lunedì 20 agosto 2018

CONNESSIONI TRA I BENETTON E LA MAFIA BANCARIA


Nel 1993 i Benetton hanno ospitato David Rockfeller jr nella loro sede, ed a cui ha proposto delle partnership. (1)
I Benetton sono legati all'Aspen Institute una lobby mondialista (2)
I Benetton hanno tratto profitto dalle privatizzazioni volute dai Rothschild, divenendo azionisti
di maggioranza delle Autostrade (3)
Qualche anno fa in Iran un negozio della Benetton e' stato dato in fiamme perche' ritenuto un brand sionista.(4)
Nel 2013 la 21 Investimenti di Alessandro Benetton ha cercato nuovi soci per la Pittarosso tramite la banca d'affari Rothschild (5)
Nel 2014 la 21 Investimenti e Mediaset hanno avviato la vendita del circuito The Space Cinema
con l'advisor Rothschild (6)

https://nomassoneriamacerata.blogspot.com/2015/09/connessioni-tra-i-benetton-e-la-mafia.html?m=1

giovedì 16 agosto 2018

QUEL PONTE - RIFLESSIONI

 
di Roberto Pecchioli  e Mario Giordano
 
PONTE MORANDI
 
Non volevamo crederci. Il crollo del Ponte Morandi, che noi genovesi, con una punta di provincialismo da colonizzati chiamavamo ponte di Brooklyn, è una tragedia sconvolgente, per il suo carico di vittime, dolore, distruzione e per le conseguenze terribili che si trascineranno per anni. Non è il tempo degli sciacalli, ma dei soccorsi, del cordoglio, dell’aiuto, della collaborazione. Tuttavia, non si può tacere, tenere a freno la collera per un’altra tragedia sinistramente italiana: un’opera di quell’importanza non può crollare dopo soli 50 anni. Per chi scrive c’è un che di personale, quasi di intimo nel dolore di queste ore. Bambini, partecipammo nel 1967 all’inaugurazione del ponte con tutte le scolaresche di Genova. Muniti di bandierina tricolore, appostati di fronte al palco, seguimmo la cerimonia, vedemmo con la meraviglia dell’età il presidente della repubblica Giuseppe Saragat attorniato da uomini in alta uniforme e dall’imponente figura del grande cardinale Siri, storico arcivescovo della città.
Abbiamo percorso migliaia di volte quel ponte lunghissimo, settanta metri sopra la vallata del torrente Polcevera piena di case popolari e capannoni industriali della ex Superba, ogni giorno per decenni lo abbiamo visto e sfiorato andando al lavoro. Non c’è più ed è colpa di qualcuno. Parlano di fulmini, di un intenso nubifragio e di cedimento strutturale. Aspettiamo a tranciare giudizi, ma nel mattino della vigilia di ferragosto pioveva e basta. Nessuna alluvione, dagli anni 70 ne ricordiamo almeno sei, devastanti, nella città di Genova. Non sappiamo quanti fulmini si siano abbattuti in mezzo secolo sul manufatto dell’ingegner Morandi (pochi sapevano che a lui fosse intitolata l’opera), né quanta pioggia abbia bagnato da allora le imponenti strutture. Non accettiamo, non riconosceremo mai come valida la sbrigativa giustificazione di queste ore. Sarà qualunquismo da Bar Sport, ma ci risulta che ponti romani siano in piedi da due millenni, e non crediamo nell’incapacità dei progettisti. Però, negli ultimi decenni i crolli sono stati tantissimi, come le tragedie dovute all’incuria, all’insipienza, alla corruzione diffusa.
Il ponte, con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città, è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Norditalia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra.
Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni.
I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’ “industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis).
