellate nelle acque del Po nel febbraio 2012, ma la sua morte risaliva al novembre dell’anno prima. Il romanzo, dal contenuto antropologico, descriveva per filo e per segno l’assassinio. È stato l’innesco che mi ha portato ad approfondire la mafia nigeriana.
D. Ogni mafia persegue il profitto. Ha idea del giro d’affari di questa mafia?
R. C’è uno studio dell’Università di Roma, che quantifica, nel 2016, in 1,6 mld di euro il giro d’affari derivanti da prostituzione minorile, raffinatissime truffe online, mercato della droga al minuto e accattonaggio.
D. È questa la pista seguita dagli inquirenti per il caso Pamela?
R. Non ne vedo altre. Ragioniamo in base alla prova logica: c’è una ragazza di 18 anni, sola, bianca, avvenente quindi preziosa, indifesa, che contatta uno spacciatore. Con questo entra nella casa dove sono presenti altri soggetti dello spaccio nigeriano, di conseguenza appartenenti al circuito della mafia nigeriana, e ne esce fatta a fette in modo minuzioso.
D. Quindi?
R. Dal cadavere mancano alcune parti: il collo (a cui probabilmente è stato inferto il colpo letale dello sgozzamento) e gli organi genitali. Sono presenti segni di un colpo in testa e la lingua è stretta tra i denti, come è tipico dei traumi cranici. Poi c’è una coltellata all’addome. Dopo di che, il corpo è stato accuratamente disossato e lavato nell’ipoclorito di sodio
D. Ipoclorito di sodio?
R. Si varichina: la ragazza è stata «varichinata».
D. Perché?
R. Per far sparire tracce di ogni genere, incluse quelle tossicologiche; le ossa sono state disarticolate, come si fa con i capretti. Gli stessi medici legali hanno parlato di un livello di efferatezza mai visto.
D. Anche la sua descrizione non risparmia nulla
R. L’anatomopatologo ha detto che per lui ci sarebbero volute dieci ore di lavoro per fare un lavoro del genere; con tutti gli strumenti propri di un tavolo settorio professionale. Dunque è un lavoro di esperti.
D. C’è incertezza sul cuore della ragazza. È stato ritrovato?
R. Non si sa, ma che il cuore manchi non stupisce. Nei bambini soldato della Sierra Leone mangiare il cuore della prima donna vittima era il rito iniziatico per acquisire coraggio. Il cannibalismo rituale, nella mafia nigeriana, non è l’eccezione. È la regola. Sono cose normali per quel contesto, ma da noi non ne parliamo; forse per non apparire razzisti. Dovremo abituarci a queste cose: è solo la prima punta di un iceberg destinato a dilatarsi.
D. Nel video ha detto che, come avviene in alcuni ristoranti di Benin city, il cuore della ragazza potrebbe essere stato mangiato, perché questo rende potente l’omicida.
R. È la parte più prelibata, che, animisticamente, infonde coraggio e lunga vita. È considerato una sorta di ricostituente
D. È stato in quei ristoranti?
R. No, grazie a Dio, ma sono cose che si trovano sui siti specializzati di crimini etnici. E sono note agli antropologi.
D. Dice anche che la mafia nigeriana spopola nelle università africane, con riti para-massonici.
R. Questa storia nasce nella Nigeria allora colonia inglese; in una sorta di scimmiottamento delle sette universitarie presenti nelle università anglosassoni. Penso alla Skull and Bones (Teschio e Ossa) di Yale in Connecticut. Solo che quelle ritualità para-massoniche si sono combinate ai riti tribali primordiali. Con iniziazioni basate su omicidi rituali e cannibalismo. Ora, queste sette mafiose stanno colonizzando l’Italia, da Nord a Sud; hanno anche combattuto già qualche guerra di mafia, vincendola. Come a Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove hanno preso il posto della camorra tradizionale. Hanno iniziato con il business della droga al minuto, per delega delle mafie più titolate; adesso operano direttamente.