Madamina, il catalogo è questo. Su tutto ciò si abbatte un evento funesto e terribile come il crollo del nostro ponte di Brooklyn. L’autostrada che porta alle luci di Sanremo e all’inferno migrante di Ventimiglia era considerata la più cara d’Italia. Un dubbio privilegio. Ma dov’erano i politici liguri il cui compito era imporre la manutenzione, sorvegliare le infrastrutture di una terra che vive essenzialmente di due attività, il turismo e i trasporti? Abbiamo quattro porti mercantili, raggiungere i quali sino a oggi era difficile, adesso è un’impresa da premio Nobel; alcune delle nostre località sono mete turistiche internazionali, Portofino, le Cinqueterre, Alassio, la Riviera dei Fiori. Ma, dicono le autorità preposte, è bastato un fulmine durante un temporale estivo ad abbattere per duecento metri, esattamente al centro, un ponte costruito decenni dopo il vero ponte di Brooklyn e molti secoli dopo la Lanterna, che guarda dall’alto, illumina le vergogne e ne ha viste tante.
Una tragedia italiana, metafora e paradigma di una decadenza iniziata giusto pochi anni dopo la trionfale inaugurazione del ponte. Una città, Genova, che ha anticipato storicamente eventi di portata nazionale. I primi a volere l’unificazione della Patria, i primi nell’industria e nel commercio, ma poi i pionieri della denatalità, del degrado dei centri storici (con Genova, Ventimiglia), della deindustrializzazione, i settentrionali assistiti quasi quanto certe aree del Sud, l’arretratezza delle infrastrutture, i giovani che scappano. Fummo anche tra i primi ad affidarci politicamente alla sinistra, quando ancora le cose andavano bene. Si trattava di una sinistra in gran parte comunista, astiosa, dogmatica, chiusa, testarda. Nessun paragone con le classi dirigenti delle tradizionali regioni rosse, più pragmatiche dei plumbei apparatchik liguri.
Hanno regnato su un giardino e lo hanno trasformato in cimitero. Non diciamo e non pensiamo che buttino giù i ponti, ma sta di fatto che le pochissime opere realizzate nell’ultimo mezzo secolo sono le bonifiche delle aree industriali dismesse, al posto delle quali sono sorti poli commerciali legati ai soliti noti (Coop e affini) e varie colate di cemento per erigere imponenti centri direzionali in buona parte deserti, poiché c’è davvero poco da dirigere, da queste parti.  Le opere del passato sono obsolete, come l’invecchiata camionale e la ferrovia, l’autostrada che sbocca in porto è un budello pericoloso con code quotidiane di mezzi pesanti, accedere all’aeroporto è impresa acrobatica, nonostante la vicinanza alla città e la possibilità di costruire una bretella ferroviaria di un chilometro o poco più. Della metropolitana genovese il tacere è bello, poiché non solo è tra le più corte dell’universo, ma le sue stazioni sono soggette a frequenti allagamenti. Il ponte che univa le due parti della Liguria da oggi non c’è più.
Viene il magone al pensiero di ciò che era, visto e vissuto con i nostri occhi, e ciò che è, ma ancor più fa tremare la certezza che da molte parti d’Italia altri possano descrivere situazioni analoghe o peggiori. Per questo fa tanto soffrire la tragedia del Ponte Morandi, orgoglioso simbolo caduto della nostra infanzia. Oltre il lutto di tante famiglie, è il segnale, un altro, di una nazione che, lei sì, è ormai preda del cedimento strutturale. Se anche fosse vero che un manufatto di migliaia di tonnellate è crollato per un fulmine e un po’ d’acqua, disgraziato davvero il paese dove accadono, giorno dopo giorno, da Nord a Sud, eventi di questo tipo.
La tragedia è del 14 agosto. Mezza Italia è chiusa per ferie, l’altra metà implode, si accartoccia su se stessa: cedimento strutturale. Insieme, dichiarano fallimento; bancarotta fraudolenta.
 
ROBERTO PECCHIOLI





 
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QUELLO CHE NON LEGGERETE SUI GIORNALI/1 – IL CAPITOLO DEL LIBRO DI MARIO GIORDANO, ‘AVVOLTOI’, SULLE AUTOSTRADE, LA GALLINA DELLE UOVA D’ORO CHE DALLO STATO È FINITA A UNA MANCIATA DI PRIVATI: BENETTON E GAVIO (E I LORO SOCI) AMMASSANO MILIARDI SULLE SPALLE DEGLI AUTOMOBILISTI, INVESTENDO MENO DI QUANTO PROMESSO E RINNOVANDO CONCESSIONI ANCHE FINO AL 2050
 
Per loro una cuccagna, per noi una tassa occulta
L’ex ministro Di Pietro la definì «una cuccagna». Che c’è di meglio che gestire l’autostrada? Stai lì al casello, aspetti che passino le auto e fai i soldi. A ogni Capodanno, cascasse il mondo, arriva l’aumento delle tariffe. Ormai fa parte della tradizione: ci sono il veglione, il panettone, zampone, lenticchie, il conto alla rovescia a Times Square. E i rincari al casello. Dal 1999 a oggi le tariffe autostradali sono aumentate del 75 per cento, a fronte di un aumento dell’inflazione solo del 37 per cento. Non basta? Macché.
 Infatti nel gennaio 2018, puntuale come il botto dello spumante, è arrivato il botto di un ulteriore aumento: in media 2,7 per cento in tutta Italia, ma con punte del 12,89 per cento sulla appena citata Strada dei Parchi, del 13,91 per cento sulla Milano-Genova nel tratto Milano-Serravalle e del 52,69 per cento sull’Aosta-Morgex. Ci sono state proteste, rivolte di pendolari, sindaci in piazza con tanto di fascia tricolore, il magistrato anticorruzione Cantone ha aperto un’inchiesta, Milena Gabanelli si è indignata sul «Corriere» («perché tutti parlano dei sacchetti di plastica e nessuno interviene sui pedaggi?»). Ma nessuno è riuscito a rispondere alla domanda fondamentale: perché le tariffe dell’autostrada aumentano anche quando gli altri prezzi restano fermi? E soprattutto: dove finiscono quei soldi?
Ogni anno gli italiani hanno pagato pedaggi per quasi 6 miliardi di euro, molto più di quanto pagavano con la tassa sulla prima casa, il triplo di quello che pagano con il canone Rai. Di questi soldi, solo una minima parte va allo Stato: 842 milioni. Il resto rimane nelle tasche delle 24 società che gestiscono le 25 concessioni in cui è divisa la nostra rete autostradale. E voi direte: come li spendono questi soldi? Per pagare il personale (circa 1 miliardo). Per gli investimenti (circa 1 miliardo). Per la manutenzione (646 milioni). Per le altre spese. Ma poi alla fine una bella fetta (1,1 miliardi) viene distribuita sotto forma di moneta sonante ai soci, per lo più privati. Ai quali, per l’appunto, non sembra vero di aver trovato l’albero della cuccagna.
 principio è semplice: il concessionario costruisce, l’automobilista paga. Casello dopo casello, esodo dopo esodo, vengono così rimborsate tutte le spese sostenute per realizzare l’opera. Il punto è questo: che succede quando tutte le spese sono state recuperate fino all’ultimo centesimo? Si continua a pagare il pedaggio? E perché? È un po’ come se uno che ha fatto un mutuo con la banca, arrivato allo scadere dell’ultima rata, si sentisse dire: abbia pazienza, ma deve pagare ancora per i prossimi vent’anni. Ma per quale motivo? Per arricchire la banca? Come se non avesse abbastanza soldi?
I concessionari delle autostrade di soldi ne hanno molti. Ma proprio molti. Non è un caso se, oltre a spartirsi dividendi, vanno a fare shopping in giro per il mondo. Spendono e spandono, tanto a loro che importa? C’è sempre un pedaggio che li fa ricchi. Secondo il professor Giorgio Ragazzi, uno dei massimi esperti del settore e uno dei pochi che ha cercato di far luce sull’intricato mondo dei signori del casello, tutti gli investimenti effettuati per costruire le autostrade erano già ampiamente ricompensati alla fine degli anni Novanta.
Eppure, da allora si è continuato a rinnovare le concessioni, fino al 2038, fino al 2046, fino al 2050, sempre in via diretta, sempre senza gare, anche rischiando sanzioni dall’Ue. Ci si è sobbarcati qualsiasi rischio e onere pur di riempire di denaro le tasche di questi fortunati. Ancora nel luglio 2017 il governo è andato a Bruxelles per ottenere il prolungamento delle proroghe e l’ha presentato come un suo successo. Ma siamo sicuri che sia un successo? Il prolungamento delle proroghe? Davvero gli italiani non desideravano altro?
Macché. Il fatto è che gli italiani sono stati tenuti all’oscuro. Vietato parlarne. Mi è capitato una volta, in una popolare trasmissione tv di Raiuno dedicata al tema della concorrenza, di citare le autostrade, sono stato sommerso di messaggi stupiti: davvero? Hai parlato di autostrade? Ci sei riuscito? Come hai fatto? Eppure il pedaggio al casello lo paghiamo tutti, e ogni anno più caro. Fra il 2011 e il 2016 l’aumento medio delle tariffe è stato del 14 per cento. Nello stesso periodo gli investimenti si sono dimezzati. E ciò dimostra che quel pedaggio non è il prezzo per un servizio reso né la ricompensa per un investimento fatto: è semplicemente, come spiega ancora il professor Ragazzi, «un’imposta tout court».
iL RESTO QUI:
http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/quello-che-non-leggerete-giornali-capitolo-libro-mario-169699.htm