D. Un allarme così grave passa così sotto silenzio?
R. I servizi sanno che ormai la Nigeria è uno dei grandi crocevia del traffico internazionale di stupefacenti. A Torino, di recente, sono stati condannati per mafia una trentina di nigeriani, in primo grado. Già la Dia, anni fa, aveva lanciato l’allarme mafie nigeriane.
D. Anche i ragazzi che chiedono la questua fuori dai supermercati vengono taglieggiati?
R. Certo! Dovrebbe vederne l’arrivo, al mattino, e la fine della giornata lavorativa. Il territorio è stato lottizzato in modo scientifico, con pulmini che vanno e vengono. Ovunque. Un affare colossale. Questi ragazzi devono cedere buona parte del denaro raccolto nella giornata alle Maman e ai Don, i capi dell’organizzazione esoterica. Che li ricatta col voodoo e minacce concrete ai villaggi d’origine.
D. Ma non si rischia di generalizzare? In fin dei conti si tratta dei giovani che finiscono nei centri di accoglienza e, in attesa di andare altrove o di lavorare, tirano a campare.
R. Ma sono loro! Guardi, hanno già a disposizione vitto, alloggio, 5 euro al giorno per le piccole spese e la ricarica del telefonino. I bisogni essenziali assolti. Serve un’indagine precisa su di loro.
D. Si disse così anche dopo lo sbarco degli albanesi. Ricorda?
R. Infatti la mafia albanese ha fatto danni, che non sono ancora finiti. Rapine e sequestri nelle case. Ma il fatto che ci sia la mafia albanese ancora attiva non previene il fatto che sia arrivata l’infinitamente più potente e feroce mafia nigeriana
D. La sua denuncia generalizzata è molto grave.
R. Faccio il Piero Angela della criminologia.
D. In tempi di campagna elettorale non c’è il rischio di strumentalizzazioni?
R. Questo allarme non cesserà dopo le elezioni. È un problema epocale. Come diceva il compagno Lenin «i fatti hanno la testa dura», come la mafia nigeriana. Ma c’è una cosa ancor più grave e stupefacente
D. Cioè?
R. Le efficacissime e assolutamente benemerite organizzazioni dell’antimafia nazionale (come Libera o Saviano con la sua scorta da New York, o gli altri soloni della società civile) si sono occupate moltissimo della mafia del passato e del presente, pochissimo della mafia del futuro. C’è da chiedersi il perché. Forse perché la paura di apparire razzisti ottenebra il cervello e anche la coscienza. Io che faccio il medico, anche legale da 40 anni, posso dirle che il medico pietoso fa la piaga verminosa È ora di cominciare a far capire che questo è un problema di sicurezza nazionale. Del resto, il presidente della Nigeria, silenziato dai media, aveva detto che gli europei devono guardarsi dal fatto che in Europa sta arrivando il peggio della criminalità nigeriana.
D. Lei dice anche che non esiste un pericolo fascismo, ormai consegnato alla storia. Ma teme il doppiopesismo politico e giudiziario?
R. Faccio il criminologo e lo psichiatra forense. Temo che vada montando un fenomeno di criminalità di massa che metta a rischio la convivenza nazionale e la convivenza democratica. Se c’è qualcosa che può alimentare l’estremismo politico sono la cecità ideologica e la perdita di controllo dello Stato su legalità e criminalità del territorio. Stanno avvenendo entrambe.
D. Come?
R. Nessuna società degna di questo nome potrà reggere 650 mila persone emigrate dall’Africa, specie dalla Nigeria, senza lavoro, né arte né parte.

 
Video dell'intervista

FONTE: http://www.arcsanmichele.com/index.php/politica-economia/88-politica/10301-l-omicidio-di-macerata-e-la-mafia-nigeriana-un-intervista-ad-alessandro-meluzzi?jjj=1518654816221