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/ponte-morandi/

 

domenica 12 agosto 2018

"FEROCIA FASCISTA LO COLSE". MA FU CROCEFISSO E UCCISO DAI PARTIGIANI

  
 
LA TRISTE VICENDA DI FRANCO PASSARELLA
CROCEFISSO E UCCISO DAI PARTIGIANI  
 
L'ALTRA FACCIA DELLA RESISTENZA: RIPORTIAMO FEDELMENTE UN ARTICOLO
CHE EVIDENZIA UNO DEI TANTI  LATI OSCURI DELLE "RADIOSE GIORNATE "
 
 
LA TRISTE VICENDA DI FRANCO PASSARELLA
CROCEFISSO E UCCISO DAI PARTIGIANI  
 
"Per quasi settant’anni, sulla lapide posta sul palazzo INCIS, dove abitava, si poteva leggere il seguente epitaffio: “Alla libertà offrendo il proprio martirio Franco Passarella partì da questa casa il 19/VI/1944. La ferocia fascista lo colse. Venezia 25/X/1925 Valle Camonica 25/VI/1944”.
Al cimitero di Vissone di Pian Camuno invece si poteva leggere su una stele “Franco Passarella vissuto per la libertà ribelle a lusinghe vili qui cadde massacrato da orde fasciste.
Ave Franco il Signore è teco tu sei benedetto fra tutti i martiri e gli eroi – nato a Venezia il 25/X/1925 immolato il 25/VI/1944”.
Solo nel giugno 2013 vennero rimosse le frasi che attribuivano l’omicidio ai fascisti."
 



A conti fatti

di Guido Assoni
La triste vicenda di Franco Passarella, un giovane che voleva combattere per la libertà e che fu spietatamente ucciso dal “fuoco amico”
 
Quando ho cominciato ad interessarmi del caso dello studente Franco Passarella non pensavo affatto di trovarmi di fronte a innumerevoli e contraddittorie versioni più o meno compiacenti e tese a coprire i responsabili di un tragico episodio della Resistenza bresciana.
Occultamenti, mistificazioni, silenzi, depistaggi, clima di omertà, ipocrisie, reticenze e manipolazioni, che non rendono un buon servizio alla storia.

Oltre a ripristinare la verità storica è doveroso rammentare i valori e gli ideali che hanno spinto questo studente a fare una scelta coraggiosa e che, purtroppo, gli costò la vita a soli diciott’anni.
Come tra l’altro è giusto non mettere in discussione i valori della Resistenza seppur di fronte ad un episodio indubbiamente grave, ma non a tal punto da considerarlo alla stregua di una strategia comportamentale.

La ricostruzione della vicenda che vi propongo è la più attendibile ed è la miscellanea di un grande lavoro documentaristico dello storico camuno Mimmo Franzinelli, di alcune testimonianze raccolte dalla sorella e dagli amici d’infanzia dello sventurato giovane ed i contributi di storici affermati quali Pier Luigi Fanetti, Lodovico Galli, Don Bruno Bertoli, Rolando Anni, Pieluigi Piotti e altri ancora.

Dobbiamo incominciare da Venezia, dove lo studente Franco Passarella nasce il 25/10/1925 e vi trascorre l’infanzia.
Il padre, Ottorino, scrittore, cronista del “Gazzettino di Venezia” è un fervente antifascista legato dagli anni trenta al gruppo di “Giustizia e Libertà”, movimento politico liberal-socialista fondato a Parigi nell'agosto del 1929 da un gruppo di esuli contrari al regime.
La madre, Carolina Sartorelli, è una studiosa di filosofia e di pedagogia.
La sorella Laura di due anni più giovane è anch’ella studente.

Nel 1941 la famiglia si trasferisce a Brescia prendendo alloggio al palazzo INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati Statali) in Piazza Vittorio Veneto, zona, allora, molto periferica della città.
A Brescia, il padre, che sarà uno dei fondatori del Comitato di Liberazione Nazionale bresciano, insegna storia dell’arte al liceo Arnaldo e, in veste di critico d’arte, scrive sul quotidiano “Il popolo di Brescia”, mentre la madre è docente di storia e di filosofia al liceo Calini.

La frequentazione dell’Oratorio della Pace dei padri filippini e l’influsso dei genitori gli fanno maturare una chiara coscienza antifascista, voglia di libertà ed un istintivo impulso a difesa del debole contro qualsiasi forma di sopraffazione.
Stringe amicizia con due compagni di studi del liceo Arnaldo: Cesare Trebeschi, futuro sindaco di Brescia nel decennio 1975/1985 e Augusto Paganuzzi che sarà medico endocrinologo.
Con quest’ultimo attua velleitarie e rischiosissime forme di sabotaggio ai camion tedeschi come svitarne i tappi delle coppe dell’olio, tagliarne le cinghie di trasmissione, inserire tavolette chiodate sotto le ruote posteriori e poi ancora scombinare la segnaletica stradale, tentare ma senza riuscirci di avvelenare i cavalli dei nazisti e via discorrendo.

Si adopra anche per la diffusione di stampa clandestina, tra cui “Il Ribelle”, il giornale saltuariamente stampato dalle Fiamme Verdi, alle scritte sui muri e allo smistamento del materiale da un gruppo all’altro.
Conclusi gli studi liceali e conseguita la maturità classica, sceglie, per amore della libertà e della sua patria, di unirsi alle formazioni partigiane operanti in Val Trompia.

Accompagnato a Gardone Val Trompia dalla madre e dalla sorella fin sulla mulattiera dalla quale si diparte il sentiero che si inerpica sul monte Guglielmo, questo aitante diciottenne, alto, biondo e con gli occhi azzurri, ben equipaggiato con scarponi e sahariana nuovi di zecca, uno zaino preparato dalle due donne e la pistola del padre, ufficiale nella prima guerra mondiale, ascende alla montagna, incontro al suo fatale destino.

Siamo al giorno 19 giugno 1944.
Finisce in un gruppo ancora in formazione, dislocato in varie cascine, male armato e dove regna una grande confusione.
Non bastasse questo, dopo pochi giorni la formazione viene intercettata da un massiccio rastrellamento di militi fascisti messi in moto dalla solita delazione.
E’ una carneficina.
Sette di loro vengono uccisi sul posto (sul Monte Muffetto e sul Bassinale), un numero imprecisato viene catturato e quindi deportato in campi di concentramento in Germania.

La formazione si disperde e Franco Passarella vaga per i monti con l’intento di tornare in città.
Rifocillato da alcuni contadini, bussa alla porta della cappellania di Fraine di Pisogne, ma il parroco Don Andrea Boldini, duramente provato da otto mesi di duro carcere fascista, terrorizzato, non gli presta aiuto se non per fornirgli ago e filo per rammendarsi i calzoni.

Si rivolge quindi al parroco di Vissone, frazione di Pian Camuno, Don Giuseppe Bonetti, il quale vedendo questo giovane alto, biondo, dagli occhi azzurri e che non sa parlare in dialetto, lo considera una spia tedesca e mette in guardia le formazioni partigiane con cui è in contatto.
Mentre cerca riparo nei boschi, ha la sventura di imbattersi in un gruppetto di quattro Fiamme Verdi guidate da tale Bruno Pè, alle dipendenze del distaccamento C 14 ed allertate dallo stesso parroco di Vissone.

Non conoscendo la parola d’ordine, appena scampato dalla retata fascista, impaurito dalle notti trascorse da solo nei boschi e dai metodi coercitivi dei suoi aguzzini, viene sospettato di spionaggio e dopo estenuanti interrogatori e sevizie, viene crocifisso ad un castagno e ucciso, vicino a Solato di Pian d’Artogne, con un colpo di pistola sotto il mento il 25 giugno 1944.
A guerra finita la famiglia, ignara della tragedia, aspetta invano il rientro del figlio.

Addirittura i genitori lo iscrivono alla facoltà di ingegneria per non fargli perdere l’anno.
La madre, con la forza della disperazione lo cerca ovunque, si aggira giorno e notte per la stazione di Brescia con le fotografie del figlio da mostrare ai reduci dall’internamento nei campi di concentramento germanici.

Solo due anni dopo, nella primavera del 1946, il cappellano padre Luigi Rinaldini dell’“Oratorio della Pace”, viene a sapere che il parroco di Vissone, Don Giuseppe Bonetti, è in possesso di una edizione mignon della Divina Commedia e del portafoglio appartenuti a Franco Passarella.
Sempre tramite Don Bonetti viene a conoscenza del luogo dove è stato celato il corpo dello sfortunato ragazzo, nella località denominata “Carolècc del Curato” di Solato, sul bordo del torrente in mezzo ai rovi e sommariamente coperto da sassi e foglie di robinia e castagno.
Ai funerali, solennemente celebrati al Duomo di Brescia il 21 dicembre 1946, sfilano le Fiamme Verdi con le loro bandiere, ma nessuno cerca la verità.

E’ fuori discussione che molte responsabilità siano da ascrivere al parroco di Vissone, notoriamente in costante contatto con il movimento partigiano.
Perché trattenne due anni e mezzo il portafoglio e non abbia sentito il bisogno ed il dovere di informare i famigliari di quanto fosse accaduto?
Ricordiamo che la madre non si riprenderà più da un grave stato di depressione che la distrusse giorno dopo giorno, mentre il padre, pur continuando l’insegnamento, si chiuderà in se stesso fino alla fine dei suoi giorni.

Come entrò in possesso degli effetti personali di Franco Passarella?
E’ da escludere che i quattro aguzzini che si divisero la giacca a vento, il maglione di lana, gli scarponi e l’orologio che la vittima aveva al polso, abbiano avuto l’accortezza di consegnare il portafoglio e quant’altro al parroco.

Molto più probabile l’ipotesi che il ragazzo ormai consapevole della sua sorte, tra percosse ed interrogazioni, abbia chiesto i conforti religiosi ed in quell’occasione abbia egli stesso consegnato al prete i suoi effetti personali con preghiera di farli avere ai genitori.
Pur concedendo tutte le attenuanti possibili e riconoscendo anche il clima che si respirava allora, mi è difficile comprendere l’atteggiamento del parroco, tra l’altro in possesso del portafoglio contenente la carta d’identità del ragazzo e la fotografia della sorella.
Non poteva chiedere informazioni attraverso i contatti che le formazioni partigiane avevano in città? Il padre non era affatto uno sconosciuto e probabilmente si sarebbe potuto evitare il tragico epilogo.

E’ vero che furono anni terribili che provocarono quegli effetti propri di una guerra civile, durante la quale venne meno la fiducia anche tra persone che si conoscevano, ma qui siamo di fronte ad uno spietato ed efferato crimine in cui venne dato sfogo ai più turpi istinti sanguinari.
Parlare di tragico errore, di sbaglio, di equivoco, di circostanze sfavorevoli, sembra fin troppo riduttivo.

Come accennavo nelle premesse, è stato vergognoso il clima di omertà alimentato da versioni inattendibili per impedire a lungo l’accertamento della verità.
Si è tentato di ribaltare la dinamica dei fatti attribuendo il delitto ad una rappresaglia fascista.

Per quasi settant’anni, sulla lapide posta sul palazzo INCIS, dove abitava, si poteva leggere il seguente epitaffio: “Alla libertà offrendo il proprio martirio Franco Passarella partì da questa casa il 19/VI/1944. La ferocia fascista lo colse. Venezia 25/X/1925 Valle Camonica 25/VI/1944”.

Al cimitero di Vissone di Pian Camuno invece si poteva leggere su una stele “Franco Passarella vissuto per la libertà ribelle a lusinghe vili qui cadde massacrato da orde fasciste.
Ave Franco il Signore è teco tu sei benedetto fra tutti i martiri e gli eroi – nato a Venezia il 25/X/1925 immolato il 25/VI/1944”.

Solo nel giugno 2013 vennero rimosse le frasi che attribuivano l’omicidio ai fascisti.

Nel 1995, in occasione del 50° anniversario della Liberazione si è svolto a Venezia un incontro di studio organizzato dallo Studium Cattolico Veneziano diretto dal compianto don Bruno Bertoli.
Nei contributi presentati in quella circostanza e raccolti in un volume dal titolo “La Resistenza e i cattolici veneziani”, è da segnalare il saggio dello stesso don Bertoli “La vicenda doppiamente tragica di Franco Passarella”.

Lo storico veneziano per documentare la sua analisi si rivolse all’Archivio di Stato di Brescia e all’Istituto Storico della Resistenza Bresciana senza avere i riscontri sperati.
Scrive Don Bertoli a proposito degli ultimi giorni di Franco Passarella: “Nel giro di una settimana vi trovò la morte, una morte doppiamente tragica e a lungo velata”.

E ancora: “L’amara vicenda venne taciuta dalla pubblicistica relativa alla Resistenza.
Certi resoconti sulla lotta nel bresciano, ignorano anche il nome di Passarella”.

Infine conclude amaramente con parole forti : “A oltre mezzo secolo da quegli eventi, si scopre oggi che la reticenza e la manipolazione dei fatti furono programmate ad appena un mese dalla morte del Passarella per una sorta di partigiana “Ragion di Stato”.

Romolo Ragnoli, comandante delle Fiamme Verdi camune, nel suo libro “I caduti per la Resistenza in Val Camonica” così si esprime in merito alla vicenda che stiamo trattando: “Ricercato dai nazifascisti, veniva catturato in uniforme fascista dai partigiani e passato per le armi da questi, non essendo stato in grado di convincerli di non essere una spia”.

Naturalmente è una balla gaudiosa quella che indossasse la divisa fascista, un estremo tentativo del generale della Repubblica Italiana di salvare la reputazione delle Fiamme Verdi ammettendo l’omicidio da parte partigiana, ma facendo cadere la responsabilità del crimine sulla vittima.

In un altro documento reperibile all’Istituto Storico della Resistenza bresciana
, sempre a firma del Comandante Romolo Ragnoli, si legge: “Per il cadavere trovato, sarebbe buona cosa seppellirlo facendo una relazione tipo le precedenti.
Ferito dai nostri, nel correre ha battuto la testa contro una pietra e si è ucciso. Poveretto!”.
Uno sproloquio che non merita alcun commento.

Vorrei riportare un estratto di una poesia dell’Avv. Pigi Piotti, vicino al mondo resistenziale, dal titolo “Alla Vostra domanda” e inserita nella sua raccolta “A conti fatti”:

Un giorno alla vostra domanda
“Papà, chi erano i partigiani?”
vi stringerò più forte la mano,
 e forse,
se già non sia mutato il discorso,
attenderete invano una risposta.
….
Un uomo vale più delle sue scarpe.
Alto, biondo, sereno,
la giacca a vento e gli scarponi nuovi
tu, così diverso,
in quel tempo dell’odio e delle spie.
Si affacciava il mattino in mezzo al bosco.
Torve facce scure
t’imposero di dire la verità
pena la fossa
che ti saresti scavato.
Farfugliasti di un certo zio fascista,
pezzo grosso in città,
che avevi lasciato
per andare coi partigiani,
e ti illudevi, povero ragazzo,
di prender tempo dietro quel dilemma.
Come il sapore della mela
la verità non sta nel frutto
ma nel palato che la intende.
Torve facce scure
andavano in fretta.
Per non sbagliare
si presero la giacca, gli stivali,
insieme all’essenziale verità
dei tuoi diciott’anni.

Concludo con uno struggente brano, tratto dal libro di novelle “Il cavallo nero”, scritto da Ottorino Passarella e dedicato alla memoria del figlio: “La morte. Che significa? Fine. Fine di me, del popolo, dell’umanità, del mondo. Allora che vale? Ma vale per te, figlio mio.
Il capo dei tuoi aguzzini si chiama Pè: meno di una suola di ciabatta. Pè, t’inchiodò contro una pietra d’infamia…
Ti assassinarono, e si divisero le vesti, come con Cristo. Chi si tenne le scarpe, il maglione di lana… una conquista, in quei tempi!...
Ma poi ebbero paura di te, morto, disteso nell’intrico dei rovi, nudo, il volto luminoso quanto il cielo che ti guardava. Ti nascosero in fondo al baratro selvaggio, tra gli spini e fuggirono.
Alla fine pretendevano diventare eroi, i vili…Ma fu bene quel tuo giacere presso l’acqua vergine che scorreva, commentando ai sassi.
Essi camminavano lontano: eri divenuto più forte e bello che da vivo. E ti distruggesti come carne: volesti essere soltanto spirito.
Puro eri stato. Via la materia. Creatura mia, posso io, così miserabile, essere tuo padre? Gli angeli non restano sulla terra.”

Guido Assoni

Bibliografia
“Una mattina mi son svegliato” – Mimmo Franzinelli/Andrea Ventura
“La Resistenza e i cattolici veneziani “ a cura di Bruno Bertoli – Studium Cattolico Veneziano
“Fatti e misfatti prima, durante e dopo la Repubblica Sociale Italiana” – Lodovico Galli
“Dizionario della Resistenza Bresciana” – Rolando Anni
“I caduti per la Resistenza in Valcamonica” – Romolo Ragnoli
“Camuni” – Ugo Calzoni
“Il mio amico Franco” – Augusto Paganuzzi
“Il cavallo nero” – Ottorino Passarella
“A conti fatti” – Pierluigi Piotti

ADRIANO ROMUALDI, CARO AGLI DEI

  
 
«Gli Dei amano chi muore giovane, diceva l’antica saggezza: gli Dei amarono Adriano Romualdi, recidendone il filo rosso della vita terrena nel fiore degli anni, della virilità, dell’impegno intellettuale e politico»

45 anni fa, IL 12 AGOSTO 1973, moriva a Roma, in un incidente stradale, ADRIANO ROMUALDI.
 Aveva 32 anni. Era nato a Forlì il 9 dicembre 1940. Storico, saggista politico e giornalista, figlio del presidente del M.S.I., Pino Romualdi.
 Laureatosi con una tesi sulla rivoluzione conservatrice tedesca, discussa con il professor Renzo De Felice, iniziò sin da giovanissimo a occuparsi di tematiche storiche e politiche.
Fortemente influenzato dal pensiero di Julius Evola, ADRIANO scrisse una biografia autorizzata del suo maestro, pubblicata nel 1966.
 Assistente di Storia contemporanea all'Università di Palermo nella cattedra di Giuseppe Tricoli, si occupò in articoli e libri di Platone, Friedrich Nietzsche, Oswald Spengler, Pierre Drieu La Rochelle, del Fascismo, interpretato quale fenomeno prettamente europeo (argomento al quale dedicherà il suo ultimo libro, pubblicato postumo), della Rivoluzione conservatrice tedesca e della Seconda guerra mondiale.
 Dedicò inoltre ampi studi agli Indoeuropei, che gli valsero il plauso di Giacomo Devoto. Ricordiamo le Sue Opere: "Platone"; "Perché non esiste una cultura di destra"; "Julius Evola: l'uomo e l'opera"; "Su Evola"; "Nietzsche e la mitologia egualitaria"; "Oltre il nichilismo"; "Sul problema d'una Tradizione Europea"; "Idee per una cultura di destra"; "La destra e la crisi del nazionalismo", Settimo Sigillo, 1987; "Le ultime ore dell'Europa", "Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni"; "Drieu La Rochelle: il mito dell'Europa"; "Correnti politiche e ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932"; "Il fascismo come fenomeno europeo"; "Una cultura per l'Europa"; "Primo schema costituzionale per uno stato dell'Ordine Nuovo".


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